Viene unanimemente considerato l'iniziatore della tragedia greca nella sua forma matura. È il primo dei poeti tragici dell'antica Grecia di cui ci siano pervenute opere per intero, seguito da Sofocle ed Euripide.
Biografia Nacque a Eleusi intorno al 525 a.C. da Euforione, un nobile attico forse parte degli Eupatridi e connesso al culto di Demetra, da cui avrebbe ricevuto la sua prima educazione religiosa. Il suo primo lavoro fu in un vigneto, luogo dove sognò il dio Dioniso che lo esortava a scrivere tragedie: da quel momento partì la sua carriera teatrale. Nel 499 a.C., all'età di 25 anni, partecipò al suo primo agone tragico con Cherilo e Pratina, ma non vinse. Ci riprovò quindici anni dopo, alle Dionisie del 484 a.C., dove invece ottenne la sua prima vittoria: da questa data fino al 470 a.C. circa, Eschilo fu vincitore incontrastato dei successivi agoni tragici, ottenendo un numero complessivo di vittorie pari a tredici.
La sua prima, grande sconfitta si data intorno al 468 a.C., anno in cui perse contro Sofocle, all'epoca ventisettenne. Eschilo ne fu così mortificato che, secondo Plutarco, abbandonò Atene lo stesso anno dirigendosi a Siracusa, in Sicilia, come ospite del tiranno Ierone I: alla sua corte ebbe modo di incontrare anche altri autori suoi contemporanei, come Simonide di Ceo. In favore del tiranno siceliota, che in quegli anni aveva rifondato la città di Katane con il nome di Aitna, Eschilo compose una nuova tragedia (Le etnee) e mise in scena I Persiani, portando a Siracusa un nuovo linguaggio teatrale. Dopo la morte di Ierone nel 466 a.C., Eschilo tornò ad Atene diversi anni dopo, nel 458 a.C. circa, e lì rappresentò l'Orestea. Ma il soggiorno in patria durò poco: deluso dal non essere riuscito a cambiare con le sue opere la politica ateniese e, forse, dopo essere stato accusato di empietà, nello stesso anno tornò nuovamente in Sicilia. Si stabilì a Gela, dove morì nel 456 a.C. all'età di 69 anni. Lì fu sepolto dagli stessi geloi: sul suo epitaffio non furono ricordati i meriti in ambito teatrale, ma solo quelli come combattente a Maratona come richiesto dallo stesso poeta. Esso recitava:
Bizzarra la causa della sua morte: secondo lo storico Valerio Massimo lo avrebbe ucciso un'aquila in volo, che avrebbe lasciato cadere una tartaruga sulla sua testa per spezzarla, avendola scambiata per una pietra a causa della sua calvizie. Anche Plinio il Vecchio riporta questa versione, aggiungendo che avrebbe trascorso quel giorno fuori casa proprio per evitare una profezia di morte.
L'eredità Dopo la sua morte ricevette dai suoi contemporanei molti riconoscimenti, il più grande dei quali fu la rappresentazione postuma delle sue tragedie, all'epoca segno di eccezionale onore. Ad occuparsene furono i suoi unici due figli, Euforione ed Euaio (Εὐαίων), entrambi tragediografi: il primo, nel 431 a.C., riuscì a battere con una tetralogia sia Sofocle che Euripide e, oltre a ciò, ottenne quattro vittorie rappresentando opere teatrali inedite del padre. Anche suo nipote Filocle (Φιλοκλῆς), figlio di sua sorella Filopato (Φιλοπαθώ), divenne poeta tragico e riuscì a battere l'Edipo Re di Sofocle. L'arte del teatro venne così tramandata da padre in figlio: Filocle infatti generò Morsimo (Μόρσιμος), poi da questi nacque Astidamante (Ἀστυδάμας) che a su volta generò Astidamante il Giovane; ognuno di essi divenne tragediografo, creando una vera e propria scuola eschilea che continuò almeno per 125 anni.
Nel 330 a.C. la fama di Eschilo era così grande che il politico ateniese Licurgo fece costruire una sua statua di bronzo all'ingresso del teatro di Dioniso, a memoria della sua eterna fama.
