Nella mitologia greca Tiche o Tyche () era la personificazione della fortuna, la divinità che garantiva la floridezza di una città e il suo destino. La sua equivalente romana è la dea Fortuna.

Etimologia e significato Il termine τύχη ha la radice di τυγχάνω (= accadere) e ciò attribuisce al termine una connotazione non solo di casualità, ma anche di inevitabilità. Significativo per comprendere questo concetto è un passo dellAiace di Sofocle:

dove il tema dell'inevitabilità è rafforzato da ἀναγκαίας (anankaíās), aggettivo derivato da ἀνάγκη (anánkē, "necessità"). Infatti la Tyche, insieme alla Moira, è una forza impersonale, ritenuta in grado di travolgere completamente la vita degli uomini. Archiloco scrive:

Genealogia Tiche è in genere considerata una delle Oceanine, ovvero le figlie di Teti e OceanoEsiodo, Teogonia, 360.. In altre versioni del mito è detta figlia di Zeus o di Prometeo. A volte è indicata come la madre di Pluto.

Iconografia

Tyche appare su molte monete di età ellenistica nei tre secoli prima dell'era cristiana, soprattutto della regione del Mar Egeo.

Molto spesso è associata all'immagine dell'acqua, soprattutto a quella di mare, per le sue caratteristiche di mutevolezza e instabilità. Altre volte un suo simbolo è il timone (in un passo di Eschilo Tiche compare esplicitamente al timone della nave di Agamennone, miracolosamente salvata dall'intervento divino). Nell'arte medievale la dea è raffigurata con una cornucopia e la Ruota della Fortuna. A volte teneva in mano il bambino Pluto, dio della ricchezza.

La costellazione della Vergine è a volte identificata come la figura celeste di Tiche.

Culto Testimonianze del culto della dea Tiche in Attica sono state trovate dalla prima metà del IV secolo a.C., a partire dal 360 fino al 318 a.C. Il nome Ἀγαθὴ τύχη (=buona sorte) compare sempre più frequentemente nelle iscrizioni, a volte insieme ad altri dèi (Dioniso e Zeus) e nel corso del IV secolo il culto si formalizza e diviene anche più popolare, tanto che una fonte successiva ci parla di una statua di Agathe Tyche presso il Pritaneo. Si pensa che anche Licurgo avesse interesse nel culto della dea, visto che nei suoi provvedimenti religiosi menzionò i tesori del santuario di Agathe Tyche e nel suo Περὶ τῆϛ διοικήσεως, un discorso di amministrazione, cita esplicitamente la dea.

Nel V secolo a.C. compare per lo più subordinata alle divinità dell'Olimpo. La sua importanza crebbe in età ellenistica, tanto che le città avevano la loro specifica versione iconica della dea, che indossava una corona raffigurante le mura della città. Sono noti solo casi isolati di feste in suo onore. Il suo culto viene collegato con quello di numerose divinità, soprattutto Zeus, Asclepio, Artemide, Atena, Nemesi, Eros.

La dea aveva templi a Cesarea marittima, Antiochia, Alessandria e Costantinopoli. Ad Alessandria il Tychaion, il tempio di Tiche, è stato descritto da Libanio come uno dei più belli di tutto il mondo ellenistico.

Letteratura Il concetto di Tyche è stato soggetto a numerosi cambiamenti nel significato, ruolo e importanza nella società. È però possibile cercare di capire come cambia nel tempo analizzando il concetto che i principali autori greci avevano di essa (in ordine cronologico).

