Lassedio di Gaeta tra il 5 novembre 1860 e il 13 febbraio 1861 fu uno degli ultimi fatti d'armi delle operazioni di conquista dell'Italia Meridionale nel corso del Risorgimento italiano.
La città di Gaeta, al confine tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio, era difesa dai soldati dell'esercito delle Due Sicilie, ivi arroccati dopo la Spedizione dei Mille e l'intervento della Regia Armata Sarda. La caduta di Gaeta, insieme con la presa di Messina e l'assedio di Civitella del Tronto, portò alla proclamazione del Regno d'Italia. È stato uno degli ultimi grandi assedi condotti con il metodo cosiddetto scientifico. L'esercito assediante fece uso infatti dei moderni cannoni a canna rigata che decretarono il superamento delle fortificazioni costruite fuori terra.
Storia La ritirata dei Borbone da Napoli La sera del 6 settembre 1860, su consiglio del direttore di polizia Liborio Romano, Francesco II di Borbone lasciò Napoli a bordo dell'avviso Messaggero, accompagnato dalla consorte Maria Sofia di Baviera e dal suo seguito, composto dal principe Nicola Brancaccio di Ruffano, dal conte Francesco de la Tour, dal marchese Imperiali, dalla duchessa di San Cesareo, dal duca di San Vito Emanuele Caracciolo, dal maresciallo Riccardo de Sangro principe di San Severo, dal retro ammiraglio Leopoldo del Re, dal maresciallo Giuseppe Statella, dal maresciallo Francesco Ferrari., oltre a 17 guardie nobili del corpo, senza tentare la difesa di Napoli. Tale decisione era maturata per la volontà del sovrano da un lato di risparmiare alla capitale le rovine della guerra. e dall'altro per la precisa strategia di difesa, che vedeva privilegiata la linea Volturno-Garigliano, supportata come punti di forza dalle due fortezze di Capua e Gaeta. In particolare quest'ultima era considerata da sempre la "chiave d'accesso" al regno e definita insieme con Gibilterra e Malta una delle piazzeforti più imponenti e inespugnabili d'Europa.
La maggior parte della flotta borbonica, del cui comando era stato destituito l'ammiraglio Luigi di Borbone, conte di Aquila e zio di Francesco II ormai in esilio da circa tre settimane, si rifiutò di seguire in navigazione il Messaggero. Alla sua partenza da Napoli, il re chiese a Vincenzo Criscuolo comandante del Messaggero, su cui era imbarcato, di ordinare alle due navi Tancredi e Fieramosca, anch'esse presenti nel porto di Napoli di seguirlo, ma queste non lo fecero. Fu invece seguito dalle due navi da guerra spagnole anch'esse nel porto napoletano, tra cui la Colón con a bordo il diplomatico Salvador Bermúdez de Castro, a cui era stato ordinato di far da scorta dal re di Spagna.. Quindi navigando incrociò le navi, Partenope, Ruggiero, Sannita e Guiscardo e anche a questa squadra fu segnalato di seguire il re a Gaeta, ma senza ottenerne risposta. Nel canale di Procida incrociarono altre quattro navi da guerra, sotto il comando del capitano di vascello Carlo Longo e anche a loro inviarono i segnali, ma quelle finsero di non capire. Allora Criscuolo ammarò una lancia, per far pervenire a voce, ai comandanti, l'ordine reale; ma da un ufficiale di bordo fu risposto, che per poco non li prendevano a cannonate. Durante la traversata Francesco II, accostatosi a Criscuolo, gli confidò: "Vincenzino, io credo che l'armata navale mi abbia interamente tradito, e quindi nessuna delle navi, da noi chiamate, ci seguirà a Gaeta".
