Crono () è un personaggio della mitologia greca. È il più giovane dei Titani e guidò la prima generazione di divinità fino alla sua detronizzazione avvenuta da parte di suo figlio Zeus. Crono rappresenta la sovranità cosmica della seconda generazione divina (legata al mito dell'Età dell'oro) che avvenne prima della Titanomachia. Nella mitologia romana viene identificato con Saturno e nella mitologia etrusca con Satre.

Etimologia

Il nome ha un'origine linguistica complessa ed ancora non chiarita.

A partire dall'antichità classica e in particolare con Aristotele,Aristotele, De Mundo, 401 a. il nome è stato comunemente associato per etimologia popolare al sostantivo (chrónos, "tempo"), portando alla sovrapposizione concettuale e iconografica tra il Titano e la personificazione del Tempo. Gli etimologi moderni escludono tuttavia questa relazione, considerandola priva di fondamento linguistico.

Sono state avanzate diverse ipotesi per spiegarne l'origine. Secondo Albert Carnoy si tratterebbe di una matrice pre-greca o pelasgica derivata dalla radice indoeuropea gwerō ("inghiottire", "divorare"), con diretto riferimento al mito del Titano che divora i propri figli alla nascita. Secondo Albert Joris Van Windekens, invece, il nome sarebbe da riavvicinare alla radice indoeuropea ger ("cima", "montagna"), presente in diversi toponimi pelasgici, attribuendo al termine il significato originario di "dio della montagna" o "colui che sta sulle cime". Secondo altri linguisti, infine, il termine non sarebbe indoeuropeo ma di probabile origine da sostrato o vicino-orientale.

Genealogia

Figlio di Urano (il cielo) e di Gea (la terra).

Sposò la sorella Rea che lo rese padre di Zeus, Estia, Demetra, Era, Ade (che Apollodoro chiama Pluto) e Poseidone.

Apollodoro scrive che dalla sua unione con l'Oceanina Filira nacque Chirone.

Strabone scrive che sia anche il padre dei Coribanti ed aggiunge che a volte sono chiamati Cureti.

Il latino Igino (che chiama Crono con il nome di Saturno) scrive che sia figlio dell'Etere e di Gea, conferma che la sposa sia Rea (che chiama con il nome di romano Opi) e conferma che Saturno (Crono), oltre ai figli già citati, sia stato anche il padre di Chirone e Dolope avuti dall'Oceanina Filira.

Mitologia

Crono fu il re dei Titani e sebbene originariamente fosse la personificazione del potere regale primordiale, fu successivamente associato al Tempo (per sovrapposizione con Chronos) ed all'agricoltura attraverso l'assimilazione al dio romano Saturno.

Crono guidò la ribellione dei fratelli contro il padre (Urano), evirandolo per poi divenire il sovrano del mondo durante l'Età dell'oro e prima di essere deposto da Zeus.

La castrazione di Urano e la presa del potere

Secondo la tradizione teogonica, Urano (il Cielo) provava odio e timore verso la prole da lui concepita (i Titani, gli Ecatonchiri ed i suoi tre figli Ciclopi) ed ogni volta che essi cercavano di nascere, Urano li contrastava spingendoli di nuovo all'interno del ventre profondo della Terra (Gea).

Gea quindi, impossibilitata al parto, forgiò all'interno di sé stessa (ovvero usò tutto ciò che esiste nel sottosuolo della Terra) una falce d'adamante (, un metallo favoloso e durissimo della tradizione mitologica antica (successivamente identificato o associato al diamante) ed istigò i propri figli a ribellarsi al padre.

Soltanto Crono, il più giovane dei Titani, dimostrò l'audacia di accettare l'incarico e quando Urano calò la notte per coricarsi sopra Gea nell'atto d'unirsi a lei, Crono, nascosto nell'agguato predisposto dalla madre, allungò la mano sinistra e con la destra evirò il padre con la falce, gettando poi i genitali alle sue spalle. (secondo Apollodoro li gettò in mare). Questo gesto rese possibile la definitiva separazione tra il Cielo e la Terra, creando lo spazio intermedio necessario all'esistenza del mondo ordinato e Crono, finalmente nato, lasciò nascere anche i suoi fratelli (i Titani) e divenne il nuovo sovrano dell'universo.

