Alcesti () o Eribea (), è un personaggio della mitologia greca. Fu una regina di Fere e la protagonista del mito del sacrificio coniugale per il marito Admeto.
Etimologia
Il nome deriva dal sostantivo (alkḗ, "forza, vigore, coraggio"), legato al verbo (aléxō, "allontanare", "difendere con valore"). Il significato complessivo del nome è quindi interpretabile come "la valorosa", "la coraggiosa" o "colei che difende".
Genealogia
Figlia di Pelia e di Anassibia, sposò Admeto che la rese madre di Eumelo e di Perimele ().
Mitologia
La figura di Alcesti è celebrata nella tradizione mitologica antica come la personificazione dell'amore coniugale supremo e della devozione spinta fino all'estremo sacrificio della propria vita. Le vicende che la vedono protagonista si snodano a partire dalle complesse prove imposte per la sua mano, attraversando i tragici inganni che ne segnarono la giovinezza a Iolco, fino ad arrivare al celebre mito della sua morte e resurrezione, rielaborato e razionalizzato nel tempo da numerosi autori classici.
Le nozze con Admeto
Considerata la più bella e virtuosa tra le figlie di Pelia, Alcesti venne chiesta in sposa da numerosi principi. Il padre stabilì che la sua mano sarebbe andata soltanto a colui che fosse riuscito a giogare al medesimo carro due fiere selvagge, un leone e un cinghiale ed Admeto, grazie all'aiuto del dio Apollo, riuscì nell'impresa ed ottene la mano di Alcesti.
Il raggiro di Medea e l'assassinio del padre
Prima delle nozze con Admeto, Alcesti fu vittima, insieme alle sorelle (Pelopia , Medusa , Pisidice ed Ippotoe ), dei raggiri della maga Medea che, giunta ad Iolco al seguito di Giasone, volle vendicarsi di Pelia (il padre di Alcesti). Medea convinse le sorelle che avrebbero potuto far ringiovanire il padre anziano tagliandolo a pezzi e facendolo bollire in un calderone insieme ad erbe magiche e per dimostrarlo, la maga tagliò a pezzi un vecchio montone e lo fece riemergere dal calderone trasformato in un agnellino. Le quattro sorelle, tratte in inganno dal raggiro, squartarono il proprio padre e ne misero il corpo nel calderone, provocandone la morte anziché il ringiovanimento.
Diodoro Siculo racconta anche che Alcesti non partecipò a questo evento.
Il sacrificio della sua vita ed il ritorno dall'oltretomba
Quando per Admeto giunse il momento di morire, Apollo ottenne dalle Moire la grazia per il re, a patto che qualcuno si offrisse di scendere nell'Oltretomba al suo posto e poiché nessuno dei sudditi (né gli anziani genitori) accettarono di morire al suo posto, fu proprio Alcesti ad accettare di sacrificare la propria vita in nome dell'amore coniugale e della devozione per il marito ma una volta morta e scesa nell'Ade fu rimandata indietro da Persefone (regina dell'Ade e detta fanciulla) che, commossa dalla pietà e dal gesto di estremo valore di Alcesti, rifiutò il suo sacrificio e la rimandò indietro tra i vivi.
Una variante, tramandata dallo stesso Apollodoro, e che probabilmente è ispirata alla tragedia di Euripide (l'Alcesti), racconta che Eracle, giunto a Fere e appreso del lutto che aveva colpito la casa di Admeto, si recò presso la tomba della regina per affrontare direttamente la Morte (Tanato)«so precious a hostage has Death taken from me to deliver unto Hades!» ovvero «un pegno così prezioso Tanato (la Morte) mi ha strappato per consegnarlo ad Ade!»). (oppure lo stesso dio Ade) vinse il combattimento e strappò Alcesti dall'Oltretomba e la riportò sana e salva al marito.
La razionalizzazione del mito secondo Palefato
L'antico autore razionalista Palefato, propone una spiegazione storicizzata della vicend e, rifiutando l'elemento soprannaturale della resurrezione di Alcesti, racconta che la vicenda scaturì dalle conseguenze dell'uccisione di Pelia per mano delle sue stesse figlie ed aggiunge che Acasto (fratello di Alcesti) intenzionato a vendicare il padre, inseguì le sorelle e catturò le altre. Solo Alcesti riuscì a sfuggirgli per chiudere aiuto al cugino Admeto. Questi si rifiutò di riconsegnare la donna e così Acasto pose sotto assedio la città (Fere) devastandola con il fuoco.
Durante una sortita notturna, Admeto cadde in un agguato e fu preso prigioniero. Acasto minacciò di giustiziarlo se non gli avesse consegnato la stessa Alcesti e fu per questo che, per salvare la vita ad Admeto, Alcesti si consegnò spontaneamente ad Acasto, il quale liberò il re e prese in custodia la donna.
Sempre secondo Palefato, la conclusione della vicenda avvenne subito dopo con l'arrivo a Fere casuale di Eracle che, dapprima ignaro dell'avvenuto, decise di favorire l'amico Admeto attaccando e sconfiggendo l'esercito di Acasto prima di liberare e restituire Alcesti al marito e fu da questo episodio che nacque il mito secondo cui Eracle avrebbe strappato Alcesti dalla Morte.
La concezione platonica
Nel Simposio di Platone (nel discorso di Fedro), Alcesti diventa un emblema dell'amore disinteressato e dell'Eros più autentico, secondo cui solo chi ama davvero è disposto a morire per l'amato. In questo senso, Alcesti rappresenta l'opposto di Orfeo, il quale, invece di sacrificare la propria vita per ricongiungersi a Euridice, cercò il modo di scendere nell'Ade da vivo per riaverla, infatti Alcesti (al contrario di Orfeo), dimostra un affetto tale da superare persino quello dei genitori di Admeto.«il gesto da lei compiuto parve così bello non solo agli uomini, ma anche agli dèi, al punto che questi, pur avendo concesso solamente a pochissimi fra i molti che compirono molte e belle azioni il dono di far risalire l'anima dall'Ade, tuttavia lasciarono tornare la sua, affascinati dal suo atto».
L'Alcesti di Euripide
La tragedia euripidea pone Alcesti al centro di un complesso dramma etico ed esistenziale. Di fronte al rifiuto dei vecchi genitori di Admeto di morire al suo posto, Alcesti sceglie liberamente di morire al posto dell'uomo che ama, ma non per semplice sottomissione, ma come atto consapevole di fedeltà e per garantire un futuro di continuità politica e affettiva ai propri figli ed al regno di Fere.
Nel dramma, Alcesti affronta l'imminenza del trapasso con dolorosa dignità e si congeda dagli affetti domestici, dagli altari della casa e dai due figli. Alcesti incarna il vertice della virtù sposa ed eroica, ponendo come unica condizione al consorte di non dare loro una matrigna (ovvero di non risposarsi). La sua discesa nell'Oltretomba getta il suo regno in un lutto profondo, finché non sopraggiunge Eracle (che affronta e vince Tanato presso il suo sepolcro per sdebitarsi dell'ospitalità ricevuta da Admeto) e la strappa al regno dei morti.
Riportata in vita e ricondotta di nuovo alla reggia sotto le spoglie di una donna velata e sconosciuta, Alcesti viene riconsegnata al marito. L'opera si chiude con la protagonista restituita alla vita, ma condannata a un temporaneo ed enigmatico silenzio rituale poiché rimane muta per tre giorni, il tempo necessario per purificarsi dalle consacrazioni agli dèi dell'Ade prima di poter tornare a parlare con i vivi.
Note
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