Il Guerriero di Capestrano è una scultura in calcare locale rinvenuta nel 1934 nel territorio di Capestrano, in provincia de L'Aquila, e conservata a Chieti nel Museo archeologico nazionale d'Abruzzo. Raffigura un personaggio maschile stante, armato e riccamente ornato, ed è il pezzo meglio conservato e più noto della statuaria medio-adriatica, la produzione di stele e statue funerarie in pietra diffusa tra il tardo VII e il V secolo a.C. nell'area corrispondente all'odierno Abruzzo e alle regioni contigue..
La statua proviene da una necropoli utilizzata per circa un millennio nella piana del Tirino, nel territorio in età storica attribuito ai Vestini.. Sul pilastrino di sostegno è incisa un'iscrizione in paleosabellico, la cui lettura, discussa, secondo Adriano La Regina menziona il nome del personaggio raffigurato, un re di nome Nevio Pompuledio, e quello dello scultore, Aninis..
Rinvenimento e scavi Le circostanze del ritrovamento La statua fu rinvenuta nel 1934, in più parti e nel corso di alcuni mesi, durante i lavori di scasso di un vigneto condotti da un contadino sul terreno di proprietà di Michele Castagna.La localizzazione è indicata in modo non uniforme dalle fonti: la scheda di catalogo riportata da indica la località Cinericcio, fra il Lago, le sorgenti di Presciano e quelle del Tirino a Capo d'Acqua, mentre colloca il nucleo indagato nell'area di Rasiacucce-Fossascapana.
Nel resoconto pubblicato dallo scavatore, Giuseppe Moretti, il contadino, mentre scavava attorno a una grossa pietra per rimuoverla, si accorse che ne emergevano forme umane, ma non vi diede peso; poco dopo scoprì a qualche metro di distanza un elmo grande come uno scudo e, sotto di esso, un busto di donna. I tre pezzi rimasero abbandonati sul terreno per una ventina di giorni, finché il comandante della locale stazione dei carabinieri non riconobbe sulla figura, ripulita dalla pioggia, le parti di un'armatura e ne fece dare notizia alle autorità.. Secondo la scheda di catalogo, gli scavi della Soprintendenza alle antichità di Roma diretti da Moretti furono avviati grazie all'interessamento di padre D. Egizi..
Le campagne di scavo Lo scavo, condotto nel dicembre 1934 sul luogo del rinvenimento, permise di recuperare in più pezzi tutte le parti mancanti della statua maschile a eccezione della cresta del copricapo, e portò alla scoperta di trentatré tombe di età diversa, ventuno delle quali di VII-VI secolo a.C.. Nulla invece fu ritrovato della figura femminile.
Una seconda campagna, condotta fra il 17 giugno e il 2 agosto 1937, restituì un'altra statua maschile munita di pilastrini e recante un'iscrizione dello stesso tipo, e la parte inferiore della statua femminile.. Di questa campagna non fu pubblicato nulla e i due frammenti risultano oggi dispersi.. Sulla base della documentazione d'archivio si ritiene che presso la tomba 3 fossero originariamente collocate tre o quattro statue in pietra, una femminile e le altre maschili..
Le ricerche nella necropoli sono proseguite negli anni sessanta a opera dell'Università di Pisa, negli anni settanta e nel 1992 con interventi della Soprintendenza, e dal 2003 con campagne sistematiche..
Vicende conservative I materiali del 1934, insieme alle due sculture, furono depositati al Museo nazionale romano; durante la guerra la statua fu nascosta entro dolii e interrata non lontano dal museo, insieme all'Afrodite di Cirene. Nel dicembre 1945 il Guerriero e il torso femminile furono trasferiti al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, e infine a Chieti in due riprese, nel 1958 e nel 1962..
Il primo restauro, condotto sotto la direzione di Moretti, ricongiunse i due tronconi mediante perni in lega metallica affogati nel piombo e integrò con vistose aggiunte la cresta del copricapo e i calzari.. Un secondo intervento, affidato al restauratore Pico Cellini in occasione della mostra romana del 1969, smontò tali integrazioni e riportò in luce le tracce di colore rosso..
