Accrebbe la grandezza della casata viscontea con la costituzione di un patrimonio privato dovuto ai nuovi domini e alle confische.

Biografia

Nascita e giovinezza Luchino nacque nel 1292 da Matteo I Visconti e di Bonacossa (o Bonacosa) Borri, probabilmente a Milano. I dati relativi alla sua infanzia sono scarsi. Inizialmente escluso dalla successione al potere, optò per una vita militare. Abitò inizialmente in un palazzo "altissimum, et longum, cameris, et salis distinctum, miris picturis decoratum, cum aquarum conductu"Fiamma, De gestis Azonis ad an. 1337 nel sestiere di Porta Ticinese dirimpetto alla chiesa di San Giorgio al Palazzo.Giulini, Memorie, vol. V, p. 349

Nel giugno del 1302 una congiura capitanata dal piacentino Alberto Scotti, da Pietro Visconti e dal comasco Corrado Rusca riuscì a spodestare Matteo I Visconti dalla signoria di Milano, permettendo ai Torriani di riprendere il potere. Luchino insieme ai fratelli Marco, Giovanni e Stefano si rifugiò nel monastero di Sant'Eustorgio.Giulini, Memorie, vol. IV, pp. 812-817

Il 6 gennaio 1311 assistette all'incoronazione a re d'Italia di Enrico VII di Lussemburgo presso la basilica di Sant'Ambrogio. In seguito al miglioramento dei rapporti tra Enrico e il padre, che dopo averlo supportato per convenienza durante la rivolta di Milano fu bandito per alcuni mesi ad Asti, nel mese di ottobre Luchino fu uno dei dodici cavalieri milanesi che accompagnò il re da Pavia a Genova e quindi a Roma.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 5-10

Nel 1314 seguì il fratello Marco, Francesco da Garbagnate e Simone Crivelli nella campagna militare in Lomellina attuata in risposta al saccheggio da parte dei Torriani dell'abbazia di Morimondo e delle campagne circostanti. Dopo alterne vicende i viscontei assediarono il castello di Ferrera Erbognone tenuto dal conte Guidetto Langosco. Il Langosco riuscì a resistere per tre giorni contro forze soverchianti per poi gettarsi nella mischia. Fu infine convinto dalla moglie ad arrendersi ai milanesi che lo trattarono onorevolmente. I milanesi in seguito vinsero una battaglia a Mortara e in dicembre catturarono Tortona.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 42-45

La Battaglia di Montecatini

Nel 1315 il padre Matteo in seguito alle vittoriose battaglie di Ponte San Pietro e dello Scrivia, approfittò del momento favorevole per catturare Pavia. Inviò un esercito di cinquecento cavalieri guidato dal figlio Stefano e Francesco da Garbagnate ad intercettare una squadra di cinquanta cavalieri cremonesi venuti in soccorso ai pavesi. Dopo aver concertato l'apertura di una delle porte di Pavia con un traditore, giunsero di notte nei pressi della città. Qui una parte dei milanesi si portò sulla strada per Milano e iniziò ad accendere grandi fuochi e battere le armi sugli scudi simulando un attacco alle mura mentre il resto dell'esercito stava appostato sulla strada per Piacenza. Il Langosco effettuò una sortita contro quelli ma quando s'avvide dell'inganno era ormai troppo tardi e alcuni mercenari tedeschi erano già entrati in città dalla parte opposta. Simone della Torre riuscì per qualche tempo a respingere il nemico ma fu costretto a cedere, così i Visconti catturarono Pavia. Negli scontri rimasero uccisi sia Riccardo che Gherardino Langosco, figli di Filippo. Dopo la cattura, la città fu affidata a Luchino. Supportò poi i ghibellini nel parmigiano insieme al fratello Marco poi passò in Toscana in supporto a Uguccione della Faggiuola. Il 29 agosto 1315 si verificò lo scontro decisivo nella battaglia di Montecatini dove i ghibellini riportarono una schiacciante vittoria. Negli scontri Luchino rimase ferito ad una gamba. Lo stesso anno Luchino sposò Violante di Saluzzo, figlia del marchese che gli diede una figlia, Caterina.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 53-63

Nel 1317 cercò di assediare Cremona per conto del padre ma l'impresa fallì.

