La guerra chimica è un tipo di guerra non convenzionale dove s'impiegano armi chimiche, una tipologia di armi di distruzione di massa, sia a scopo tattico (limitatamente al campo di battaglia), sia strategico (esteso anche alle retrovie ed ai centri di rifornimento del nemico). Si distingue dalla guerra biologica, che utilizza prevalentemente veleni di origine biologica.
Storia La guerra chimica dall'antichità al Medioevo
Esistono scritti cinesi risalenti al IV secolo a.C. che descrivono l'uso di soffietti per pompare fumo da fuochi accesi con vegetali tossici (alcune varietà di senape, ed altri), nei tunnel scavati dagli assedianti. Scritti cinesi ancora più antichi, circa del 1000 a.C., contengono centinaia di ricette per la produzione di gas velenosi od irritanti da usare in guerra ed in altre occasioni. Tramite questi reperti siamo venuti a conoscenza delle «nebbie cacciatrici di uomini» che contenevano arsenico, e dell'uso di calce finemente triturata, dispersa nell'aria per sedare una rivolta popolare nell'anno 178.
Il cronista polacco Jan Długosz narra l'impiego di gas velenosi da parte degli eserciti mongoli nella battaglia di Legnica nel 1241.
La testimonianza più antica dell'uso di gas velenosi in guerra risale al V secolo a.C., durante la guerra del Peloponneso, fra ateniesi e spartani. Le forze di Sparta allestirono durante un assedio una miscela incendiata di legno, resina e zolfo sperando che il fumo velenoso incapacitasse gli ateniesi, in modo da renderli indifesi nell'attacco che sarebbe seguito.
I persiani ricorsero all'uso di veleni per opporsi all'avanzata di Alessandro Magno (334 - 331 a.C.), i romani contro i sasanidi tra il 247 ed il 363 d.C., i bizantini li utilizzarono contro gli arabi tra il 636 ed il 711.
La riscoperta della guerra chimica
Durante il Rinascimento si considerarono nuovamente le possibilità della guerra chimica. Uno dei primi riferimenti in tal senso viene da Leonardo da Vinci, il quale nel XV secolo propose l'utilizzo di una polvere di solfuro d'arsenico e acetato di rame (verderame; vedi anche: Realgar):
Non sappiamo se la polvere in questione sia mai stata usata.
Nel XVII secolo, durante gli assedi, si cercò di provocare incendi col lancio di proiettili di artiglieria riempiti di zolfo, sego, colofonia, trementina, salgemma, e/o antimonio. Anche quando non si appiccava il fuoco, i fumi che si sviluppavano costituivano un notevole disturbo per il nemico. Sebbene la loro funzione primaria non fosse mai stata abbandonata, venne sviluppata una varietà di cariche per i proiettili, in modo da massimizzare gli effetti del fumo.
Nel 1672 durante l'assedio alla città di Groninga, Christoph Bernhard van Galen (vescovo di Münster) impiegò diversi tipi di congegni esplosivi ed incendiari, alcuni dei quali riempiti con belladonna, studiati per emettere fumi tossici. Solo tre anni dopo, il 27 agosto 1675, i francesi e i tedeschi conclusero il trattato di Strasburgo, il quale includeva un articolo che bandiva l'uso dei «perfidi ed odiosi» congegni tossici.
Nel 1854, Lyon Playfair, un chimico britannico, propose un proiettile d'artiglieria al cianuro da usarsi contro le navi nemiche per risolvere la situazione di stallo creatasi durante l'assedio di Sebastopoli. La proposta fu respinta dall'ammiraglio Thomas Cochrane della Royal Navy. Venne presa in considerazione dal primo ministro, lord Palmerston, ma il British Ordnance Department respinse la proposta come «un modo pessimo di fare la guerra tanto quanto avvelenare i pozzi del nemico».
La risposta che Playfair diede venne utilizzata nel secolo successivo per giustificare il ricorso alla guerra chimica:
Più tardi, durante la guerra civile americana, un insegnante di New York, John Doughty, propose l'uso offensivo del cloro, lanciando sul nemico un proiettile d'artiglieria da 254 mm con 2 - 3 litri di cloro liquido, che avrebbe prodotto qualche metro cubo di gas. Sembra che il piano di Doughty non fu mai realizzato, anche se venne probabilmente presentato al brigadier generale James W. Ripley, descritto come congenitamente refrattario alle idee nuove.
