Figura storica del movimento comunista in Emilia e partigiano decorato con medaglia d'argento, fu tra i protagonisti della Resistenza italiana e divenne sindaco di Correggio dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1947 venne accusato ingiustamente dell'omicidio di don Umberto Pessina e fu condannato a 22 anni di carcere (di cui ne scontò 10 grazie a un indulto). Fu scagionato in modo definitivo solamente nel 1994.
Biografia La formazione e la partecipazione alla guerra di Resistenza Germano Nicolini nacque a Fabbrico, nella provincia di Reggio nell'Emilia, il 26 novembre 1919, da una numerosa famiglia contadina di formazione cattolica. Iniziò, ma poi interruppe per malattia, gli studi classici presso il liceo statale Rinaldo Corso di Correggio, conseguendo in seguito un diploma in ragioneria e iscrivendosi quindi all'Università commerciale Luigi Bocconi di Milano. Durante la Seconda guerra mondiale divenne ufficiale del 3º Reggimento carri.
Fatto prigioniero l'8 settembre 1943 dai tedeschi nei pressi di Tivoli, dove l'unità carrista era stata distaccata nella difesa di Roma, riuscì a darsi alla fuga e a rientrare in Emilia, dove confluì nella Resistenza italiana diventando comandante del terzo battaglione della 77ª Brigata SAP "Fratelli Manfredi", composto da 900 uomini. Durante questo periodo acquisì i soprannomi di Demos, poi Giorgio e infine Diavolo, datogli per una fuga rocambolesca dai tedeschi; egli stesso ha in seguito raccontato: «Ero in bicicletta, disarmato, in una zona che credevo sicura. I tedeschi sbucarono da un argine. Mi buttai giù e corsi zigzagando tra gli alberi, mentre quelli sparavano all'impazzata. Da una finestra due sorelle, nostre staffette, esclamarono: "L'è propria al dievel"Traducibile dal dialetto reggiano come: "È proprio il diavolo".».
Durante la guerra partecipò a tredici scontri a fuoco e a due combattimenti in campo aperto, la Battaglia di Fabbrico e quella di Fosdondo (frazione di Correggio, dove invece perì, fra gli altri, Luciano Tondelli), contro i nazifascisti, riportando due ferite. Dopo la liberazione venne nominato comandante della piazza di Correggio, quindi ufficiale addetto ai rapporti tra il governatorato e le amministrazioni comunali della bassa reggiana dal governatore americano Adam Jannette. Si distinse anche per l'equilibrio e la difesa di prigionieri fascisti appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana, evitando in più occasioni – come testimoniarono al processo di Perugia del 1947 alcuni di essi – tentativi di giustizia sommaria.
Fu anche responsabile partigiano del carcere di Correggio e in tale ruolo, il 27 aprile 1945, respinse il primo di due assalti alla prigione da parte dei partigiani, i quali, senza un mandato del Comitato di liberazione nazionale, volevano prelevare sette repubblichini; per questo un capo militare della Resistenza lo minacciò giurandogli: «Un giorno ci sarà una pallottola anche per te!».L'episodio è descritto da Giampaolo Pansa nel suo saggio Il sangue dei vinti (2003).
Segretario dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (ANPI) di Correggio, si distinse nell'immediato dopoguerra come pioniere della riconciliazione nazionale aprendo una mensa del reduce cui potevano accedere partigiani ed ex-fascisti che non si erano macchiati di crimini. Alla domanda: «Rifarebbe oggi ciò che fece allora?», Nicolini rispose: «Certo che lo rifarei, perché non ho nulla di cui pentirmi o vergognarmi, avendo sempre fatto il partigiano nel più assoluto rispetto delle norme internazionali di guerra, come da trattato di Ginevra».Dall'intervista contenuta nel libro Volti di libertà. Partigiani che raccontano la Resistenza di Alessandro e Denis Fontanes.
