Biografia Nascita Nacque ad Ancona il 4 settembre 1829 da Antonio e da Maddalena Pelosi, in una famiglia dedita da molte generazioni ad attività marinaresche. Continuando la tradizione del nonno Sante e del padre Antonio fu avviato anch'egli giovanissimo alla vita di mare, al seguito del padre. Questi, patriota risorgimentale, aderente alla Carboneria e alla Giovine Italia, fu devoto amico di Giuseppe Garibaldi, che aveva conosciuto verso il 1834 a Marsiglia. Il Generale era rimasto colpito dalle sue gesta contro i corsari in Adriatico, poi narrate da Garibaldi nel suo romanzo "Cantoni il Volontario", in cui inserì un capitolo dedicato alla eroica impresa di AntonioCfr. Giuseppe Garibaldi, Elia il marinaio, in Cantoni il volontario, Milano 1870, capitolo XXVI, pp. 157-165: “...Era una notte di forte scirocco, e nell'Adriatico una di quelle notti lunghe invernali che incanutiscono la chioma all'ardito marinaro delle coste italiane ... la caravella, che aveva catturato il trabaccolo, a bordo del quale era stato messo un capitano con otto uomini, mantenevasi al vento della sua preda colle sole vele di cappa ... Tutto l'equipaggio cristiano del trabaccolo era stato chiuso nella stiva incatenato, e solo il novizio di bordo di diciotto anni era stato lasciato sulla tolda per coadiuvare l'equipaggio turco nelle manovre e porgere allo stesso quanto richiedeva. ... I pirati, armati di tutto punto e fidenti nel numero, nulla diffidarono del giovine novizio, che rispondeva accuratamente ad ognuno dei loro comandi ... Tale fiducia e noncuranza dei Turchi favorivano i progetti del nostro Elia...Sotto il buonpresso dei trabaccoli esiste per consuetudine una mannaja ... Col pretesto della veglia, Antonio poté comodamente nasconderla sotto il giacchettone, e così armato venne a poppa, ove accanto al timoniere stava il capitano di presa, appoggiato al bottabarra ... egli avventò il primo colpo alla testa dell'ufficiale e lo sbagliò! ... Il terribile jatagan fu in un momento sguainato, ed un colpo sulla spalla sinistra dell'Elia ne inondò il corpo di caldo sangue ... in quel momento ferita, vita, morte, erano un nulla! La mannaja rotò nelle sue mani con agilità elettrica e l'Ottomano cadde col cranio spaccato. Quasi nello stesso tempo entrava in giuoco il timoniere, ma appena pose la mano alle armi esso era disteso al lato del capitano ... con minor difficoltà ch'egli non avrebbe sperato poté disfarsi dei sette rimanenti nemici ch'egli attaccava separatamente ... La sua prima cura, dopo d'essersi sbarazzato dei nove pirati, fu la liberazione dei compagni incatenati nella stiva ... prendendo la direzione più conveniente alla velocità del legno, i liberati furono presto lontani dal nemico...”. In realtà, Garibaldi ha esagerato il ruolo di Antonio Elia, che fu comunque determinante e che è così riferito nellettera del Delegato Apostolico di Ancona al Cardinale Camerlengo, in data 1º ottobre 1825 (conservata presso l'Archivio di Stato di Ancona): “...Il Parone Dal Monte nella notte stessa in cui fu predato poté d'accordo coi suoi marinai uccidere dei barbareschi che guidavano il legno e salvarsi nel porto di Ragusi. Questa notizia è vera avendomene scritto uffizialmente il Console austriaco di Ragusi dettagliandomi che il dal Monte e la sua ciurma si servirono di tre mannaie ed una pistola..." e nella lettera al Tesoriere Generale, datata Ancona 1º ottobre 1825 (conservata presso l'Archivio di Stato di Roma): “...Sopraggiunta la notte il parone del trabaccolo che dirigeva il timone, teneva altra direzione, tutto opposta a quella prescrittagli, di che accortosi il capo de' Turchi... minacciò il parone di volerlo ammazzare...ma il dal Monte, avendo una pistola, fu sollecito a scaricarla contro il turco che rimase immadiatamente ucciso. Altro marinaio del trabaccolo, che pure era sovra coperta, visto l'accaduto dette mano ad una mannaja, ch'eragli vicina ed avventandosi veloce sopra altri due turchi, ch'ivi erano ambedue, li atterrò ed aperto il boccaporto chiamò gli altri marinai ch'erano chiusi sotto coperta e coll'aiuto di questi fu ucciso un altro turco, per cui di questi rimasti solo due, uno si arrese e l'altro gittossi in mare...”., quando questi riuscì, assieme al capitano Giovanni Battista Dal Monte, a liberare il “pielego” o “trabaccolo” "L'Aurora" sul quale egli era imbarcato in qualità di mozzo, dai pirati barbareschi che l'avevano abbordato e occupato. Tra Antonio Elia e l'Eroe dei due mondi nacque subito un'ammirazione reciproca che creò un forte legame tra i due, accomunati dall'amore per il mare e per la libertà. Antonio restò amico di Garibaldi e suo sostenitore per tutta la vita.