L'inghiottimento dei figli e l'inganno di Rea

Dopo la deposizione di Urano, Crono prese il potere ed inizialmente liberò i fratelli (i Titani, gli Ecatonchiri ed i tre Ciclopi Uranidi) reclusi nel Tartaro, ma temendo la forza devastante degli stessi Ciclopi e degli Ecatonchiri, li fece nuovamente incatenare nelle viscere della terra, ponendo a loro guardia il mostro sotterraneo Campe. Divenuto re dell'universo, Crono prese in sposa la sorella Rea. Ma Gea ed Urano gli profetizzarono che sarebbe stato a sua volta detronizzato da uno dei suoi stessi figli e per evitare che la profezia si avverasse, Crono decise di prevenire ogni minaccia inghiottendo ogni figlio che Rea dava alla luce e custodendolo vivo all'interno del proprio ventre. In questo modo divorò in sequenza Estia, Demetra, Era, Ade e Poseidone.

Giunta alla sesta gravidanza, Rea, straziata dal dolore, si rivolse ai genitori Gea ed Urano per salvare il nascituro e su loro consiglio, si rifugiò a Creta nascondendosi sul monte Ida e nei pressi di Litto, dove diede alla luce Zeus all'interno di una grotta (oggi identificata con Psychro), oppure sul monte Ditte) e quando Crono si recò da lei per ingoiare il nuovo nato, Rea gli consegnò una pietra avvolta in fasce che lui inghiottì convinto che si trattasse dell'ultimo nato.

La Titanomachia e la caduta

Una volta divenuto adulto, Zeus somministrò a Crono un emetico fornitogli da Gea (oppure dall'oceanina Meti) che lo costrinse a rigurgitare dapprima l'Omphalos (ovvero la pietra inghiottita al posto dell'ultimo nato) e successivamente gli altri suoi cinque figli, rimasti illesi all'interno del suo corpo e da questi (e come dalla profezia dei suoi genitori) subì una guerra che durò per dieci anni.

Durante la Titanomachia, Crono si difese arroccandosi sul monte Otri con i suoi fratelli (i Titani ed alcuni figli di questi ultimi) e combatté cercando di contrastare gli aggressori, a loro volta insediati sul monte Olimpo. La svolta del conflitto avvenne quando Zeus, su consiglio di Gea, dapprima uccise Campe e poi liberò dal Tartaro i tre Ciclopi e gli Ecatonchiri che alleatisi con Zeus sopraffecero Crono e gli altri Titani. Sconfitto e fatto prigioniero, Crono (ed i Titani) fu incatenato nel profondo del Tartaro sotto la sorveglianza degli stessi Ecatonchiri.

La prigionia di Crono secondo Plutarco

Plutarco riferisce un mito geografico ed etico-religioso raccontato dal cartaginese Silla riguardante un viaggio compiuto nell'estremo Occidente. Secondo il racconto, a cinquemila stadi dall'isola di Ogigia (collocata a cinque giorni di navigazione a ovest della Britannia) si trovano le Isole dei beati. In una di queste isole si trova Crono, imprigionato e tenuto in un sonno profondo da Zeus all'interno di una caverna dalla roccia color dell'oro. Crono vi è custadito e servito da dèmoni benefici che interpretano i suoi sogni. Tali sogni rappresentano le premeditazioni e la volontà suprema di Zeus, che i dèmoni provvedono poi a rivelare agli uomini desiderosi di conoscenza.

L'interpretazione evemeristica di Diodoro Siculo

Diodoro Siculo adotta un approccio evemeristico verso la figura di Crono, reinterpretando il mito non come una narrazione divina o cosmogonica, ma come la memoria storica di un antico sovrano umano successivamente divinizzato per le sue opere benefiche.

Diodoro colloca la figura di Crono e dei Titani nell'isola di Creta (nei pressi di Cnosso), specificando che vissero contemporaneamente ai Cureti. Secondo la sua ricostruzione, Crono fu il primogenito e il più potente tra i Titani, un re che insegnò agli uomini la giustizia, la rettitudine morale e la convivenza civile. Sotto il suo regno, caratterizzato da un'amministrazione mite, priva di oppressione e basata sul rispetto assoluto delle leggi, l'umanità conobbe una vita di totale beatitudine che diede origine alla tradizione dell'Età dell'oro, oltre all'introduzione dell'agricoltura. A sostegno di questa visione pacifica, Diodoro cita espressamente i versi di Esiodo (delle Le opere e i giorni), che descrivono i sudditi di Crono liberi da fatiche, malattie e vecchiaia, intenti a banchettare in un clima di pace e abbondanza fino a giungere alla morte come a un dolce sonno.

