The Brutalist è un film del 2024 co-scritto, diretto e co-prodotto da Brady Corbet.

Trama Primo tempo: L'enigma dell'arrivo 1947. L'ebreo ungherese László Tóth, scampato al campo di concentramento di Buchenwald, emigra negli Stati Uniti. L'Olocausto l'ha separato dalla moglie Erzsébet, che aveva a lungo creduto morta al campo di Dachau e che ora gli scrive da un campo profughi dell'Armata Rossa promettendogli di riabbracciarlo non appena otterrà anche lei il visto per gli Stati Uniti. Stimato architetto del Bauhaus prima dell'ascesa del Nazismo, László va a vivere a Filadelfia dal cugino Attila Molnár, immigrato prima della guerra e assimilatosi alla gente del posto, anglicizzando il suo cognome in Miller e sposando la cattolica Audrey. Per dargli una mano, Attila gli trova lavoro nel suo negozio di mobili, dove László si cimenta, con perplessità da parte di Audrey, in piccoli progetti di design d'interni in cui dà prova delle sue nuove sensibilità brutaliste nate dall'esperienza dell'Olocausto. Nel frattempo, le Nazioni Unite ratificano il piano di partizione della Palestina.

Nel frattempo, László stringe amicizia con Gordon, un senzatetto afroamericano con un figlio a carico. La grande occasione per i due cugini sembra arrivare quando Harry Lee Van Buren, giovane rampollo del magnate Harrison, gli chiede di ristrutturare lo studiolo del padre nella sua tenuta a Doylestown per fare una sorpresa a quest'ultimo. Impiegando anche Gordon come manovale, László rinnova l'ambiente da cima a fondo, trasformando l'angusto studiolo in uno spazio arioso e austero tramite l'uso di librerie a scomparsa. Tuttavia, Harrison rincasa prima del previsto e, trovando la villa messa a soqquadro da degli sconosciuti, si infuria e li caccia via prima che possano finire il lavoro. Vista la mala parata, Harry si rifiuta di pagare Attila per le costose migliorie che László l'aveva convinto ad apportare. A peggiorare le cose, Audrey, che non sopporta più quel forestiero che turba la loro esistenza borghese, convince il marito di essere stata insidiata da László, che viene cacciato di casa dal cugino.

1950. László è diventato un eroinomane e vive in un dormitorio assieme a Gordon, mantenendosi spalando carbone. Un giorno, riceve la visita di Harrison, che si scusa per quanto accaduto e lo paga per il lavoro. Dopo che il suo nuovo studiolo è diventato all'ultimo grido tra l'alta società, l'uomo si è informato sul conto di László, scoprendo il suo illustre passato in Europa. Lo invita a un ricevimento nella sua villa, dove lo presenta a tutta la famiglia e gli commissiona un ambizioso progetto con cui lasciare un'eredità come architetto: un monumentale centro ricreativo polivalente intitolato alla memoria di sua madre e costruito, senza badare a spese, a Doylestown. László accetta, ma deve combattere contro lo scetticismo dei cittadini per poter costruire l'Istituto Van Buren in calcestruzzo a nudo, anziché con materiali più pregiati. Mentre cominciano i lavori, riceve da Erzsébet la notizia che lo raggiungerà presto negli Stati Uniti grazie all'intercessione degli influenti Van Buren.

Secondo tempo: Il nocciolo duro della bellezza 1953. László riabbraccia finalmente Erzsébet, accompagnata dalla nipote adolescente Zsófia, rimasta orfana. Scopre però che, a causa delle sofferenze patite in guerra, Erzsébet è ridotta in sedia a rotelle dall'osteoporosi causata dalla denutrizione, mentre Zsófia ha smesso di parlare. I tre si stabiliscono in una casa accanto al cantiere, dove intanto proseguono i lavori, non senza difficoltà: dopo aver scoperto che l'appaltatore dei Van Buren ha apportato delle modifiche al progetto per rientrare nei costi, László decide di devolvere il suo stipendio alla realizzazione dell'Istituto secondo il progetto originale.

