La Naturphilosophie (in tedesco «filosofia della natura») è stata un complesso di correnti scientifico-filosofiche in voga nel XIX secolo legate al Romanticismo e all'idealismo tedesco, che impressero un nuovo corso alla più generale tradizione della filosofia naturale.
Designata anche come Romantische Naturphilosophie («filosofia romantica della natura»), consisteva in un approccio allo studio della natura caratterizzato da una visione organica, vitalista e olistica, tipico dei movimenti letterari, filosofici e scientifici diffusi in Germania tra il 1790 e il 1830 circa, che cercava di superare il meccanicismo e il riduzionismo della scienza allora predominante, dalla quale fu etichettata in termini spregiativi.Il chimico Wilhelm Ostwald nel 1894 la definì una «peste spirituale» per le sue commistioni scientifiche col contesto culturale romantico, «al cui seguito la scienza della natura tedesca ha patito per ancora mezzo secolo» (da una conferenza su Johann Wilhelm Ritter, in Abhandlungen und Vorträge allgemeinen Inhaltes, 1887-1903, Lipsia, Von Veit, 1904, p. 359).
Non trattandosi di una dottrina compiuta basata su opere canoniche, esistono diverse concezioni di Naturphilosophie, ispirate principalmente alla Critica del giudizio di Kant, e all'idealismo di Fichte, ma essa è stata sistematizzata principalmente da Friedrich Schelling.
Da un lato i Naturphilosophen («natur-filosofi») esaltavano l'intuizione e la ricerca di un significato simbolico dei fenomeni, da loro posti in relazione con principi ideali, proponendosi di trovare una sintesi tra opposte polarità, come essere umano e mondo, sapere empirico e metafisico, soggettività e oggettività, spirito e materia; dall'altro essi approdarono a formulazioni teoriche che hanno consentito ulteriori sviluppi nell'ambito delle scienze naturali, come l'omologia, il progresso evolutivo, lo studio di fenomeni fisici e biologici quali il magnetismo, l'elettricità, la cellula vivente. I suoi principali esponenti includono, oltre a Schelling, anche Herder, Oken, Hegel, Ritter, Carus, e persino poeti come Goethe, Schlegel e Novalis.
Capisaldi dottrinali I temi più ricorrenti della Naturphilosophie, che vedeva la natura pervasa da uno spirito trascendente, sono il finalismo, la ricerca di forze morfologiche nascoste, e l'individuazione di analogie e relazioni tra oggetti naturali diversi, sul modello della teoria paracelsiana e boehmiana delle segnature.
In particolare, lo sviluppo della corrente è stato influenzato dalla nozione, derivante dall'alchimia, di un «tipo ideale» (in tedesco Urform o Urtyp), che consentisse di individuare un nucleo fondativo di idee spirituali attorno alle quali spiegare la variabilità dinamica delle strutture organiche.L'alchimia sosteneva infatti che si potesse risalire, attraverso la scala della natura, alle essenze originarie delle sostanze materiali in cui esse sono cadute, dove ne hanno sviluppato i vari aspetti secondari e multiformi (cfr. Francesco Moiso, Goethe tra arte e scienza, pp. 11-13, Rosenberg & Sellier, 2024).
Il concetto di una «storia naturale», connotata cioè da un dinamismo evolutivo, caratterizzò la zoologia di Kielmeyer, Link, Treviranus. Forme unitarie furono proposte anche nell'anatomia comparata di Wolff, Blumenbach, nel pensiero botanico di Batsch, o nel prototipo di scheletro generale di Carus che si particolarizza nei singoli vertebrati, ma fu in Goethe che il concetto di Tipo Ideale acquisì una centralità fondamentale nella filosofia naturale romantica.