Un interesse generalizzato sull'uso dei gas velenosi si manifestò nel 1899 alla conferenza dell'Aia con la proposta di proibire i proiettili riempiti di gas asfissianti. La proposta fu approvata, nonostante il solo voto contrario degli Stati Uniti. Il rappresentante statunitense, il capitano di marina Alfred Thayer Mahan, giustificò il proprio voto col fatto che «L'inventiva degli americani non può essere limitata nello sviluppo di nuove armi».
La prima guerra mondiale
Il chimico Fritz Haber convinse i comandi tedeschi ad utilizzare per primi armi chimiche durante la prima guerra mondiale, ricorrendo a gas lacrimogeno. Il primo impiego su vasta scala avvenne nella seconda battaglia di Ypres (22 aprile 1915), quando i tedeschi attaccarono le truppe francesi, canadesi e algerine con gas di cloro. I morti furono pochi, ma gli intossicati furono relativamente numerosi. Un totale di 50.965 tonnellate di agenti polmonari, lacrimogeni e vescicanti furono impiegati dalle due parti su questo fronte, tra cui cloro, fosgene e iprite. I rapporti ufficiali dichiararono circa 1.176.500 casi di intossicazione non letale, e 85.000 vittime direttamente causate da agenti chimici durante la guerra.
Oggigiorno è ancora frequente che vengano alla luce munizioni inesplose contenenti agenti chimici, quando si scava nei campi di battaglia o nelle zone di deposito, e ciò continua a costituire un rischio per le popolazioni civili soprattutto del Belgio e della Francia (dove l'impiego fu massimo), meno comunemente in altre zone. I governi belga e francese hanno perciò dovuto predisporre appositi programmi per il trattamento delle munizioni rinvenute.
Dopo la guerra, molta parte degli agenti chimici rimasti ai tedeschi venne gettata nel Mar Baltico, come pure fecero gli altri contendenti in altre zone di mare. Nel corso del tempo l'acqua salata ha corroso gli involucri dei proiettili, e occasionalmente l'iprite fuoriesce dai contenitori raggiungendo la riva sotto forma di una sostanza cerosa simile ad ambra. Anche in forma solida l'agente è abbastanza attivo da causare gravi ustioni chimiche a chi lo tocca.
Gli anni fra le due guerre Dopo la prima guerra mondiale, gli Stati Uniti e molte potenze europee tentarono di trarre vantaggio dalla guerra tentando di creare o consolidare un proprio impero coloniale. In questo periodo gli agenti chimici furono occasionalmente utilizzati per sottomettere le popolazioni e reprimere le ribellioni.
Dopo la sconfitta del 1917, l'Impero ottomano collassò del tutto, e fu diviso fra le potenze vittoriose, in base al trattato di Sèvres. La Gran Bretagna occupò la Mesopotamia (l'odierno Iraq) e stabilì un governo coloniale.
Nel 1920 gli arabi e i curdi della Mesopotamia si ribellarono all'occupazione britannica; quando la resistenza guadagnò forza i britannici ricorsero a crescenti misure repressive, e lo stesso Winston Churchill, nella sua veste di segretario per le colonie, autorizzò l'uso di agenti chimici, specie iprite, sui ribelli. Consapevole dei costi finanziari di una repressione, Churchill confidava che le armi chimiche si potevano impiegare con poca spesa contro le tribù mesopotamiche, dicendo «Non capisco perché fare tanto gli schizzinosi riguardo all'uso del gas. Sono fortemente a favore dell'impiego di gas velenosi contro tribù non civilizzate.»
Sempre tra le due guerre mondiali, secondo voci diffuse, la Gran Bretagna ha fatto uso di armi chimiche anche contro le tribù di montanari afghani ostili, così come la Spagna contro i ribelli del Rif.