Nel 1318 Matteo Visconti combinò le nozze tra Luchino e Caterina Spinola, appartenente a una delle due famiglie ghibelline più note di Genova insieme ai Doria, da cui non ebbe alcun figlio. Il signore di Milano, conoscendo perfettamente la situazione precaria in cui si trovavano le due famiglie a causa del continuo scontro con i Fieschi e i Grimaldi di partito guelfo, sapeva che avrebbero presto chiesto il suo aiuto dandogli la possibilità di estendere le sue mire espansionistiche sulla città.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 89-91

Operazioni militari contro Ugone del Balzo e Filippo di Valois Il 2 dicembre 1319, mentre Ugone del Balzo era sulla strada per Montecastello, poco fuori Casale, fu sorpreso dall'esercito di Luchino, venuto soccorrere il fratello Marco, che lo sconfisse e lo uccise. Pochi giorni prima Luchino aveva sconfitto anche Simone della Torre che aveva preso Valenza e stava saccheggiando la Lomellina. Nello stesso anno, tuttavia, i guelfi dopo aver catturato Crema con una rivolta popolare, riuscirono a respingere due attacchi da parte dell'esercito milanese guidato dal podestà Bonifacio da Curiago. Lo stesso anno Luchino prese parte alla battaglia di Triselle, ove rimane nuovamente ferito.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 98-99

Il 5 luglio 1320 Filippo di Valois arrivò ad Asti per conto di Roberto d'Angiò e rinforzò il suo esercito con molti guelfi lombardi. Luchino insieme ai fratelli Galeazzo e Marco in quei giorni era impegnato nell'assedio di Vercelli in supporto dei Tizzoni contro gli Avogadro. I tre figli di Matteo decisero di ritirarsi dalla città e fecero la rassegna delle truppe (3.000-5.000 cavalieri e numerosi fanti) a Novara, poi marciarono di nuovo verso Vercelli accampandosi a tre miglia dai francesi. Secondo gli storici conteramponei a quegli eventi, si evitò la battaglia grazie alla donazione di due botti d'argento piene di vino (o più probabilmente d'oro) da parte di Galeazzo Visconti.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 99-103

La battaglia di Gorgonzola

Nel febbraio 1323 Raimondo de Cardona, luogotenente angioino in Lombardia, esortato dai nobili milanesi fuggiti dalla città e dopo aver catturato Alessandria e Tortona, si riunì al resto dell'esercito guelfo che nel frattempo aveva ottenuto significativi rinforzi da molte città lombarde, piemontesi ed emiliane. Galeazzo invece disponeva di scarse forze poiché molti signori ghibellini alleati si erano riconciliati con il pontefice e poté solo cercare di fortificare Milano facendo erigere un bastione all'esterno dei borghi della città. Il re di Germania Ludovico il Bavaro cercò inutilmente di convincere il legato pontificio a desistere dall'impresa ma riuscì a persuadere gli Scaligeri, i Bonacolsi e gli Este a supportare i Visconti. Il 19 aprile Marco e Luchino Visconti, al comando di 2.000 fanti e 1.000 cavalieri, uscirono da Milano e nel tardo pomeriggio si scontrarono con un esercito guelfo di circa 4.000 uomini e 2.000 cavalieri presso Trecella. Lo scontro terminò al calare delle tenebre con una vittoria dei guelfi che rimasero padroni del campo ma ebbero il doppio delle perdite. Luchino rimase gravemente ferito. Marco decise allora di ritirarsi nuovamente a Milano.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 138-144

Discesa in Italia di Ludovico il Bavaro Nel 1327 Ludovico il Bavaro, esortato da Marco e Lodrisio Visconti, entrò a Milano per farsi incoronare re d'Italia. Fece poi arrestare Galeazzo, Luchino e Giovanni dal momento che il signore di Milano adottava un comportamento ambiguo per cui da una parte fingeva di supportare le pretese del re e dall'altra tentava di riconciliarsi con la Chiesa. I tre furono imprigionati nei forni del castello di Monza e furono liberati solo il 25 marzo 1328 grazie a Castruccio Castracani che dopo aver cercato vanamente di convincere quello che ormai era divenuto il nuovo imperatore, ricominciò l'offensiva contro i fiorentini in Toscana mostrando la sua indipendenza rispetto all'autorità imperiale.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 176-178