Riprendendo il motto di Lessing lasciato in eredità a Jacobi, hen kai pan («uno e tutto»), la Naturphilosophie considerava il proprio oggetto di indagine come un «tutto vivente», da comprendere in modo unitario utilizzando principi concettuali a priori.Gilles Marmasse, Philosophie de la nature (Naturphilosophie), pp. 512-515, in Dictionnaire du monde germanique, a cura di Élisabeth Décultot, Michel Espagne, Jacques Le Rider, Parigi, Bayard, 2007 ISBN 978-2-227-47652-3. La teoria vertebrale del cranio di Lorenz Oken, o quella della metamorfosi vegetale di Goethe, sono esempi di tale corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo, che porta a considerare la natura come un «organismo globale».
Tale unità non deriva più dalla legge fisica imposta a partire da Cartesio, né da un metodo di classificazione composita dei fenomeni, bensì dall'intuizione immediata di un rapporto di forme, cioè da una visione interiore che segua la loro trasformazione l'una nell'altra.Etienne Bimbenet, La nature: approches philosophiques, pag. 182, Parigi, Vrin, 2002.
Leibniz aveva anticipato quest'aproccio quando parlava di «continuità delle forme». Anche la riscoperta di Spinoza nel contesto della «polemica panteistica» inaugurata da Jacobi, che vedeva in mente e materia due modi di un'unica sostanza, contribuì all'orientamento di una «scienza speculativa» in cui il filosofo-scienziato si elevasse dal prodotto finito (natura naturata) all'atto stesso del produrre (natura naturans), cioè all'infinita attività produttiva della natura, che si autolimita attraverso oggetti e manifestazioni finite.Dal punto di vista schellinghiano, la Natura naturans non è tanto un oggetto di studio per il filosofo, quanto il vero soggetto di un processo dinamico che si sviluppa e si riflette attraverso gli oggetti naturali (cfr. )
In tal modo la Naturphilosophie introduceva delle distinzioni qualitative, che mettevano in risalto la ricchezza e la fertilità del mondo, talora espresse nell'estetica del «sublime», non riducibili agli aspetti quantitativi e matematici su cui si basava la scienza meccanicistica di ispirazione galileiana e newtoniana.
Tendendo a cancellare i confini tra l'organico e l'inorganico, ossia tra i fenomeni del magnetismo e del galvanismo, ai filosofi romantici si apriva così lo spettacolo di una natura capace di farsi spirito, contro la concezione tradizionale di una filosofia che riduceva quest'ultimo a una specificità del soggetto umano.Bernard Bourgeois, introduzione a Hegel, Philosophie de la nature, in Encyclopédie des sciences philosophiques, pag. 17, Parigi, Vrin, 2004.
Secondo Émile Bréhier, i suggerimenti forniti ai filosofi romantici dal progresso della scienza possono essere compendiati in: l'idea di polarità, e la continuità delle forme.Émile Bréhier, Histoire de la Philosophie Allemande, terza edizione aggiornata da Paul Ricœur, in «Bibliothèque d'histoire de la philosophie», pp. 100-1, Parigi, Vrin, 1954.
Sviluppi e risultati L'enfasi sull'articolazione degli aspetti bipolari dei fenomeni condusse a spiegazioni dinamiche della natura, con l'effetto di produrre una significativa riforma concettuale nel pensiero scientifico dell'epoca.
Lo studio del magnetismo e dell'elettricità applicato agli esseri organici, ossia del cosiddetto «galvanismo», fu portato avanti, tra gli altri, da Carl Friedrich Kielmeyer, Alexander von Humboldt, Johann Christian Reil, e in particolare da Johann Wilhelm Ritter, scopritore dell'elettrolisi e dell'ultravioletto, che definì l'ottica «una chimica trascendentale».
Contestando la concezione cartesiana della materia in termini di pura matematica o estensione quantitativa, spesso i naturfilosofi ricorsero al concetto concorrente di materia come vis viva proposto da Leibniz, cioè energia espressa dal prodotto della massa per la velocità al quadrato (e=mv2), in opposizione alla concezione inerziale di questa come semplice quantità di moto.Ernst Cassirer, Storia della filosofia moderna, vol. II, p. 194, Torino 1968.