L'opposizione interna e difficoltà tecniche potrebbero aver impedito l'uso dei gas in Mesopotamia (gli storici sono divisi al riguardo): le armi chimiche avevano causato così tante sofferenze in Europa durante la guerra, che per la gente del tempo il loro uso era sinonimo delle maggiori atrocità. I quotidiani, le riviste e i memoriali erano pieni di resoconti di attacchi coi gas. Negli anni venti i generali sostenevano che da solo il gas non aveva mai vinto una battaglia; i soldati lo odiavano, e odiavano le maschere antigas; solo i chimici affermavano che era una buona arma. Nel 1925 sedici delle maggiori nazioni del mondo firmarono, nell'ambito della Terza Convenzione di Ginevra, un protocollo inteso a vietare l'utilizzo dei gas tossici; gli Stati Uniti lo ratificarono solo nel 1975.
Durante la guerra del Rif, nel Marocco occupato dalla Spagna, fra il 1921 e il 1927 forze congiunte franco-spagnole lanciarono bombe all'iprite nel tentativo di sedare la ribellione berbera.
Nel 1928 l'Italia fascista utilizzò gas asfissianti come il fosgene e bombe caricate ad iprite per reprimere i ribelli in Sirtica (Libia). Nel 1935 usò l'iprite ed altre armi chimiche durante l'invasione dell'Etiopia. Ignorando il protocollo di Ginevra firmato il 17 giugno 1925, l'aviazione militare italiana, autorizzata da Mussolini, ha utilizzato ingenti quantità di iprite, fosgene, arsine. Una reale stima dei danni provocati dall'impiego di tali armi è difficilmente calcolabile perché gli archivi militari sono stati resi inaccessibili dalle autorità italiane per molti anni. Per avere un'ammissione formale da parte della Repubblica Italiana dell'impiego di armi proibite nella campagna coloniale in Africa orientale, si dovrà attendere il governo Dini in carica tra il 1995 ed il 1996.
Anche l'Unione Sovietica impiegò gas velenosi nel periodo fra le due guerre: il comandante sovietico Michail Tuchačevskij ricorse alle armi chimiche nel 1921 per sopprimere una rivolta di braccianti vicino Tambov.
La seconda guerra mondiale
Durante la seconda guerra sino-giapponese e la seconda guerra mondiale, l'Impero giapponese utilizzò iprite e lewisite contro le truppe cinesi. Durante questi attacchi, i giapponesi utilizzarono anche armamenti batteriologici, diffondendo intenzionalmente colera, dissenteria, febbre tifoide, peste bubbonica ed antrace. Agli ordini del generale Shirō Ishii, l'Unità 731 fu incaricata di studiare e testare armi chimiche e biologiche, violando il protocollo di Ginevra che il Giappone aveva firmato nel 1925, nel quale tali armi vennero messe al bando.
Nel 2005, sessant'anni dopo la fine della guerra sino-giapponese, alcuni contenitori abbandonati dalle truppe giapponesi in ritirata vennero alla luce in siti di costruzione, causando molti morti ed infetti.
La guerra chimica fu rivoluzionata dalla Germania nazista, la quale scoprì gli agenti nervini tabun, sarin e soman. I nazisti svilupparono e produssero grandi quantità di numerose sostanze, ma la guerra chimica non venne utilizzata da nessuna delle potenze belligeranti. Documenti nazisti fecero emergere l'erronea convinzione dell'intelligence tedesca che gli Alleati fossero a conoscenza di queste sostanze, interpretando la mancanza di citazioni sui giornali scientifici americani come una evidenza che l'informazione veniva celata. Alla fine la Germania decise di non usare i gas nervini in combattimento temendo una devastante rappresaglia condotta con le stesse armi da parte degli alleati.
William L. Shirer scrisse nel libro The Rise and Fall of the Third Reich che l'alto comando inglese prese in considerazione l'uso di armi chimiche come ultima possibilità difensiva nell'evenienza di un'invasione nazista del suolo britannico.
Sebbene, come sopra detto, le armi chimiche non furono usate su larga scala durante la seconda guerra mondiale, vi furono altre circostanze in cui furono usate: I nazisti usarono l'insetticida Zyklon B, contenente acido cianidrico, per uccidere circa 1,1 milioni di ebrei e di persone nei campi di concentramento e sterminio come quelli di Auschwitz e Majdanek durante l'Olocausto.