La sola Partenope, giunse a Gaeta, tre giorni dopo al comando del brigadiere Roberto Pasca. A Gaeta pervenne anche la nave-avviso Delfino (che recava a bordo l'archivio personale del re e i bagagli della famiglia reale e della corte).. Francesco II di Borbone e la consorte giunsero a Gaeta alle ore 6 del 7 settembre 1860. Furono seguiti anche dai diplomatici stranieri presenti a corte: il nunzio apostolico Pietro Gianelli, il ministro della Russia principe Volkonskij, il ministro dell'Austria e il personale diplomatico di Brasile, Russia e Prussia. Il re, tra i suoi primi atti, nominò nuovo capo del governo il generale Francesco Casella, che mantenne i dicasteri della guerra e degli esteri, ministro delle finanze il barone Salvatore Carbonelli, ministro della marina il retro ammiraglio Leopoldo del Re, ministro della giustizia il duca di Lauria don Pietro Calà Ulloa e infine inviò telegrammi in tutto il Regno delle Due Sicilie per informare i sudditi che il governo da quel giorno risiedeva in Gaeta.
Garibaldi a Napoli e l'arrivo dell'esercito sabaudo Lo stesso 7 settembre, Garibaldi, precedendo il grosso del suo esercito, viaggiando su un treno, che da Torre Annunziata dovette procedere lentamente per non travolgere le ali di folla festante, poté entrare in città accolto da liberatore. Le truppe borboniche, ancora presenti in abbondanza e acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza e si arresero poco dopo. Vittorio Emanuele II decise che era giunto il momento di intervenire con il proprio esercito per annettere Marche e Umbria, ancora nelle mani del papa, e unire così il Nord e il Sud d'Italia.
Fallito il tentativo borbonico di bloccare l'avanzata dei garibaldini negli scontri avvenuti tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860 nei pressi del fiume Volturno, nella cosiddetta battaglia del Volturno, il 9 ottobre, ad Ancona, Vittorio Emanuele II si pose a capo dell'esercito e il 15 ottobre attraversò il confine del Regno delle Due Sicilie. L'esercito piemontese proseguì la sua discesa entrando in Molise (battaglia del Macerone) e convergendo quindi verso la Campania, muovendosi verso Gaeta e andando incontro alle truppe garibaldine. Il 26 ottobre avvenne l'incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano e da quel momento l'iniziativa militare fu completamente in capo all'esercito sabaudo.
L'inizio dell'assedio L'esercito borbonico, invece, era attestato sulla linea del fiume Volturno., operando a nord dalla fortezza di Gaeta e, a sud, dalla città fortificata di Capua. Perduta anche la battaglia del Volturno (1º ottobre 1860), le truppe superstiti ripiegarono a Gaeta per un'ultima resistenza. Le forze di terra borboniche erano composte da soldati e 994 ufficiali (troppo numerosi per essere ospitate tutte entro le mura di Gaeta), suddivise in tre reggimenti di Cacciatori, comandati dal generale di brigata Vincenzo Sanchez de Luna, disposte parte nel borgo di Gaeta e parte sul Colle dei Cappuccini; quattro compagnie di Svizzeri, comandate dal capitano Hess, dislocate sul promontorio di Torre Viola; un reggimento dislocato nei pressi del cimitero e un altro reggimento ospitato sul Colle Atratina; infine altri cinque reggimenti disposti fuori dalle mura di Gaeta sull'istmo di Montesecco.
L'artiglieria posta a difesa della piazzaforte di Gaeta era costituita da circa 300 cannoni (4 a canna rigata e i restanti a canna liscia) distribuiti su otto batterie, le più importanti delle quali erano "Transilvania", "Torre d'Orlando", "Regina", "Trinità" e "Phillipstall".. Le munizioni per l'artiglieria erano scarse, ma abbondavano le munizioni per fucili. Sia i camminamenti sia le casematte erano vulnerabili al tiro dell'artiglieria piemontese, perché non erano state protette con blindature. Le scorte di cibo per i soldati e per la popolazione civile non erano sufficienti, come pure era scarso il foraggio per gli oltre tra cavalli e muli utilizzati dall'esercito del Regno delle Due Sicilie.