Il potere di Crono risultava particolarmente radicato e onorato nelle regioni occidentali del Mediterraneo e per questa ragione, storicamente, popolazioni come i Romani ed i Cartaginesi continuarono a dedicargli importanti festività, sacrifici e toponimi. Inoltre, discostandosi dalla versione mitica standard del conflitto violento (e seppur menzionando la tradizione della Titanomachia), Diodoro riferisce una variante secondo cui Crono non fu rovesciato con la forza da Zeus, ma gli cedette volontariamente il trono, venendo poi accolto tra gli dei per le sue altissime benemerenze.

In un altro passo della Bibliotheca Historica e riferendosi dell'assedio di Cartagine del 310 a.C., Diodoro descrive la pratica cartaginese dei sacrifici umani offerti a Crono. Secondo lo storico, di fronte all'avanzare del nemico, i Cartaginesi ritennero che il dio fosse adirato con loro perché nel tempo avevano smesso di offrirgli i figli delle famiglie più nobili, sostituendoli di nascosto con bambini comprati. Per placare la divinità, i Cartaginesi compirono quindi un sacrificio pubblico di centinaia di fanciulli dell'aristocrazia. In questa occasione, Diodoro fornisce la celebre descrizione della statua bronzea di Crono a Cartagine, con le mani protese dalle palme rivolte verso l'alto ma inclinate verso il basso, in modo che i bambini posti su di esse scivolassero all'interno di una fossa colma di fuoco. Lo stesso Diodoro osserva come la memoria e la conservazione del mito greco di Crono che divora i propri figli sia legata a questa specifica usanza rituale.

Nella poesia lirica

In tradizioni successive ed orfiche la sorte di Crono viene addolcita, poiché queste opere raccontano di una sua riconciliazione con Zeus e del suo insediamento come sovrano dell'Isola dei Beati, un luogo paradisiaco riservato alle anime elette situato ai confini dell'Oceano. Qui il dio risiede in una dimora nota come la «Torre di Crono» (*Krónou týrsis*), regnando al fianco della sposa Rea. Pindaro inoltre, collega la figura del Titano alla topografia del santuario di Olimpia, ricordando che il colle sovrastante la piana dell'Alfeo fu dedicato a Crono (il Krónios óchthos) al tempo della fondazione dei Giochi Olimpici.

Accostamento del Titano Crono con il dio del tempo Chronos

La figura del Titano Crono () e quella della personificazione primordiale del Tempo () erano in origine del tutto distinte sia sul piano concettuale che su quello mitologico, ma a partire dal V e IV secolo a.C., la somiglianza fonetica tra i due nomi favorì un processo di sovrapposizione e allegorizzazione filosofica e così mentre il Crono esiodico ed omerico era una divinità regale dell'Età dell'oro e della fertilità, il Chronos orfico comparve nella cosmogonia delle teogonie come entità primordiale che generava l'uovo cosmico.

Sebbene la sovrapposizione allegorica sia nata in ambito filosofico greco, furono gli autori latini (in particolare Cicerone e successivamente Macrobio) a sistematizzarla per il mondo occidentale e nel tradurre la speculazione stoica a Roma, essi applicarono l'identificazione tra Krónos e Chrónos al dio italico Saturno, accostando l'etimologia popolare del nome latino (fatto derivare da satur, ovvero "sazio di anni") all'immagine del Tempo che divora le proprie stagioni.

Così la speculazione filosofica e la tradizione orfica reinterpretarono la figura del Titano in chiave metaforica. L'atto di Crono che divora i propri figli venne letto dagli Stoici (in particolare Crisippo di Soli) e dai neoplatonici come un'allegoria del Tempo (Chrónos) che consuma e distrugge tutto ciò che egli stesso genera e fa nascere (gli anni, i giorni e le stagioni).