Omero In Omero il concetto è ancora molto "generale". Il termine Tiche non appare mai nelle opere omeriche. Infatti l'idea della Fortuna è ancora racchiusa nel concetto di Moira e "αἶσα". Αἶσα è la "parte giusta", la "misura giusta"; significato che appare chiaro nell'aggettivo derivato "αἴσιμος" (ovvero "opportuno") e/o nelle locuzioni "κατʹαἴσαν" ("secondo misura") e/ο "ὑπὲρ αἴσαν" ("oltre misura"). La Moira, invece, è la "parte" e/o il "destino", anche nei suoi aspetti peggiori (di morte). Alla sua radice si associa quella del verbo "τυγχάνω", ovvero "accadere, accadere per caso" da cui viene "τύχη", cioè la Tiche.

Archiloco In Archiloco è una forza impersonale sottoposta al destino (Moira) che può travolgere(/ribaltare) la vita degli uomini ("Pericle, il Caso e il Destino danno tutto all'uomo"Archiloco, fr. 16).

Pindaro La dea compare nell'Olimpica XII, che comincia con un'invocazione alla Tiche stessa. In questo componimento, la Tiche è chiamata "figlia di Zeus Eleutherios" (quindi non più figlia di Oceano e Teti). Pindaro la chiama anche "salvatrice", riferendosi a un duplice fatto; essendo figlia di Zeus, ella, come il padre, assicura la giustizia e non imperversa ciecamente sulle vicende umane; inoltre ha salvato ErgoteleAtleta celebrato da Pindaro nell'Olimpica XII. Nacque a Cnosso dal padre Filanore. Intorno al 476/5 a.C., dovette scappare da Creta a causa di alcuni conflitti civili, giungendo così in Sicilia, a Imera. Fu un atleta illustre e di grande fama, in quanto riportò due vittorie a Olimpia, altrettante a Pito, sull'Istmo e a Nemea. dalle lotte interne/civili della sua città natia, che lo avrebbero visto spegnersi senza poter riuscire a guadagnarsi la fama e la gloria, derivanti dai successi avuti nei giochi panellenici. In tutte le strofe è presente l'acqua, che infatti rappresenta in maniera migliore le principali caratteristiche della dea: la mutevolezza e l'instabilità. Dalla dea "infatti sono pilotate in mare le veloci navi"Pindaro, Olimpiche, XII, mentre, come fanno i legni in balia delle onde, "degli uomini in su spesso, e in giù rotolano, solcando vane illusioni, le speranze". Ma Pindaro offre una salvezza: "La tranquillità appare lo scudo migliore per tenersi al riparo dall'inquieto avvicendarsi degli eventi che Tiche guida in maniera imperscrutabile per l'uomo, il quale trova nella tranquillità l'unico appiglio per non essere spinto troppo in alto dalle circostanze positive o per non precipitare quando le speranze cadono a terra avvizzite come le foglie in autunno. O come le piume di un vecchio gallo ormai inetto al combattimento"Giovanna Daverio Rocchi (a cura di) Tra concordia e pace. Parole e valori della Grecia antica (Quaderni di ACME volume 92), Cisalpino 2007, Milano, pp. 277-78..

Esopo In Esopo la Tiche è una divinità con una propria volontà, capace di portare splendidi doni (per esempio nella favola 22, dove i pescatori non riescono a pescare niente, ma la Sorte dona loro un tonno), così come è capace anche di toglierli nel caso volesseEsopo, Favole, 23.. È rappresentata anche con sentimenti umani, come l'invidia ("Un contadino, avendo trovato dell'oro scavando in terra, ogni giorno incoronava la (dea) Terra in quanto da essa beneficato. Ma la Tiche, presentandosi a lui, gli dice: -Ehi tu! Perché attribuisci alla Terra i miei doni, che io ti ho dato volendo arricchirti? Se infatti la situazione cambiasse e questo oro giungesse ad altre mani, so che allora biasimeresti me, la Tiche-"Esopo, Favole, 84.). È anche salvatrice poiché viene in aiuto di un viandante che stava cascando in un pozzo ("Un viaggiatore che aveva fatto molta strada, spossato dalla stanchezza, si lasciò cadere sull'orlo di un pozzo e lì si addormentò. Stava giù quasi per cadervi dentro, quando gli apparve la Fortuna che lo svegliò..."Esopo, Favole, 261.); la dea potrebbe anche essere definita "egoista", in quanto ciò che fa, lo fa per non essere incolpata ("...dicendogli -Ehi amico, se poi tu cadevi dentro, non te la prendevi con la tua imprudenza, ma te la prendevi con me-"). Infine la Sorte viene vista come "più potente di tutta la nostra provvidenza"Esopo, Favole, 307..

