Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato fu un organo speciale del regime fascista italiano, competente a giudicare i reati contro la sicurezza dello Stato e del regime.
Durante il regime fascista, il Tribunale speciale ebbe il potere di diffidare, ammonire e condannare gli imputati politici ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico e la sicurezza del regime stesso. Con la stessa legge di costituzione del tribunale venne reintrodotta la pena di morte per alcuni reati a carattere politico.
Il Tribunale speciale operava secondo le norme del Codice penale per l'esercito sulla procedura penale in tempo di guerra. Le sue sentenze non erano suscettibili di ricorso né di alcun mezzo di impugnazione, salva la revisione. Il Tribunale operava in modo sommario senza alcuna garanzia per gli imputati..
Storia Fu istituito con la legge 25 novembre 1926, n. 2008 (Provvedimenti per la difesa dello Stato), una delle cosiddette leggi fascistissime, e attuato con i regi decreti 12 dicembre 1926, n. 2062 e 13 marzo 1927 n. 313. La sua prima sessione presieduta dal Generale di Corpo d'Armata Carlo Sanna ebbe luogo il 1º febbraio 1927 alle ore 10 presso la sesta sezione del Tribunale penale di RomaLeonardo P. D'Alessandro, I DIRIGENTI COMUNISTI DAVANTI AL TRIBUNALE SPECIALE, Studi Storici, Anno 50, No. 2 (APRILE-GIUGNO 2009), pp. 481-553. La prima sentenza venne pronunciata lo stesso giornoSentenza n.1, pagg.215-216, "Decisioni emesse nel 1927", 1980.
Secondo lo storico Alberto Aquarone:
L'ultima sentenza venne pronunciata il 23 luglio 1943 nella sessione presieduta dal Console Generale della MVSN Mario GriffiniSentenza n.189, pagg.658-660, "Decisioni emesse nel 1943", 1999. Il Tribunale speciale venne soppresso dal regio decreto-legge 29 luglio 1943, n. 668, adottato in seguito alla prima riunione del governo Badoglio I.
Il 3 dicembre 1943 nella Repubblica Sociale Italiana venne ricostituito un tribunale omonimo con decreto legislativo del duce n. 794, con sede a Mantova e poi a Padova, quindi a Bergamo, rimanendo operativo fino alla Liberazione.
Composizione Il tribunale speciale era costituito da ufficiali provenienti dalle forze armate del Regno d'Italia, quali il Regio Esercito, la Regia Marina, la Regia Aeronautica e la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Tali membri erano:
Un presidente proveniente tra gli ufficiali generali delle forze armate, anche se furono tutti appartenenti alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale; Uno o due vicepresidenti, che assistevano il presidente nelle sue funzioni; Un numero indeterminato (inizialmente stanziato a cinque) di giudici provenienti dagli ufficiali delle forze armate e dalla magistratura militare;
In totale i componenti del tribunale speciale furono 169, di cui 77 provenienti dalla Milizia, 37 dall'Arma dei carabinieri, 22 dalla giustizia civile, 24 dalla giustizia militare, 7 dall'esercito e 2 dal ministero dell'interno. Oltre ai giudici ordinari, sedeva anche un relatore proveniente dalla giustizia militare.
La costituzione del tribunale era ordinata dal Ministro per la guerra, che ne determinava la composizione, la sede e il comando presso cui era stabilito.
Dal 1926 al 1943, si susseguirono alla presidenza Carlo Sanna (1926-1928), Guido Cristini (1928-1932) e Antonino Tringali Casanuova (1932-1943).