Le sue scelte creative, tra cui la bizzarra aggiunta di un sistema di gallerie sotterranee, vengono difese da Harrison, che lo trova una compagnia intellettualmente stimolante fra tanti lacchè intimoriti dalla sua fortuna, ma spesso si stanca di questo suo "passatempo colto" e lo sottopone, come anche Harry, a crudeli esternazioni xenofobe e classiste, forte della sua posizione di potere. Il giorno dell'inaugurazione ufficiale del cantiere, Harry molesta Zsófia e informa László che è tollerato a malapena. Quando un treno che trasportava materiali di costruzione deraglia, uccidendo i macchinisti, Harrison decide di averne abbastanza e annuncia la chiusura del cantiere, nonostante le proteste di László.

1958. I Tóth si sono trasferiti a New York, dove László lavora come progettista in uno studio ed Erzsébet scrive per una rubrica giornalistica. Zsófia, che ha ricominciato a parlare, aspetta una figlia, ma delude gli ideali cosmopoliti degli zii quando annuncia loro che lei e il marito praticheranno lAliyah, trasferendosi a Gerusalemme. Quando László viene informato che Harrison ha intenzione di ricominciare i lavori, in lui si riaccende l'ossessione e accetta nuovamente. I due volano alle cave di marmo di Carrara, in Italia, per acquistare i materiali con cui László vuole costruire l'altare al centro dell'Istituto. Concluso l'affare, László si unisce a una festa locale, ma Harrison lo sorprende nottetempo ubriaco e drogato tra i marmi della cava e lo stupra, accusandolo di essere un parassita e un drogato.

Tornato a Doylestown, László si chiude in sé stesso, trascurando Erzsébet, smettendo di frequentare la sinagoga e dedicandosi anima e corpo al completamento del progetto, arrivando anche a licenziare Gordon in un momento d'ira. Una sera, quando Erzsébet è colta dai dolori dell'osteoporosi, László, che si è accorto che le medicine della moglie sono finite, le somministra dell'eroina. I due hanno una notte di passione in cui László confessa alla moglie l'abuso subito da Harrison. Erzsébet tuttavia viene colta da un'overdose e László la porta in ospedale. Erzsébet si salva e confessa al marito di voler raggiungere la nipote in Israele, al che László acconsente. Tempo dopo, Erzsébet, in via di guarigione, si presenta alla villa dei Van Buren e accusa di fronte a tutti Harrison dello stupro. Harry la rimuove di peso dalla stanza, per poi accorgersi che suo padre è sparito: dopo averlo cercato per tutta la tenuta, una squadra di soccorso setaccia palmo per palmo il cavernoso capolavoro architettonico di László, ormai quasi ultimato, non trovando tracce di Harrison.

Epilogo Nel 1980, alla 1ª Mostra internazionale di architettura di Venezia, viene dedicata una retrospettiva alle opere di László, ormai anziano e vedovo, tra cui l'Istituto Van Buren, terminato un decennio dopo i fatti. Zsófia, ora adulta, legge un discorso in sua vece, su come avesse progettato l'Istituto ispirandosi ai campi di sterminio dove lui ed Erzsébet erano stati rinchiusi, allo scopo di esorcizzare il trauma dell'Olocausto e la loro separazione. Conclude con una frase che lo zio soleva ripeterle: «conta la destinazione, non il viaggio».

Produzione Sviluppo Corbet ha citato come fonte d'ispirazione le opere di Winfried Sebald e V. S. Naipaul nel loro esplorare specifici avvenimenti e periodi storici attraverso la biografia di personaggi immaginari. Il primo tempo si intitola infatti L'enigma dell'arrivo, come un romanzo del 1987 di Naipaul. Ha scelto il brutalismo come metafora di «qualcosa che le persone non comprendono e quindi vogliono abbattere ed eradicare».