L'impegno militare Eschilo scelse di ricordare sul suo epitaffio unicamente le conquiste militari, segno che doveva considerarle al pari (o perfino superiori) alle vittorie ottenute a teatro. Nel 490 a.C. all'età di 35 anni partecipò alla battaglia di Maratona contro i persiani: al suo fianco c'era il fratello Cinegiro, che in quell'occasione perse la vita; entrambi si batterono così valorosamente che le loro imprese vennero ricordate in un dipinto celebrativo nel teatro di Dioniso ad Atene. Eschilo si batté contro i persiani altre due volte: nel 480 a.C. a Salamina e nel 479 a.C. a Platea. Non fu da meno anche sui fratello minore Aminia ('Ἀμεινίας), che proprio a Salamina sferrò il primo colpo contro le navi della flotta di Serse.
Tragedie
Eschilo scrisse molte opere, ma ne sono giunte ai giorni nostri solo sette in forma integrale:
I Persiani, rappresentata nel 472 a.C. I sette contro Tebe, rappresentata nel 467 a.C. Le supplici, rappresentata nel 463 a.C. Prometeo incatenato, rappresentata tra il 470 e il 460 a.C.Una parte della critica ritiene che la tragedia sia pseudo-eschilea: cfr. ad es. B. Marzullo, I sofismi di Prometeo, Firenze 1990, passim. Gran parte della critica crede, però, alla paternità eschilea di questa tragedia. Ne farebbero fede i punti di contatto coi Cavalieri di Aristofane, ma soprattutto una concezione dello spazio scenico e del suo uso particolarmente sofisticato. Cfr. ad es. V. Di Benedetto-E. Medda, La tragedia sulla scena. La tragedia come spettacolo teatrale, Torino 2002, passim. Orestea, trilogia rappresentata nel 458 a.C. che comprende: Agamennone Coefore Eumenidi
Di altre opere, tra tragedie e drammi satireschi, si conosce l'esistenza dai riferimenti presenti in altri autori o attraverso papiri. Tra le meglio documentate:
Gli spettatori o atleti ai giochi istmici Prometeo portatore del fuoco Prometeo liberato Niobe Mirmidoni Gli Edoni Le etnee
In totale è possibile ricostruire un elenco di 88 opere: 73 trasmesse dal Catalogo, 10 testimoniate dagli autori antichi e 5 dedotte dagli interpreti moderni.
Persiani
La scena è ambientata a Susa, capitale dell'impero persiano. Entra subito in scena il coro composto da anziani persiani (i giovani erano impegnati a combattere a Salamina); tuttavia però la narrazione delle vicende è frastornata da strani presagi che si abbattono sulla reggia imperiale di Persia.
Entra in scena la protagonista Atossa, la quale invoca l'ombra del suo defunto marito, il quale una volta apparso pronuncia una severissima condanna contro loro figlio Serse, accusandolo di superbia. In seguito entra un messaggero che riferisce il terribile esito e annientamento della flotta Persiana, avvenuto nello stretto braccio di mare antistante Salamina.
La tragedia si conclude con l'ingresso di Serse, accolto in maniera lamentosa dal coro, il quale si presenta vivo e umiliato.
Sette contro Tebe
Nel dramma avviene alla maledizione di Edipo scagliata sui suoi figli Eteocle e Polinice. La tragedia si apre con l'ingresso di Eteocle, il quale si trova alle calcagne l'esercito guidato da suo fratello in procinto a condurre l'assalto finale. A questo punto giungono alcune donne tebane, che manifestano il loro terrore per il pericolo incombente, al termine del quale arriva il messaggero. Questi informa che sei delle sette porte di Tebe hanno tenuto, dunque l'attacco è stato respinto; tuttavia nella settima porta però i due fratelli Eteocle e Polinice si sono massacrati reciprocamente. Di fronte a questa notizia, la felicità per la battaglia vinta passa in secondo piano: vengono portati in scena i cadaveri dei due fratelli, e il coro piange la loro triste sorte.
Supplici
La tragedia tratta la crisi dinastica dei due fratelli Danao ed Egitto, che condividevano la sovranità sul regno d'Egitto. Il primo aveva avuto cinquanta figlie, il secondo altrettanti figli.
