Biografia Le origini e l'ingresso nel Regio Esercito Nacque a Modena il 2 febbraio 1887 da Giovan Battista Roatta e da Maria Antonietta Richard. Il padre, originario del cuneese,L'atto n. 36/1887 dell'Archivio Storico del Comune di Modena contiene la seguente informazione: Roatta Mario Giuseppe Leon nacque a Modena - Via dei Servi 15 - il 2 gennaio 1887 da Giovan Battista (Capitano) e Richard Maria Antonietta. Il medesimo ha sposato a Roma (atto n. 31/1922) Mancini Ines il 14 gennaio 1922 ed è morto, sempre a Roma, il 6 gennaio 1968 (atto n. 84). Nei registri di stato civile conservati presso l'Archivio Storico del Comune di Modena, Giovan Battista Roatta non risulta domiciliato a Modena bensì a Saluzzo (Cuneo) e Villanovetta (Comune di Verzuolo - Cuneo). era capitano del Regio Esercito. Nel 1904 entrò come allievo all'accademia militare di Modena. Appena diciannovenne, nel 1906, divenne sottotenente presso il 26° reggimento di fanteria a Torino; tre anni dopo ottenne i gradi di tenente. Dopo aver frequentato la scuola di guerra dell'esercito nella città piemontese, fu trasferito con il grado di capitano allo stato maggiore dell'esercito.

La prima guerra mondiale e la guerra civile spagnola Durante la prima guerra mondiale combatté sia sul fronte francese sia su quello italiano; fu promosso nel 1917 a tenente colonnello, e decorato con tre medaglie d'argento al valor militare. Nel primo dopoguerra fu addetto militare presso le ambasciate italiane a Varsavia (1927-1931, con competenza su Riga, Tallinn e Helsinki). Nel 1930 fu promosso colonnello.

A Varsavia, sempre all'inizio del 1930, Roatta compì un'analisi dei concetti di impiego tattico dello stato maggiore francese, entrando in contatto con gli ufficiali superiori francesi che dirigevano la scuola di guerra polacca. Dopo un periodo al comando dell'84º Reggimento "Venezia" dal 15 dicembre 1930 al 1º luglio 1933, nel 1934 divenne capo del Servizio Informazioni Militari, e vi rimase fino all'agosto 1939, anche se solo sul piano formale, poiché dal 1936 fu nominato comandante del Corpo Truppe Volontarie (CTV) italiane nella guerra civile spagnola, al fianco delle truppe golpiste guidate da FrancoMario Cervi, Indro Montanelli, L'Italia dell'Asse - 1936-10 giugno 1940, Bur - ISBN 8858643038.

In questa spedizione rivestì un ruolo di discreta rilevanza, soprattutto dopo che rimase ferito a un braccio durante l'attacco a Malaga, che concluse con una vittoria e con la cattura di circa 10 000 prigionieri repubblicani; in seguito Roatta divenne generale di brigata. Nel marzo del 1937 subì una dura sconfitta a Guadalajara contro la XII Brigata internazionale, comprendente il Battaglione Garibaldi, formato quasi prevalentemente da volontari italiani antifascisti. Poco tempo dopo il suo ruolo fu ridimensionato e il comando dei volontari fu assunto dal generale Ettore Bastico.

Mentre Roatta era impegnato al comando della spedizione in Spagna, il controllo effettivo del SIM era passato nelle mani del colonnello Paolo Angioy. Secondo risultanze giudiziarie, Roatta insieme con Angioy, il colonnello Santo Emanuele e il maggiore Roberto Navale, sarebbe stato l'ideatore del piano per uccidere i fratelli Rosselli, assassinati in Francia nel 1937Mimmo Franzinelli, Il delitto Rosselli. 9 giugno 1937. Anatomia di un omicidio politico, Mondadori, Milano, 2007. Si è sospettato, ma non provato, che abbia fatto uccidere numerosi antifascisti che avevano trovato asilo in paesi vicini.