Procedura L'istruttoria Dopo la denuncia da parte dell'OVRA il caso veniva affidato alla sezione istruttoria del Tribunale. I reati più lievi venivano esaminati da un unico giudice, quelli più gravi dalla Commissione istruttoria (composta da 4 membri). L'istruttoria poteva concludersi con l'assoluzione dell'imputato, con il rinvio al Tribunale speciale o, a seconda dei reati, alla Magistratura ordinaria o militare.. L'istruttoria poteva durare settimane nel caso di reati lievi (come offese al capo del governo) ma anche molti mesi o anni nei casi più impegnativi (come la ricostituzione di partiti antifascisti o attentati)., durante tutto questo periodo gli imputati rimanevano in carcere (il giudizio a piede libero veniva concesso solo in casi rarissimi per gravi motivi di salute o età avanzata). Le indagini erano affidate ad un ufficio di polizia giudiziaria costituito esclusivamente da ufficiali e sottufficiali dei carabinieri. In prigione gli imputati subivano "interrogatori pesanti, con bastonature e torture, in stato di isolamento, privi di comunicazioni con i familiari". Per i casi più lievi erano frequenti le assoluzioni in istruttoria per insufficienza di prove, si voleva dimostrare così una certa "indulgenza", certi della forza deterrente dell'esperienza carceraria. I prosciolti erano comunque affidati al controllo costante della polizia, che poteva eventualmente diffidarli e proporli per il confino..
Il processo Se l'istruttoria era lunga il processo raramente durava più di due o tre giorni (ma poteva concludersi anche in poche ore nei casi più semplici). "Sino a pochi giorni dal processo gli imputati ignorano su cosa si basino le accuse. Quando compaiono in aula, tutto è già deciso"..A Roma le sedute si tenevano nell'ampia aula IV del Palazzo di Giustizia ed erano caratterizzate da grande solennità. I giudici erano in alta uniforme della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale con tutte le decorazioni, i pochi giudici provenienti dalla magistratura ordinaria o militare portavano la toga. Il pubblico e i rappresentanti della stampa erano attentatamente selezionati. Poco prima dell'inizio dell'udienza gli imputati venivano condotti nell'aula incatenati salendo dal sotterraneo per una scaletta sulle cui pareti comparivano scritte come Morte ai traditori!, Le camicie Nere vi daranno piombo!. La procedura era sbrigativa: dopo l'interrogatorio dei testimoni d'accusa e a discarico (questi ultimi erano molto rari per il rischio di essere a loro volta incriminati) si passava alle richieste del pubblico ministero e della difesa e alla sentenza..Gli avvocati raramente potevano sviluppare un'organica linea difensiva, spesso subivano pesanti intimidazioni, frequentemente si limitavano a conformarsi alle tesi accusatorie, in alcuni casi erano addirittura conniventi con l'accusa (tale ad esempio il caso dell'avv. Bruno Cassinelli, difensore "di fiducia" di Tito Zaniboni, che era in realtà al soldo dell'OVRA.)Al momento della sentenza venivano prese misure eccezionali per soffocare eventuali contestazioni da parte degli imputati, in ogni caso ogni protesta comportava un aumento della pena. Emilio Lussu ricorda in proposito:
Il 30 novembre 1930 il socialista Sandro Pertini (futuro Presidente della Repubblica Italiana) venne picchiato a sangue perché, sorprendendo i carabinieri di guardia, era riuscito a gridare prima della sentenza "Abbasso il fascismo ! Viva il socialismo!" .
Attività
Il processo Della Maggiora
Il primo imputato a essere condannato a morte fu il comunista Michele Della Maggiora, che il 16 maggio 1928, mentre camminava per le strade del suo paese in provincia di Pistoia, uccise due fascisti: il sarto Gino Moschini e il barrocciaio Giovanni Buonamici. Il processo si svolse a Lucca dal 13 al 17 ottobre 1928. Il Presidente del Tribunale Guido Cristini destituì durante l'udienza il Pubblico Ministero Carlo Baratelli che si era rifiutato di chiedere la pena capitale, ritenendone insussistenti i presupposti giuridici, e lo sostituì con Massimo Dessy che chiese la fucilazione dell'imputato. L'avvocato difensore tentò inutilmente di far derubricare l'accusa in "duplice omicidio" (punibile al massimo con l'ergastolo secondo la legge penale ordinaria). Della Maggiora venne condannato per "strage" e fucilato il 18 ottobre 1928 presso il Cimitero di Ponte Buggianese...