Tucidide In Tucidide è un elemento inaspettato, incalcolabile e imprevedibile. Non è soggetta alla volontà degli dèi, ma porta indifferentemente e improvvisamente disastri e/o buona fortuna. Avere con sé i favori della Fortuna può portare gli uomini all'insolenza. Viene vista come una forza che colpisce tutti, indifferentemente dalla classe sociale. "Poiché si può tranquillamente ammettere che il corso degli avvenimenti pieghi con scarti non meno imprevedibili che le intenzioni umane: perciò è nostra abitudine imputare alla fortuna quanto sfugge al controllo delle nostre facoltà logiche".Tucidide 1.140. La Tiche è colei che crea gli ostacoli e offre le occasioni; ogni uomo è artefice del proprio destino, determinato da come reagisce alla Tiche. Nelle vicende narrate, soprattutto nella guerra del Peloponneso la Tiche avrà un ruolo centrale, come sarà riconosciuto dagli Spartani; infatti il saggio re degli Spartani, Archidamo II, etichetta la guerra "non priva di incognite", in quanto "il corso di una guerra è costellato d'imprevisti",Tucidide 2.11. riconoscendo, dunque, che gli eventi sono spesso decisi dalla sorte (ma non i risultati, che invece sono affidati alla disciplina e intelligenza con cui un uomo si pone di fronte ai suddetti eventi); mentre Pericle, Ateniese, pensa che bisogna affidarsi "più all'intelligenza che al caso",Tucidide 1.144. ricordando che la Tiche ha sempre cercato di scavalcare le imprese degli uomini, ma che gli Ateniesi sono sempre riusciti a superarla in astuzia. La Fortuna è anche misericordiosa: si prenda ad esempio l'episodio delle due barche mandate a Mitilene, dove la prima serviva per uccidere gli uomini e ridurre in schiavitù le donne e i bambini, mentre la seconda per annullare la missione della prima; la seconda barca ha la Tiche dalla propria, che permette al veliero di incontrare nessun vento contrario e l'andamento non troppo veloce nel procedere della prima barca. È inoltre punitrice: quando gli Ateniesi, dopo una prima vittoria sugli Spartani, ottenuta grazie anche all'aiuto della stessa Tiche, peccano di hybris (ὕβρις, «superbia, tracotanza»), questa li punirà facendo perdere loro la guerra.Sul ruolo e il concetto di tiche in Tucidide si consulti

Euripide Secondo Euripide anche i piani divini possono essere influenzati, e quindi gli dèi stessi. Si prenda ad esempio nella tragedia Ione il fatto che Apollo avrebbe voluto tenere nascosto alla protagonista che lui stesso fosse il padre finché questa non fosse arrivata ad Atene. Atena, però, si mette nel mezzo e rivela tutto a Ione prima del tempo, rovesciando i piani del dio. I processi di agnizione sono sempre fortuiti; è sempre grazie alla Tiche che avvengono. L'antitesi tiche-techne viene trasformata in un rapporto complementare, dove la Tiche è la buona sorte nell'agnizione, mente la techne è l'intrigo, che richiede intraprendenza e furbizia per assicurarsi la buona fortuna. La Tiche è un'agente, senza scopi, che non è diretta da alcuna volontà divina. È una forza che contiene gli elementi di un'improvvisa rivalsa, un improvviso cambiamento di sorte, ed è per mano di Tiche che gli intrighi di ogni opera si svolgono.

Menandro