L'adesione alla Carboneria, alla Giovine Italia e alla Massoneria Augusto, che aveva otto anni quando salì per la prima volta, come mozzo, sulla barca del padre, lo seguì nei suoi viaggi per il Mediterraneo e sugli oceani. Come lui si associò giovanissimo alla Carboneria. Racconterà Augusto nelle sue memorie: "Da giovinetto fui associato alla Carboneria, poi alla Giovine Italia, indi alla Massoneria… non vi era riunione di cospiratori… alla quale non partecipassimo…; dai patrioti che si trovavano all'estero rifugiati in Inghilterra o in Francia, eravamo spesso incaricati di portare in Italia carte compromettenti"cfr. Augusto Elia, Note autobiografiche e storiche di un garibaldino, Bologna 1898, acquistando così sui loro compagni "un forte ascendente" per le imprese coraggiose e lo sprezzo del pericolo.

Nel 1847 fu costituito ad Ancona il Circolo Popolare, di stampo politico, cui aderivano i Carbonari e i Mazziniani e al quale poco dopo parteciperanno anche gli Elia (Augusto, il padre Antonio e lo zio Fortunato, detto “Purgatorio”).

L'impegno nella Prima guerra d'indipendenza Padre e figlio si trovavano in Inghilterra quando nel marzo 1848 scoppiarono le cinque giornate di Milano. Alla notizia dei moti italiani e della dichiarazione di guerra all'Austria da parte di Carlo Alberto, gli Elia rientrarono in Italia per arruolarsi come volontari nelle legioni che si organizzavano un po' in tutto lo Stato Pontificio, poiché, sebbene convinti sostenitori dell'idea mazziniana, desideravano comunque partecipare agli eventi bellici che si svolsero nell'alto Adriatico e alla sperata liberazione dell'Italia dall'oppressione straniera. S'imbarcarono assieme sul piroscafo Roma. I primi entusiasmi però si spensero fulmineamente alla fine di aprile, quando papa Pio IX, che, con la sua adesione al progetto politico di Carlo Alberto, aveva suscitato moti d'entusiasmo tra i federalisti neoguelfi, si dissociò platealmente dalla guerra all'Austria, facendo così precipitare gli eventi. I repubblicani anconetani, lontani dall'idea di abbandonare la causa dell'indipendenza, si unirono alle truppe piemontesi, e tentarono il tutto per tutto, con la tenue speranza di ritardare il più possibile l'arrivo degli imperiali a Roma. Augusto, a soli diciannove anni, seguì il padre al blocco delle forze navali austriache a Trieste (giugno-agosto 1848).

Gli Elia e Giuseppe Garibaldi Dopo la firma il 9 agosto dell'armistizio Salasco, rimase solo Venezia nel Lombardo-Veneto ad opporre una eroica resistenza alle truppe straniere. Giuseppe Garibaldi si trovava in Emilia-Romagna in attesa di partire con le sue modeste truppe (90 uomini circa) per dare man forte agli assediati in laguna, quando la situazione precipitò anche a Roma. Il 15 novembre nella capitale fu assassinato Pellegrino Rossi; il suo governo fu sostituito da un Governo democratico presieduto da mons. Carlo Emanuele Muzzarelli (un prelato sensibile alle istanze liberali)cfr. , nominato dal papa, ma, dopo nove giorni, il 24 novembre Pio IX decise di fuggire a Gaeta.