Descrizione
Materiale e tecnica La scultura è ricavata da un unico blocco di calcare in facies di rampa carbonatica del Miocene medio, riferibile al Gruppo di Bolognano, i cui affioramenti si trovano in destra idrografica del Tirino, quindi nell'area stessa della necropoli; il copricapo è invece ricavato da un blocco distinto.. La lavorazione è stata condotta con scalpelli a punte diverse e a punta piatta, con una lisciatura finale ottenuta mediante un abrasivo soffice..
La figura poggia su un plinto ed è affiancata da due pilastrini che salgono dalla base fino ai gomiti. Secondo le misure prese da Moretti l'altezza è di 2,09 m con l'elmo e senza il plinto, e di 1,71 m senza l'elmo, mentre il plinto conserva una porzione grezza destinata a essere interrata.Parte della letteratura recente indica invece i 209 cm come altezza complessiva comprensiva di una base di circa 35 cm: cfr. e .. La figura umana è dunque di dimensioni prossime al vero.
La statua era policroma: restano tracce abbondanti di rosso, la cui natura è stata riconosciuta mediante fluorescenza a raggi X in un pigmento a base di ferro, riconducibile a ocra rossa o a ematite..
Il volto e la maschera La presenza di una maschera sul volto, sostenuta fin dai primi studi ma negata da altri studiosi, che vi vedevano un effetto del trattamento plastico del viso,La posizione di Luisa Franchi dell'Orto è riferita da . è stata confermata dalle indagini in fluorescenza ultravioletta condotte nell'ambito del progetto ARS: il volto è coperto da uno strato pittorico bianco che si arresta sulla fronte, non prosegue nel copricapo e segue i bordi laterali del viso, mentre l'incarnato è reso con una quantità minore di bianco..
Sulla funzione della maschera il dibattito resta aperto: Vincenzo d'Ercole ritiene difficilmente accettabile l'ipotesi della maschera funeraria, mai attestata in contesti medio-adriatici, e propone piuttosto una protezione del viso di tipo cavalleresco, eventualmente con frontale basculante..
Il copricapo
Il grande copricapo discoidale, di 65 cm di diametro, è ricavato da un blocco a parte e fissato al capo mediante un tenone; sulla sommità reca le tracce di una cresta oggi perduta.. Analoghi alloggiamenti per un copricapo lavorato a parte si riscontrano sulle stele di Penna Sant'Andrea, sulla testa di Loreto Aprutino e su quella di Manoppello..
L'ipotesi che si trattasse di uno scudo, un clipeus pinnatus portato eccezionalmente sul capo, fu avanzata da Silvio Ferri nel 1949. e ripresa nella voce dellEnciclopedia dell'Arte Antica del 1959,. ma fu abbandonata già nel supplemento del 1973 della stessa enciclopedia, dopo che i restauri avevano mostrato che il lophos ricadeva posteriormente in una coda.. Giovanni Colonna la considera oggi definitivamente superata..
Secondo Colonna il copricapo è la traduzione in pietra di un petaso, il cappello a falda larga di cuoio, feltro o paglia ampiamente documentato nell'iconografia greca, etrusca e italica. Lo stesso copricapo è attestato in contesti diversi e su un'area vasta: sulle stele sipontine, sulle statue acroteriali sedute di Murlo, sui cosiddetti «scudi» garganici su colonnetta a fungo da Monte Saraceno e sui dischi della necropoli di Comino presso Guardiagrele; l'accostamento con le statue di Murlo era già stato proposto da Colonna in precedenza..
La sua ambientazione originaria in regioni di allevamento come la Tessaglia e l'Etolia, la sua presenza fra gli attributi di Ermes, dio dei pastori e dei viandanti, e il suo uso nell'arte delle situle come attributo del ceto più elevato ne farebbero un'allusione simbolica alla ricchezza e al potere derivanti dal possesso di bestiame: il copricapo alluderebbe cioè alla qualità di pastore prima ancora che a quella di guerriero..
Armamento offensivo Sui pilastrini laterali sono raffigurate due lance con cuspide foliata e sauroter, lunghe rispettivamente 129 e 136 cm, munite sull'asta di un uncino che ne agevolava il lancio. Armando Cherici vi riconosce lhasta amentata, arma polivalente adatta tanto al brandeggio quanto al getto, e osserva che i due pilastrini sono comunque indispensabili alla statica della scultura..