Abbandonato dall'antipapa, che tornò pentito al servizio di Giovanni XXII e fiutando possibili rivolte in Toscana, in aprile Ludovico tornò in Lombardia ma giunto presso le rive del Po venne abbandonato da seicento balestrieri che si misero subito al servizio di Azzone Visconti. Nel frattempo Azzone e Giovanni, pressati da Obizzo III d'Este tramite Beatrice, si erano adoperati sottobanco per una riconciliazione del pontefice, memori dell'arroganza e dell'avidità che caratterizzavano le discese in Italia dei re di Germania e ancor più della loro prigionia a Monza. Il 17 aprile Pinalla e Martino Aliprandi riuscirono ad introdursi a Monza e a catturarla costringendo il governatore Ludovico di Teck a rifugiarsi nel castello che venne assediato. Il 21 aprile Ludovico, furioso per gli avvenimenti e per la nuova posizione dei Visconti verso il pontefice, indisse una dieta a Marcaria dove spiegò ai presenti la situazione, esortandoli a radunare un esercito per sottometterli. Ludovico radunò a Cremona un esercito costituito da migliaia di fanti e duemila cavalieri. All'inizio di maggio giunse sotto le mura di Lodi ma non fu ricevuto, puntò quindi su Melegnano e poi su Monza. Luchino Visconti mosse alla volta di Melegnano ma giuntovi trovò che l'imperatore era già passato. L'esercito imperiale cercò di attaccare Monza da oriente, puntando a liberare il castello dall'assedio ma non riuscì a guadare il Lambro che era particolarmente gonfio e le cui acque non accennarono ad abbassarsi neppure nei giorni successivi. Su consiglio dei nobili milanesi contrari ai Visconti marciò sette miglia a nord sino ad Agliate dove vi era un ponte sul fiume, lo attraversò e tornò ad attaccare Monza da occidente. La città però non gli aprì le porte e si dovette ridurre ad assediare vanamente il castello per alcuni giorni, riuscendo solo a far fuggire Amorato della Torre, figlio di Guidone. Abbandonato il proposito di catturare Monza, mosse verso Milano che tuttavia risultava ancor meglio fortificata dato che Azzone aveva fatto costruire diverse bastie di legno ed oltre quaranta torri a difesa della Cerchia dei Navigli per poi farne innalzare il livello delle acque e si era assicurato la produzione di farina cintando i mulini fuori Porta Ticinese. Anche questo assedio si rivelò un fiasco e alla fine, abbandonato dalla maggior parte dei signori ghibellini che lo seguivano, con l'eccezione di Cangrande della Scala, si risolse ad abbandonar l'impresa e si ritirò a Pavia. Il 23 settembre Ludovico confermò il vicariato imperiale ad Azzone e revocò i privilegi e i feudi imperiali concessi nei due anni precedenti poi tornò in Germania.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 184-192

Il fallito assedio di Verona Nell'aprile del 1337 Mastino II della Scala attaccò i veneziani. Azzone indisse un congresso a cui parteciparono i Gonzaga, gli Este e altri signori lombardi in cui si stabilì non solo di non offrirgli alcun aiuto ma di radunare un esercito per muovergli guerra. Il comando dei trecento cavalieri milanesi fu dato a Luchino che arrivò ad assediare Verona. Mastino lo sfidò alla battaglia campale e i due si accordarono per il 26 giugno. Poco prima della battaglia Luchino venne a sapere che i mercenari tedeschi presenti nel suo esercito intendevano tradirlo e consegnarlo al nemico e quando si venne a battaglia questi passarono dalla parte di Mastino costringendo il Visconti a ritirarsi a Mantova perdendo buona parte dei carriaggi. Se da una parte l'impresa di Verona fallì, dall'altra Azzone riuscì ad introdurre segretamente alcuni suoi soldati a Brescia che aprirono le porte della città facendo entrare il resto dell'esercito; in breve furono catturate la città vecchia e la nuova ma la possente rocca riuscì a resistere fino al 13 novembre.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 251-254

La Battaglia di Parabiago