Le forze navali rimaste fedeli a Francesco II erano composte da cinque unità da guerra napoletane (Partenope, Delfino, Messaggero, Saetta, Etna). Inoltre, erano presenti sette navi da guerra francesi (Bretagne, Fontenoy, Saint Luis, Imperial, Alexandre, Prony, Descartes) al comando del vice-ammiraglio Adelbert Lebarbier de Tinan, quattro navi da guerra spagnole (Vulcán, Colón, Villa de Bilbao, General Álava), una nave da guerra prussiana (Loreley). Il corpo d'assedio dell'esercito piemontese era composto da soldati, cavalli, 66 cannoni a canna rigata e 180 cannoni a lunga gittata. Le batterie di artiglieria erano allestite a Castellone, alla Canzatora, a Monte Cristo, a Monte Lombone, nella valle di Calegna. Il 4 novembre nel corso di una battaglia venne conquistata la strategica Mola di Gaeta. Al bombardamento di Mola di Gaeta presero parte anche alcune unità navali ex borboniche transitate con i relativi equipaggi ed ufficiali nella nuova Marina Sarda, come descritto dall'ufficiale di Stato Maggiore borbonico Giovanni delli Franci.:
Il 5 novembre 1860, il generale Enrico Cialdini, comandante del corpo di assedio piemontese, stabilì il suo avamposto presso la Cappella di Conca, aiutato da alcuni ufficiali dell'esercito borbonico unitisi ai sardo-piemontesi, tra cui il maggiore del Genio Giacomo Guarinelli, buon conoscitore della piazzaforte di Gaeta, in modo tale da poter ben guidare il fuoco dell'artiglieria piemontese e centrare senza troppe difficoltà gli obiettivi militari. Le ostilità via terra contro i borbonici rifugiati in Gaeta ebbero inizio l'11 novembre 1860, anche se l'assedio vero e proprio incominciò il 13 novembre. Il 28 novembreIl 29 novembre, secondo . un manipolo di 400 soldati borbonici, guidati dal generale Ferdinando Beneventano del Bosco, tentò una sortita sul colle dei Cappuccini. Il colpo di mano riuscì e allontanò i bersaglieri piemontesi che erano stanziati lì, ma a caro prezzo di vite umane, tra cui la perdita del tenente colonnello Migy. Inoltre il colpo di mano riuscì solo a metà, in quanto fallì l'obiettivo di incendiare il borgo, azione affidata ad un gruppo di soldati legittimisti francesi comandato dal conte de Christen e visconte Maricourt, che vennero respinti da un contrattacco alla baionetta dei bersaglieri, i quali inseguirono i francesi fin sotto le mura della fortezza, dove dovettero arrestarsi a causa del fuoco delle batterie nemiche... Il motivo per cui venne eseguito un attacco di terra, anziché un più sicuro ed efficace bombardamento della postazione, era dovuto alla venerazione di re Francesco II per una chiesa del borgo, che rischiava di essere colpita dal tiro poco selettivo delle artiglierie. .
Il 4 dicembre, l'esercito borbonico compì una seconda sortita esterna alle mura della fortezza sotto una pioggia torrenziale, con una squadra di 120 cacciatori, facendo saltare un gruppo di case che nascondeva alla vista una batteria di artiglieria piemontese, costringendola a prendere una nuova posizione più arretrata. Ai primi di dicembre all'interno della piazzaforte si diffuse un'epidemia di tifo petecchiale che incominciò a mietere vittime sia tra i militari sia tra i civili, cui si andarono ad aggiungere le vittime dei bombardamenti piemontesi. L'8 dicembre, (altro giorno piovoso con foschia), mentre il re Francesco II di Borbone, in occasione della festività dell'Immacolata Concezione, emanava un proclama in cui denunciava l'aggressione piemontese, il re Vittorio Emanuele II di Savoia si recò in visita a Mola di Gaeta, oggi Formia, per osservare i progressi delle operazioni militari.
Nel frattempo Cavour ordinò al generale Cialdini di sospendere l'assedio per consentire all'ammiraglio francese Barbier de Tinan di consegnare un messaggio da parte dell'imperatore francese Napoleone III al re Francesco II per indurlo a trattare la resa, significandogli che in caso contrario avrebbe ordinato alle navi da guerra francesi di abbandonare la rada di Gaeta; Francesco II riuscì a guadagnare ulteriore tempo con un'abile risposta e le navi francesi restarono colà all'ancora. La tregua resse fino alla notte tra il 12 e il 13 dicembre, quando l'uscita dalla piazzaforte di alcuni soldati borbonici venne interpretata dai sabaudi come un tentativo ostile nei loro confronti e aprirono il fuoco.