La tragedia prende avvio quando le Danaidi, appena sbarcate in terra greca, vengono esortate da Danao a raggiungere il recinto sacro, dove i supplici hanno per antica consuetudine un diritto di asilo inviolabile. Esse raccontano la loro storia a Pelasgo, re di Argo, ma quest'ultimo è restio ad aiutarle, per il timore di una guerra contro l'Egitto. Le donne si affidano nelle loro invocazioni a Zeus protettore dei supplici, la cui ira è temuta da Pelasgo; d'altra parte esse, non volendosi sposare, sembrano violare una legge di natura. Infine il re promette di portare la questione di fronte all'assemblea cittadina; dal canto loro, le Danaidi affermano che, se non verranno accolte, si impiccheranno nel recinto sacro. Pelasgo dunque si reca con Danao all'assemblea, e poco dopo torna con buone notizie: si è deciso di accogliere la supplica delle ragazze. Queste allora intonano un canto di gratitudine, ma ben presto arriva un'amara sorpresa: gli Egizi sono appena sbarcati presso Argo, e vogliono rapire le Danaidi. Arriva l'araldo egizio con i suoi armigeri per portarle via, ma l'intervento di Pelasgo glielo impedisce. L'araldo se ne va urlando minacce: la guerra tra Argo e l'Egitto è ormai inevitabile. Le Danaidi vengono allora accompagnate da Danao e da alcune ancelle dentro le mura della città.
Prometeo incatenato
La scena si apre in Scizia, fra aspri monti e lande desolate. Efesto, il Potere (Κράτος) e la Forza (o Violenza, Βία) hanno catturato il titano Prometeo e lo hanno incatenato ad una rupe. Zeus lo punisce perché ha donato il fuoco agli uomini, ribellandosi al suo volere; egli ha dato inoltre agli uomini la speranza, il pensiero e la coscienza, la scrittura, la memoria, la medicina, ma anche la capacità di interpretare il volere degli dèi e il futuro.
Il titano viene quindi raggiunto da vari personaggi, che tentano di portargli conforto e consiglio: le Oceanine, Oceano ed Io, amata da Zeus e per questo odiata da Era, a cui Prometeo predice il suo destino, ma anche il tortuoso futuro che Zeus ha dinanzi a sé.
Egli annuncia che uno dei discendenti del nuovo re degli dei riuscirà a liberarlo dalla punizione divina. Prometeo ha però una via di fuga dall'angosciosa situazione in cui si trova, perché egli conosce un segreto che potrebbe causare la disfatta del potere olimpico retto da Zeus. La minaccia consiste nel frutto della relazione fra Zeus e Teti, che potrebbe generare un figlio in grado di sbaragliare il padre degli dèi. Zeus invia il dio Ermes per estorcere il segreto a Prometeo, ma egli non cede e per questo viene scagliato, insieme alla rupe a cui è incatenato, in un burrone senza fondo.
Orestea
L'Orestea è una trilogia formata dalle tragedie Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi e seguita dal dramma satiresco Proteo, oggi perduto. Delle trilogie di tutto il teatro greco classico, è l'unica che sia sopravvissuta per intero.
Le tragedie che la compongono rappresentano un'unica storia suddivisa in tre episodi, le cui radici affondano nella tradizione mitica dell'antica Grecia: l'assassinio di Agamennone da parte della moglie Clitennestra, la vendetta del loro figlio Oreste che uccide la madre, la persecuzione del matricida da parte delle Erinni e la sua assoluzione finale ad opera del tribunale dell'Areopago. Il mondo poetico e concettuale di Eschilo Le innovazioni tecniche e stilistiche Eschilo viene considerato il vero padre della tragedia antica: infatti, a lui viene attribuita l'introduzione di maschera e coturni ed è con lui che prende l'avvio la trilogia, o "trilogia legata". Le tre opere tragiche presentate durante l'agone erano appunto "legate" dal punto di vista contenutistico: nellOrestea (unica trilogia pervenutaci per intero), ad esempio, viene messa in scena la saga degli Atridi, dall'uccisione di Agamennone alla liberazione finale del matricida Oreste.
Introducendo un secondo attore, come ci testimonia Aristotele, rese possibile la drammatizzazione di un conflitto. Da questo momento fu infatti possibile esprimere la narrazione tramite dialoghi, oltre che monologhi, aumentando il coinvolgimento emotivo del pubblico e la complessità espressiva.