La seconda guerra mondiale e l'operato in Jugoslavia

Nominato addetto militare a Berlino dal luglio al novembre 1939 seguì, con questa veste, la crisi di Danzica e lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Sempre da Berlino, ebbe competenza anche su Svezia, Danimarca, Finlandia e Lituania, e redasse quindi importanti e dettagliati rapporti sull'apparato militare degli Stati baltici a poche settimane dall'invasione sovietica. In un altro rapporto dell'ottobre, mise in evidenza i positivi risultati delle truppe corazzate e meccanizzate della Wehrmacht.

Tornato in Italia fu nominato sottocapo di stato maggiore nel 1940. Con questo incarico riuscì a eludere i tedeschi nella preparazione dei piani di attacco a sorpresa della Grecia. Dal 24 marzo 1941 fino al 19 gennaio 1942 fu capo di stato maggiore dell'Esercito Italiano. In qualità di comandante dell'esercito italiano nella provincia di Lubiana, il 1º marzo 1942Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, p. 116, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2006, ISBN 88-04-55129-1 emanò la "Circolare 3C", che equivalse a una dichiarazione di guerra contro la popolazione slovena civile.IngentaConnect James H. Burgwyn, General Roatta's war against the partisans in Yugoslavia: 1942, in: Journal of Modern Italian Studies, Volume 9, Number 3, September 2004, pp. 314-329 (16) Giuseppe Piemontese, Twenty-nine months of Italian occupation of the Province of Ljubljana, 1946, p.3. Book also quoted in: Ballinger, P., History in exile: memory and identity at the borders of the Balkans. Princeton University Press, 2002, p. 138. ISBN 0-691-08697-4 Le disposizioni del generale Mario Roatta erano del tutto simili a quelle impartite dai comandanti tedeschi P. Ballinger, cit.: rappresaglie, incendi di case e villaggi, esecuzioni sommarie, raccolta e uccisione di ostaggi, internamenti nel campo di concentramento di Arbe e nel campo di concentramento di Gonars.

Il 20 gennaio 1942 venne nominato comandante della 2ª Armata in Croazia dove ordinò nella guerra partigiana di "...applicare le sue disposizioni senza false pietà", dando così inizio a una vera e propria azione di terrore contro i civili che davano supporto logistico alle bande partigiane. Applicando la circolare 3C dove si diceva di applicare il criterio della testa per dente, vennero devastati numerosi villaggi.

Il generale Roatta emanò inoltre anche ordini espliciti: "(...) Se necessario, non rifuggire da usare crudeltà. Deve essere una pulizia completa. Abbiamo bisogno di internare tutti gli abitanti e mettere le famiglie italiane al loro posto"Jonathan Steinberg, All Or Nothing: The Axis and the Holocaust, 1941-1943, Routledge, 2002 ISBN 0-415-29069-4, p.34, "(…) l'internamento può essere esteso… sino allo sgombero di intere regioni, come ad esempio la Slovenia. In questo caso si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione… e di sostituirle in loco con popolazioni italiane"Angelo Del Boca, Italiani, brava Gente?, Neri Pozza editore, Vicenza, 2005, p. 241 ISBN 88-545-0013-5Nota al Comando Supremo prot. 08906 dell'8 settembre 1942, in: Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa, Založba Lipa, Koper 2001, p. 231, ISBN 961-215-040-0.

Il ruolo nel salvataggio degli ebrei in Dalmazia

La Germania nel 1942 aveva richiesto all'Italia la consegna degli ebrei che erano stati isolati e in parte già internati in apposite strutture delle zone occupate, soprattutto della Dalmazia. L'iniziale risposta di Mussolini era stata accondiscendente, tuttavia alle assicurazioni del Duce non seguivano fatti coerenti delle amministrazioni periferiche. Peraltro, il Vaticano si muoveva con monsignor Montini (in seguito papa Paolo VI) e altri alti prelati per scongiurare l'ipotesi, sebbene solo nel novembre dello stesso anno il segretario di Stato pontificio chiese formalmente all'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede Raffaele Guariglia di non procedere alla consegna. La richiesta faceva seguito a trattative localmente intessute dal vescovo di Trieste e Capodistria Antonio Santin, che aveva avviato un carteggio con Roatta, comandante della 2ª Armata e responsabile della forza di occupazione italiana; in questi scambi Roatta aveva promesso che, se pure non poteva trasferire gli ebrei in Italia, comunque poteva trattenerli nella zona occupata.