Il suo contributo alla lotta resistenziale è sintetizzato nella scheda n. 10591 del Comitato Provinciale ANPI di Reggio Emilia, stilata nell'immediato dopoguerra, nella quale oltre ai riferimenti anagrafici, alla posizione militare, al periodo di attività partigiana, ai luoghi dove ha operato, alla appartenenza alla 77ª Brigata SAP, alla posizione di Comandante, alle azioni di combattimento, viene riportata la specifica di "perseguitato dai nazi-fascisti". Significative sono le note sintetiche che esprimono il giudizio: « Partigiano. Elemento di punta. Dotato di un coraggio e di un'audacia da vero ardito. Trascinatore con l'esempio.Ottimo, ottimo, ottimo ».
Alle elezioni amministrative del marzo 1946 fu eletto nel Consiglio comunale di Correggio con la lista del Partito Comunista Italiano, al quale si era iscritto nel dopoguerra senza però mai ricoprire incarichi di partito. A fine dicembre dello stesso anno, dopo le dimissioni del sindaco Arrigo Guerrieri, divenne primo cittadino,Nessuno vuole la verità, Dea Cagna 1993 ricevendo anche i voti di tre consiglieri dell'opposizione democristiana, in una zona e in un periodo ancora turbati dalle vendette e dai delitti di stampo politico. Fondendo gli ideali comunisti con quelli cattolici, si impegnò principalmente per la popolazione più bisognosa e per gli ex combattenti della guerra.
Politicamente era una figura atipica. Così viene descritto nella bibliografia dallo storico Massimo Storchi: « Dopo la liberazione era un personaggio in vista, forte del suo carisma e di un'aura eroica popolare che si era diffusa nella poplazione. Alto e slanciato, di bell'aspetto, studente universitario, borghese benestante, ufficiale dell'esercito, valoroso comandante partigiano, non passava inosservato. Politicamente non era inquadrabile. Qualcuno parlava di lui come di un liberale di sinistra. Era cattolico e la Democrazia Cristiana per questo lo corteggiava. I monarchici del luogo e della provincia, finita la guerra, parlavano di esemplarità della sua condotta nel rifiutare con fermezza forme di giustizia sommaria nei giorni della liberazione. Grazie a questa fermezza molti fascisti gli dovevano la propria incolumità. Un'anziana nobildonna gli dedicò una lunga poesia, tessendone le lodi come partigiano. Era stato nominato dal CLN resposnsabile della Piazza di Correggio. Il governatore americano Adam Janette lo aveva chiamato a tenere i rapporti con le autorità locali della bassa. In una breve visita a Correggio il Luogotenente Generale del Regno d'Italia, il futuro "Re di maggio" Umberto di Savoia, lo volle al suo fianco, ospite del capitano Bisi, assieme ad alti ufficiali italiani, inglesi e americani. »
Questo incontro ebbe un seguito: re Umberto scriverà al governatore americano della provincia, pregandolo di convocare Diavolo per proporgli di entrare nella carriera militare.
L'assassinio di Umberto Pessina
Il 18 giugno 1946 nei pressi della parrocchia di San Martino Piccolo, una frazione di Correggio, venne ucciso sulla porta della canonica con due colpi di pistola don Umberto Pessina. Dopo due arresti errati di persone che avevano avuto dei dissapori col prete, del delitto, che si unisce alle altre esecuzioni sommarie eseguite dopo la liberazione, vennero accusati Germano Nicolini, Ello Ferretti e Antonio Prodi (detto Negus), tre partigiani, i quali vennero arrestati nel 1947. Nicolini venne arrestato il 14 marzo 1947, tre giorni prima della nascita della primogenita Riccarda. I sospetti si concentrarono su Nicolini in seguito alla rivelazione di una donna, Ida Lazzaretti, che testimoniò di averlo sentito pronunciare la sera precedente il delitto le seguenti parole: «Quel prete bisogna subito toglierlo dal mondo». Nel 1992, quando venne riaperto il caso, la nipote di Lazzaretti affermò che la donna aveva confessato a suo figlio di avere mentito al processo, spinta a fare ciò dal cappellano dell'ospedale di Correggio,ANSA, 20 marzo 1992 don Enzo Neviani, mediante una ricompensa economica.