Attentati a Mussolini Alcuni dei processi più clamorosi furono dedicati ai responsabili di falliti attentati contro Benito Mussolini.
Il primo riguardò il deputato socialista Tito Zaniboni, arrestato il 4 novembre 1925 a seguito di una delazione, prima di aver potuto mettere in atto il progetto. In questo caso il tribunale operò retroattivamente, poiché il reato era stato commesso prima della sua costituzione. Zaniboni e il generale Luigi Capello vennero condannati il 22 aprile 1927 a trent'anni di reclusione per insurrezione contro i poteri dello Stato..
Nel caso dell'attentato compiuto da Violet Gibson, allo scopo di non creare problemi con la Gran Bretagna, la donna venne prosciolta in istruttoria per totale infermità di mente e rimandata in patria dove venne internata in un ospedale psichiatrico..
Nel giugno 1927 venne processato l'anarchico Gino Lucetti, che l'11 settembre 1926 aveva lanciato una bomba contro l'auto del Duce. Anche in questo caso il tribunale operò retroattivamente. La condanna fu a trent'anni di reclusione..
Il 31 ottobre 1926, a Bologna, Mussolini subì un nuovo attentato. Il quindicenne Anteo Zamboni venne linciato dai fascisti come presunto attentatore. In realtà la dinamica del fatto è tuttora fortemente controversa. Il 7 settembre 1928 il tribunale condannò per complicità il padre di Anteo Mammolo Zamboni e la zia Virginia Tabarroni.. Anni dopo, il presidente del Tribunale Speciale Guido Cristini confidò di averli condannati "pur essendo innocenti. Perché così gli era stato ordinato dal Duce". Per queste parole Cristini fu costretto a rassegnare le dimissioni..
Nel 1931 venne condannato a morte l'anarchico Michele Schirru, trovato in possesso di due bombe. In questo caso non si era andati oltre la mera intenzione di compiere un attentato, nonostante ciò (e con la connivenza dell'avvocato difensore) venne applicata la massima pena..
La stessa sorte toccò nel 1932 al repubblicano Domenico Bovone e all'anarchico Angelo Sbardellotto. I loro casi vennero unificati anche se erano del tutto distinti. Bovone aveva compiuto alcuni attentati dimostrativi (con una vittima) mentre Sbardellotto non era andato oltre la mera intenzione. Il Tribunale volle vedere la loro azione come frutto di un'unica cospirazione da parte della Concentrazione antifascista. Furono entrambi fucilati..
Processi a irredentisti sloveni e croati Nei confronti degli oppositori allogeni il regime dimostrò particolare severità. Dal 14 al 16 ottobre 1929, il Tribunale speciale si riunì a Pola per giudicare alcuni esponenti del TIGR tra cui Vladimir Gortan (il cui nome venne italianizzato in Vladimiro), rei di aver tentato di impedire la partecipazione della popolazione di Pisino alle elezioni plebiscitarie del 1929. Erano stati sparati in aria alcuni colpi di arma da fuoco a scopo intimidatorio e un contadino era rimasto ucciso accidentalmente. Gortan, dopo essere stato torturato e dato per reo confesso, venne condannato a morte e fucilato il 17 ottobre. I suoi compagni Victor Bacac, Dusan Ladavaz, Vjekoslav Ladavaz e Zivko Gortan vennero condannati a trenta anni di reclusione. Gli avvocati difensori non tentarono neppure di sostenere la tesi dell'uccisione accidentale ma si adeguarono alle posizioni dell'accusa. In questo caso la condanna a morte di un solo imputato derivò dall'intervento di Papa Pio XII, sollecitato dal nunzio apostolico a Belgrado..