La romanesca è una particolare struttura armonico-melodica (basso ostinato) usata nei secoli XVI e XVII come aria vocale e come tema per variazioni strumentali. Consiste in una formula di discanto discendente su una progressione armonica il cui basso si muove per quarte. Tuttavia, lo schema melodico è trattato dai compositori in modo flessibile e spesso elaborato in forma ornamentale, mentre l'armonia rimane quella predefinita. La struttura armonica è molto simile a quella di Passamezzo antico. Si deve precisare che, come nelle altre tipologie di basso ostinato, anche la Romanesca si può presentare talvolta in una struttura armonica leggermente modificata. È il caso, ad esempio, del Canone per tre violini e basso di Johann Pachelbel. Storia Origine I primi esempi musicali appaiono in fonti spagnole. Troviamo per la prima volta il termine nel 1546, nei Tres libros de musica en cifra para vihuela di Alonso Mudarra e nel Carminum pro testudine liber IV di Pierre Phalèse. In Spagna, l'aria di romanesca era anche chiamata Guárdame las vacas (evidentemente dal primo verso di un villancico molto popolare); tra le versioni di romanesca che portano questo titolo, possiamo citare quelle di Luys de Narváez (1538), Enríquez de Valderrábano (1547), Diego Pisador (1552), Luis Venegas de Henestrosa (1557), Antonio de Cabezón (1578). In Italia, i primi arrangiamenti strumentali e variazioni sulla romanesca cominciano a fiorire nella seconda metà del XVI secolo, nel Libro primo d'intabolatura de leuto di Antonio di Becchi (1568), nell' Intavolatura de cimbalo di Antonio Valente (1576) e in vari manoscritti, inclusi pezzi di Vincenzo Galilei e Cosimo Bottegari. In questo periodo, la romanesca si presenta in tempo ternario. XVII Secolo A differenza degli esempi strumentali del XVI secolo, le romanesche del XVII secolo sono solitamente scritte in tempo binario, anche se tendono a mostrare una certa ambiguità ritmica: le frasi melodiche e gli abbellimenti suggeriscono raggruppamenti metrici diversi e irregolari. Romanesche per una o due voci compaiono nella maggior parte dei libri di canto italiani della prima metà del XVII secolo, tra cui quelli di Giulio Caccini (1601/2, 1614), Sigismondo D'India (1609), Antonio Cifra (1613, 1615, 1617, 1618), Pietro Pace (1617), Francesca Caccini (1618), Domenico Giovanni Puliaschi (1618), Filippo Vitali (1618, 1622), Claudio Monteverdi (1619), Stefano Landi (1620), Adriano Banchieri (1626), Francesco Severi (1626), Girolamo Frescobaldi (1630) e Pietro Francesco Valentini (1657); ci sono anche esempi a tre o quattro voci. Serie di variazioni per tastiera furono composte da Ercole Pasquini, Ascanio Majone (1609), ancora Frescobaldi (1615–37), Michelangelo Rossi (1657), Bernardo Storace (1664) e Gregorio Strozzi (1687); per chitarra da Domenico Pellegrini (1650); per gruppo strumentale da Biagio Marini (1620), Salomone Rossi (1622, 1623) e Giovanni Battista Buonamente (1626); per chitarrone da Girolamo Kapsberger (1604). Molte danze del XVI e dell'inizio del XVII secolo si possono considerare delle versioni modificate della romanesca. Lo schema di romanesca appare occasionalmente anche sotto titoli diversi come la Favorita, Fantinella, La gasparina, Ballo del fiore, La canella, La comadrina, La desperata, L'herba fresca, El poverin, Il todeschin (o La todeschina), Tre damme alla francesa, La monella ed El traditor, e, in Inghilterra come Greenleeves, Hewyn anf earth, Queen Marie’s Dompe. Tuttavia, dal momento che si tratta di un andamento armonico molto comune nel Rinascimento, è controverso se tali brani debbano considerarsi come riconducibili al basso di romanesca. Bibliografia
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