Sul torace pende una lunga spada con elsa a croce, inserita in un fodero con ricco puntale semicircolare; elsa, puntale e ghiera recano decorazioni con figure antropomorfe e zoomorfe. Il tipo, ampiamente documentato nei corredi abruzzesi, è stato definito «spada tipo Capestrano».. Sopra il fodero è raffigurato un lungo coltello, interpretato da d'Ercole e Cella come cote per mantenere affilata la lama. e da Cherici come coltellaccio monotagliente, di natura non necessariamente bellica..
Nella mano destra la figura impugna un'ascia trapezoidale a occhio, di tipo pressoché privo di confronti nel record archeologico regionale. Moretti vi riconosceva un attributo di comando,. mentre Cherici la considera un'arma d'uso e osserva che il termine appropriato in italiano sarebbe «scure».. Per Colonna l'ascia rende esplicito il valore di segno di rango assunto dal gesto delle braccia..
Armamento difensivo Un complesso sistema di cinghie sorregge sul petto e sul dorso una coppia di dischi-corazza (kardiophylakes). A lungo ritenuti privi di decorazione centrale, e per questo accostati agli esemplari di tipo Mozzano documentati nelle necropoli vestine di Bazzano e Fossa,. essi si sono rivelati decorati: le indagini del progetto ARS hanno riconosciuto sul disco posteriore la figura dell'animale fantastico noto come «drago dei Vestini», di cui restano tracce anche sul disco anteriore..
Dal cinturone che stringe i fianchi pendono due mitre, a difesa della zona inguinale e di quella lombare, con bordo decorato a meandro. Fu Moretti a riconoscere per primo in questo elemento la mitra nota dalle armature omeriche, confrontandolo con l'esemplare bronzeo del Museo di Ancona e con quello romboidale da Veio..
I piedi calzano sandali stretti da corregge. La presenza di schinieri, indicata da parte della letteratura divulgativa, non è a oggi dimostrata: le indagini multispettrali ne hanno riconosciuto la probabile presenza sulla scultura di Collelongo detta «Gambe del Diavolo», e la verifica sul Guerriero è stata annunciata come prossimo passo della ricerca.; .
Ornamenti
La figura porta al collo un torque a fascia con capi aperti sul retro e pendaglio quadrangolare, un'armilla al braccio destro e due al sinistro, dalla inferiore delle quali pendono elementi trapezoidali che richiamano da vicino i pendagli in ambra della stessa forma. Un repertorio di collari e pendagli analogo ricorre sulla stele di Guardiagrele e sulle statue transalpine di Hirschlanden e del Glauberg.. Nella tomba 1 di Villa Clara a Matelica un'armilla bronzea rinvenuta in posizione anatomica corrisponde a quelle raffigurate sulla statua..
L'iscrizione Sul pilastrino, entro una fascia dipinta di rosso, corre un'iscrizione in lingua paleosabellica, o sudpicena, disposta verticalmente dal basso verso l'alto e con andamento sinistrorso. La fascia è larga 5 cm in basso e 3,5 in alto, le lettere raggiungono un'altezza massima di 3,7 cm, il testo si estende per 96,7 cm e presenta nella parte superiore una lacuna di 9 cm..
Il testo è redatto in scriptio continua, caso pressoché unico nel corpus sudpiceno insieme all'iscrizione su pisside da Campovalano; il segno costituito da un punto non è un divisore di parola ma ha il valore fonetico di /o/, acquisizione dovuta a Gerhard Radke e confermata dopo la scoperta delle stele di Penna Sant'Andrea..La voce dellEnciclopedia dell'Arte Antica del 1959 descriveva ancora il testo come diviso da punti interpuntivi.
La decifrazione ha attraversato una lunga serie di tentativi, dalla prima lettura di Francesco Ribezzo del 1935, che interpretava il testo come non italico e lo collegava all'etrusco, fino alle proposte più recenti.. La lettura oggi discussa è quella proposta da Adriano La Regina:
ma kuprí koram opsút aninis raki nevíi pomp[uled]íi