Corbet ha impiegato circa sei anni per ottenere i finanziamenti necessari a realizzare il film, prodotto da indipendente. Il budget di produzione del film è stato di 9,6 milioni di dollari. Riguardo al realizzare un film epico in costume di più di tre ore per una cifra tutto sommato esigua, Corbet ha dichiarato: «Siamo andati a risparmio ovunque possibile per essere certi che ogni singolo centesimo si vedesse sullo schermo. È stato uno sforzo erculeo, non lo consiglio a nessuno [...] anni e anni di lavoro praticamente gratis». Tuttavia, ha anche ammesso che un budget ridotto gli ha garantito un livello maggiore di libertà creativa, potendo lavorare senza preoccuparsi di «quei produttori che non si fidano del regista e lo sommergono letteralmente di appunti. E alla fine esce una cosa sterile e impersonale. È la stessa differenza che c'è tra una ciotola presa al supermercato e il vasellame wabi-sabi».

Prima che lo slittamento delle riprese causasse cambiamenti nel cast, i ruoli principali erano stati affidati a Joel Edgerton (László), Marion Cotillard (Erzsébet), Mark Rylance (Harrison Lee) e Sebastian Stan (Harry Lee). Tra i ruoli minori, Cassidy, Martin, de Bankolé e Nivola hanno conservato i propri sin da principio, mentre Audrey doveva essere originariamente interpretata da Vanessa Kirby.

Scenografia

La scenografa Judy Becker, alla sua prima collaborazione con Corbet, si è occupata, oltre che della costruzione dei set, di immaginare l'aspetto delle due opere architettoniche di László: lo studiolo e l'Istituto Van Buren. Becker si è dedicata per prima a quest'ultimo, ma ha faticato a trovare l'ispirazione finché non ha fatto caso alla pianta a croce che ha ritrovato in diversi campi di concentramento nazisti, riproponendone il motivo come la "croce di luce" al centro dell'Istituto. La sceneggiatura infatti non descriveva l'Istituto nei particolari, se non come rappresentazione dell'orrore dei campi di sterminio. Dopo aver progettato l'edificio in modo che potesse essere costruito anche nella realtà, ne è stato poi realizzato un modellino alto circa tre metri. Appassionata di architettura brutalista, ma priva di fondamenti di architettura, Becker si è ispirata alle opere di Marcel Breuer e Tadao Andō, prestando però attenzione a renderlo abbastanza diverso da dare l'impressione che László fosse un architetto realmente esistito e con un proprio stile. Ha preso ispirazione da elementi di edifici modernisti come il Salk Institute di Louis Kahn, il Johnson Wax Building di Frank Lloyd Wright e lo Skyspace Lech di James Turrell.

Per lo studiolo, Becker ha dovuto immaginarne l'aspetto prima e dopo l'intervento di László: per il primo, si è servita degli arredamenti art déco che poteva reperire in Ungheria, location delle riprese, e tende rosse; per il secondo, ha optato per delle scaffalature in legno alte fino al soffitto che, aprendosi simultaneamente a 45º, spostano lo sguardo al centro della stanza, dove aveva posizionato una sedia cantilever di propria progettazione. Per quest'ultima, dal design simile alla sedia Cesca di Breuer, Becker ha scelto di usare tubi d'acciaio per le gambe e fettuccia in pelle per la seduta e l'appoggio, per comunicare una commistione tra Bauhaus e le sensibilità tipiche degli Stati Uniti di metà XX secolo, dato che il cuoio le ricordava le sedie a sdraio delle spiagge americane.

Arredamenti e oggetti di scena sono stati utilizzati per raccontare i personaggi senza ricorrere all'esposizione. Per esempio, la casa e il negozio in stile revival coloniale britannico di Attila rispecchiano i gusti dell'epoca e ne riflettono l'assimilazione. L'arredatrice di scena Patricia Cuccia ha fatto arrivare dal Canada dei mobili d'epoca per arredare il negozio di Attila, scegliendo anche carta da parati e tende che facessero «realizzare [a László]: benvenuto in America». In tutto sono costati circa 1000 dollari e sono stati presi su due noti siti di e-commerce. Becker ha dichiarato che lavorare con un budget ridotto non ha causato difficoltà a lei o alla sua équipe, che ha anzi potuto contare su un ampio livello di libertà creativa.

Riprese