In realtà, intanto l'ordine di Mussolini aveva formalmente e ufficialmente solo scopi di identificazione, nonché il proposito di rendere alle autorità croate quelli che fossero stati riconosciuti cittadini croati. Incominciarono dunque a pervenire a Roma diversi pareri di autorità italiane che sconsigliavano di aderire alla richiesta dell'alleato germanico: il generale dei Carabinieri Giuseppe Pièche comunicò che la sorte dei deportati cominciava a essere nota presso le truppe, provocando malcontento, mentre serbi e musulmani si affidavano al tricolore temendo che la sorte potesse volgere anche a loro pericolo. Il governatore della Dalmazia Giuseppe Bastianini era poco dopo andato nella Capitale a esprimere le stesse perplessità. A distanza di solo qualche giorno, andò a Roma anche Roatta, per il quale l'eventuale consegna avrebbe provocato irritazione nella popolazione locale, agitazione della minoranza serba e grave complicazione delle attività di controllo; tutto ciò mentre negli alti gradi militari e diplomatici serpeggiava autonoma insofferenza per l'ingerenza tedesca in sfere di esclusiva competenza nazionaleSusan S. Zuccotti, Il Vaticano e l'Olocausto in Italia, Sintesi (Bruno Mondadori) / [ESBMO] / Editore Pearson Italia S.p.a., 2001 - ISBN 8842498106.

C'erano naturalmente anche diffuse contrarietà limpidamente basate su questioni umanitarie; a ogni modo si sviluppò un ostruzionismo che si nutriva di cavilli evasivi ed espedienti burocratici, che ritardava ogni giorno di più la consegna, sino a che nel 1943 Mussolini, messo alle strette dai tedeschi, sentiti i responsabili italiani delle aree coinvolte, fra cui anche Roatta, negò definitivamente la consegna.

La 2ª Armata decise in più occasioni di proteggere i villaggi serbi e la popolazione ortodossa dai massacri croati. Bande di cetnici furono persino armate dagli italiani e inquadrate come forze ausiliarie. Analoghe testimonianze provengono dagli archivi tedeschi i quali sostengono che le truppe al comando di Roatta si interposero spesso tra gli ustascia e le comunità in pericolo. Ciò nonostante truppe italiane, dietro suo ordine diretto o raccomandazione generale, fucilarono prigionieri partigiani, rifiutarono la resa ad alcuni reparti della resistenza iugoslava, applicarono le rappresaglie, prelevarono ostaggi tra la popolazione civile, e fecero terra bruciata dei borghi sospettati di dare rifugio ai partigiani. Spesso senza nessuna motivazione plausibile. Gli stessi nazisti criticarono i metodi troppo drastici che applicava il generale Roatta con la sua Armata nei territori italiani. In un bollettino, Roatta specificava: "Non occhio per occhio e dente per dente! Piuttosto una testa per ogni dente".

Il 5 febbraio 1943, Roatta venne posto al comando della 6ª Armata in Sicilia, mentre il 1º giugno venne nuovamente nominato Capo di Stato Maggiore dell'Esercito oltre che comandante delle forze armate della Sicilia (lo resterà fino al 18 novembre 1943).

L'armistizio di Cassibile e il ruolo nel governo Badoglio

Con l'insediamento del governo Badoglio I, Roatta conservò la carica di Capo di stato maggiore dell'esercito. Questi diede l'ordine di reprimere le manifestazioni inneggianti la fine del regime fascista, attraverso la cosiddetta "circolare Roatta" emanata il 26 luglio 1943 in cui si dava ordine alle forze armate e alle forze dell'ordine di intervenire, anche con la forza, nella repressione di ogni manifestazione.Lorenzo Rizzato, 25 luglio: Che faranno i tedeschi?, in: Storia illustrata n° 257, Luglio 1979, pag. 16: "Il 27 luglio veniva proclamato lo stato di guerra e sempre lo stesso giorno veniva diffuso dal comando supremo, diretta ai comandi periferici la famigerata circolare "Roatta""

Secondo diversi autori, sarebbe stato in seguito a questi ordini di Roatta che nei cinque giorni successivi al 25 luglio 1943 si ebbero, negli scontri, 93 morti, 536 feriti e 2 276 arresti.Angelo Del Boca, cit., p. 268.