Ma i veri responsabili erano Cesarino Catellani, Ero Righi e William Gaiti, anch'essi partigiani; i primi due, nel gennaio 1948, un anno e mezzo dopo il delitto, dopo essere fuggiti in Jugoslavia confessarono addirittura spontaneamente il crimine, che commisero per errore, ma non furono creduti e vennero condannati per autocalunnia. Le confessioni di Catellani e Righi vennero interpretate come un tentativo di salvare il sindaco di Correggio dall'accusa infamante di omicidio per ragioni di partito fissate da Ottavio Morgotti, segretario comunista di Correggio. Il testimone chiave dell'accusa, Antenore Valla, affermò più volte durante il processo che le proprie dichiarazioni gli erano state estorte e di esser stato torturato – mediante un cerchio metallico stretto attorno alla testa – dai carabinieri del capitano Pasquale Vesce che, per la solerzia dimostrata nel risolvere il caso, ottenne dal Papa la commenda pontificia dell'Ordine di San Silvestro Papa e fu promosso generale. Valla era un ex partigiano e sperava di avere la libertà in cambio delle sue rivelazioni. Egli mentendo raccontò che lo stesso Prodi gli aveva confessato di avere ucciso don Pessina insieme a Ferretti, su ordine di Nicolini.
Non venne dato il giusto valore alle testimonianze che asserivano che Nicolini giocava a bocce in un paese vicino. Il 26 febbraio 1949 la Corte d'Assise di Perugia lo condannò come mandante di omicidio volontario premeditato a 22 anni di carcere e alla perdita di ogni diritto civile e militare; ne scontò effettivamente dieci – Ferretti e Prodi, condannati come esecutori, ne espiarono invece sette – grazie all'indulto per gli ex appartenenti alle formazioni partigiane, uscendo di prigione alla fine del 1956. Inutilmente Nicolini cercò di dimostrare la sua innocenza. Nel 1990 il caso venne riaperto su invito dell'ex-deputato comunista Otello Montanari, che incitò la popolazione, con un articolo ribattezzato Chi sa parli, a rivelare informazioni riguardo ai delitti avvenuti nel Triangolo della morte durante gli anni quaranta. Il cosiddetto "terzo uomo" che era stato citato da diverse testimonianze all'epoca del delitto, William Gaiti, che a differenza di Righi e Catellani si era rifiutato di confessare e poi espatriare clandestinamente in Jugoslavia, confessò il 10 settembre 1991 al procuratore di Reggio Emilia Elio Bevilacqua di aver preso parte all'omicidio insieme a Catellani e Righi e di avere sparato a don Pessina. I figli di Gaiti e Nicolini erano stretti amici e forse è stato proprio questo rapporto confidenziale a spingere il vero colpevole a confessare l'accaduto. Ferretti, Prodi e Nicolini furono definitivamente «assolti per non aver commesso il fatto» solamente l'8 giugno 1994 (48 anni dopo il delitto) quando, assistiti dagli avvocati Giuliano Pisapia e Dino Felisetti, vennero scagionati nel processo di revisione dalla Corte d'appello di Perugia. I veri responsabili dell'omicidio rimasero liberi e furono prosciolti il 7 dicembre 1993 in applicazione dell'amnistia emanata dal Governo Pella nel 1953 per tutti i reati politici (venne quindi esclusa la premeditazione dell'atto) commessi entro il 18 giugno 1948. Furono stabiliti per Nicolini 2 miliardi e mezzo di lire come risarcimento.
Il processo Il primo processo si svolse a Perugia nel 1947, spostato dalla sua sede naturale, Reggio Emilia, per legittima suspicione dopo pressioni del vescovo di Reggio su diversi ministri. Nicolini venne accusato di essere dapprima esecutore materiale del delitto, poi suo mandante. Prodi fece diverse confessioni, per poi ritrattare più volte quanto affermato. Tuttavia, il giudice ricavò numerosi dati da queste rivelazioni, tanto da identificare Nicolini come mandante dell'operazione, Ferretti come esecutore materiale e Prodi come suo complice.