La sera del 9 dicembre 1848 Garibaldi arrivò in Ancona, per una breve tappa, mentre si stava dirigendo a Roma per mettersi al servizio del nuovo governo. In quell'occasione Augusto Elia con il padre Antonio e lo zio Fortunato fecero da scorta all'Eroe dei Due Mondi lungo le vie del rione del Porto, da loro ben conosciute. Garibaldi era arrivato nel tardo pomeriggio; dopo essersi ristorato all'Albergo della Pace ed essersi recato dal comandante della seconda divisione Luigi Lopez, aveva portato il suo saluto al gonfaloniere della città, conte Filippo CamerataQuesti poi il 12 dicembre fu nominato dal Consiglio dei deputati di Roma componente della “provvisoria e suprema Giunta di Stato”, cui erano devoluti tutti i poteri di governo e costituita da tre membri: oltre al conte Camerata, il principe Tommaso Corsini, senatore di Roma e il conte Gaetano Zucchini, senatore di Bologna. Zucchini rinunciò e fu sostituito da Giuseppe Galletti., e si era poi recato al vicino Circolo Anconetano, dove appunto ebbe modo di ritrovare gli Elia. Durante le poche ore di permanenza ad Ancona, Garibaldi, che era giunto in gran segreto desiderando ripartire per Roma al più presto, rischiò di essere riconosciuto, ma Antonio Elia dimostrò ancora una volta l'innegabile prontezza di riflessi di cui era dotato e, avvicinandosi all'uomo sospetto che li stava seguendo, lo esortò "con fare suggestivo" a mantenere il silenzio; questi "che ben conosceva i costumi dei suoi tempi e la risposta da darsi a certe domande", non poté far altro che obbedire e tornare sui suoi passi. È forse proprio questo piglio sicuro e l'atteggiamento impavido, d'uomo coraggioso e pronto a tutto, che suscitò nella maggior parte della popolazione anconetana una stima incondizionata per Elia, e in alcuni una violenta e meschina gelosia nei suoi confronti. Successivamente, nel gennaio 1849, Antonio raggiunse Garibaldi - che stava organizzando a Macerata una colonna di volontari per la difesa di Roma - per mettersi a sua disposizione. Questi, tuttavia, avendo ben considerato il carisma di Antonio nello spronare l'animo del popolo anconetano e della gente del porto, lo incoraggiò a tornare ad Ancona per dare sostegno all'impresa politica e militare della Prima guerra d'indipendenza, assegnandogli, involontariamente, quel ruolo grazie al quale Antonio sarà soprannominato il "Ciceruacchio anconetano".

L'impegno durante l'assedio austriaco alla città Il 25 maggio 1849 le truppe austriache del generale Franz von Wimpffen posero Ancona in stato di assedio: Ancona - unico centro che rimaneva alla Repubblica Romana sul litorale adriatico per ritardare la marcia austriaca su Roma - era considerata “piazzaforte di molta importanza strategica” non solo per il governo del triunvirato, ma anche per gli austriaci che, occupandola, avrebbero potuto intercettare aiuti e rifornimenti per Venezia, affrettando così la sua resa.

La città era una piazzaforte ben munita, ma difesa da appena quattromila soldati volontari, provenienti da varie regioni d'Italia, guidati da Livio Zambeccari. L'attacco da terra e da mare cominciò il 27 maggio. Augusto e Antonio Elia ebbero una parte di rilievo nella difesa della città. Augusto era imbarcato come timoniere sul vapore nazionale "Roma", con il padre in qualità di nostromo, e Raffaele Castagnola comandante; essi il 5 giugno 1849 catturarono una lancia austriaca senza bandiera. Secondo il SantiniCfr. G. Santini, Diario dell'assedio e difesa di Ancona nel 1849, L'Aquila 1925, p. 108 e segg.: "la marina mercantile anconitana della quale era a capo Antonio Elia fece nella difesa del patrio suolo bravamente il suo dovere".