Biografia Anni giovanili Vasilij Šul'gin nacque a Kiev da una famiglia nobile. Il padre, monarchico e direttore di un giornale politico, morì quando il ragazzo aveva meno di un anno e sua madre morì di tubercolosi quattro anni dopo. Šul'gin fu cresciuto dal suo patrigno, il docente ed economista Dmitrij Pikhno, direttore del giornale Kievlyanin (subentrato nella direzione proprio al padre di Vasilij), e sviluppò con lui un rapporto caloroso e amichevole.
Studiò giurisprudenza all'Università di Kiev, restando fuori dalle numerose proteste studentesche, da lui giudicate negativamente. Scrisse articoli anti-rivoluzionari sul giornale del patrigno facendosi ben presto notare negli ambienti monarchici e di centrodestra. Sebbene avesse opinioni antisemite, era contrario ai violenti pogrom che erano comuni a Kiev tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Più tardi, nel 1913, criticò il processo contro l'ebreo Menachem Mendel Bejlis (affare Bejlis), accusato di aver commesso un omicidio rituale contro un cristiano ortodosso ucraino, Andrej Juščinskij.
Carriera politica Vasilij Šul'gin fu eletto alla Duma di Stato (il parlamento russo) nel 1907, come candidato di centrodestra. Come membro della Duma, sostenne le riforme del primo ministro Pëtr Stolypin, ma anche le sue misure più controverse, come l'introduzione di leggi di emergenza e tribunali che applicavano una giustizia sommaria. Criticò il governo in seguito alla cessazione delle riforme da esso decisa: a suo avviso, le riforme erano necessarie per la sopravvivenza della monarchia e dell'impero russo.
Nel 1914 Vasilij Šul'gin si arruolò nell'esercito allo scoppio della prima guerra mondiale, venendo a conoscenza delle pessime condizioni delle stesse forze armate zariste.
Insieme ai membri del partito liberale dei Cadetti, dell'ala sinistra del partito ottobrista e di altri politici di centrodestra, Šul'gin formò il Blocco Progressista nel 1915. Il Blocco si oppose al governo, ma allo stesso tempo perseguì un corso "socialsciovinista" (cioè socialpatriottico), chiedendo riforme dell’esercito e migliori forniture alle unità militari.
Rivoluzione russa Šul'gin fu contrario alla rivoluzione russa, rendendosi conto, al contempo, che l'idea di una monarchia assoluta era diventata obsoleta. Il 14 marzo 1917, il comitato provvisorio della Duma di Stato, presieduto dal presidente della Duma, Michail Rodzjanko, nominò Šul'gin e Aleksandr Gučkov inviati presso lo zar Nicola II per ottenerne l'abdicazione.
Il 15 marzo 1917 Šul'gin e Gučkov arrivarono al treno imperiale dove lo zar, in una delle carrozze, consegnò loro l'atto di abdicazione. Non abdicò in favore del figlio emofiliaco, lo zarevic Alessio, ma in favore di suo fratello minore, il relativamente liberale Gran Principe Michele. Con l'abdicazione in mano, i due politici tornarono a Pietrogrado. Quando arrivarono alla stazione, si era radunata una folla alla quale fu annunciata l'abdicazione dallo stesso Šul'gin; alla fine del discorso, pronunciò quindi le parole: «Lunga vita allo zar Michele!». Le persone reagirono però con rabbia e cercarono di catturare Šul'gin e Gučkov; i due riuscirono a fuggire a bordo di un'automobile e si recarono ad un indirizzo segreto dove si incontrarono con il Gran Principe Michele, i membri del governo provvisorio Michail Rodzjanko, Pavel Miljukov, il principe Georgij L'vov (il nuovo Primo Ministro) e il presidente del Soviet di Pietrogrado, Aleksandr Kerenskij. Durante un'accesa discussione, Šul'gin, Gučkov e Miljukov quasi costrinsero il Gran Principe Michele ad accettare il trono perché la monarchia era «l'unico elemento in grado di mantenere unificata la Russia». Rodzjanko, Kerenskij (un repubblicano) e il principe L'vov sostennero invece che, se Michele fosse salito al trono, non avrebbero potuto garantire la sicurezza del nuovo zar. Alla fine Michele decise di rinunciare, dopo essersi consultato proprio con Rodzjanko e L'vov.
Šul'gin rimase presto deluso dal governo provvisorio, guidato prima dal principe L'vov e poi da Kerenskij. Šul'gin era fortemente a favore di un "governo forte" sotto un "uomo forte" e, durante il movimentato caso Kornilov, sostenne il fallito tentativo di colpo di Stato del generale Lavr Kornilov. Dopo il fallito colpo di Stato e il crescente potere dei bolscevichi, che presto sarebbero saliti al potere durante la Rivoluzione d'Ottobre, Šul'gin partì per Kiev. Dopo la Rivoluzione d'Ottobre sostenne il movimento bianco.
Emigrazione e ritorno in Unione Sovietica Nel 1920 Šul'gin emigrò in Jugoslavia. Nel 1925/1926 visitò segretamente l'Unione Sovietica e studiò la Nuova Politica Economica (NEP), pubblicando le sue osservazioni su di essa nel libro Le tre capitali (). Durante il suo esilio rimase in contatto con i leader bianchi fino a quando cessò la sua attività politica, nel 1937.
Dopo la liberazione della Jugoslavia da parte dell'Armata Rossa (1944), Šul'gin fu arrestato e deportato in Unione Sovietica. Qui fu processato e condannato a 25 anni di prigione per "inimicizia verso il comunismo e lo Stato sovietico". Dopo dodici anni di prigione (nel 1956) venne rilasciato grazie ad un'amnistia e da allora visse a Vladimir. Scrisse poi libri in cui dichiarava di accettare il comunismo in Russia poiché i bolscevichi erano diventati devoti patrioti.
Nel 1965 fu intervistato come protagonista di un documentario sovietico sulla sua vita. Vasilij Šul'gin morì a Vladimir all'inizio del 1976 all'età di 98 anni.
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