Il programma schellinghiano di una filosofia della natura
La nozione di forza vitale fu tuttavia respinta da Schelling, massimo teorizzatore della Naturphilosophie, perché troppo somigliante al noumeno su cui si era arenato il kantismo; egli riteneva piuttosto che la natura non fosse mera irrazionalità, ma animata dinamicamente da un principio intelligente, progressivamente disvelabile dalla filosofia trascendentale, e da lui denominato anche «anima del mondo» (Weltseele), riprendendo echi della filosofia rinascimentale di Giordano Bruno: «lo Spirito è la Natura invisibile, mentre la Natura è lo Spirito visibile».F.W. Schelling, cit. da Introduzione alle Idee per una Filosofia della Natura, in L'empirismo filosofico e altri scritti, traduzione di Giulio Preti, La nuova Italia, Firenze, 1967, p. 47.
La sua Naturphilosophie non è una disciplina filosofica tra le altre, bensì come scrive egli stesso essa «è, in quanto tale, la filosofia intera e indivisa»;F.W. Schelling, Über das Verhältnis der Naturphilosophie zur Philosophie überhaupt, pubblicato nel 1802 sul Giornale critico della filosofia, cit. in Emilio Carlo Corriero, Pensare la Natura. La Naturphilosophie di Schelling alla luce della sua filosofia positiva, pag. 183, in "Annuario", n. 30, Università di Torino, 2014. il soggetto umano è in grado di comprendere e rappresentarsi la natura con le sue forme, perché in questa opera lo stesso spirito di cui diventiamo consapevoli nell'autocoscienza, sebbene vi agisca lì inconsciamente, pietrificato nel tempo e nello spazio. La varietà delle sue forme non le viene imposta esternamente, poiché non c'è una teleologia esterna nella natura, sicché ogni sua manifestazione non ha una valenza fine a se stessa, assurgendo semmai a simbolo che realizza un'identità tra essere e significato, non solo organico ma anche morale o sociale.
Pur ricorrendo alle analogie, Schelling mostrò cautela nel ridurre i fenomeni naturali complessi a idee, forze ed elementi semplicistici, col rischio di ipostatizzazione, e difese un empirismo rigoroso attento alla precisione senza ripudiare la quantificazione. Egli sviluppò un idealismo oggettivo, in cui la Natura mantiene una propria autonomia indipendente da ogni coscienza, anche da quella del soggetto trascendentale; la sua impostazione contribuì alla scoperta dell'elettromagnetismo da parte di Hans Christian Ørsted (1777–1851).
LUrphänomen goethiano
La concezione schellinghiana della natura come assoluta «fluidità» e divenire, polarizzata nelle forze dell'attrazione e della repulsione, risulta per certi aspetti affine a quella di Goethe, che la vede pulsare in un'eterna «sistole e diastole», ma quest'ultimo la rivolge a un livello più immediato e fenomenico della realtà. Per Goethe le idee con cui conosciamo il mondo appartengono ai mutamenti stessi della natura, sicché occorre comprenderle come se formassero gli oggetti medesimi, «partecipando spiritualmente alle loro creazioni»,Cit. in Rudolf Steiner, , pag. 102. senza andare alla ricerca di cause o di formule definitorie: Esempi di idee o Urphänomen («fenomeni primordiali») che si rendono manifesti nelle forme sensibili sono per Goethe la pianta-tipo (Urpflanze), illustrata nella Metamorfosi delle piante, che rende possibile l'infinità varietà e molteplicità degli organismi vegetali, o la luce, studiata nella Teoria dei colori, che incontrandosi con le gradazioni dell'oscurità genera la varietà dei colori percepibili ordinariamente col senso della vista. Una recente interpretazione ha proposto di leggere il concetto goethiano di Urpflanze come espressione di un principio generativo della forma, ponendolo in relazione con successive tradizioni scientifiche interessate ai principi generativi dell'organizzazione biologica.
Altri contributi
Schelling e Goethe, insieme a Johann Gottfried Herder, sono i tre grandi nomi associati alla Naturphilosophie, sebbene non fossero scienziati in senso stretto, ma la cui influenza è stata decisiva ed esplicitamente riconosciuta dagli esponenti più significativi del movimento, tra cui spiccano Carl Friedrich Kielmeyer, Lorenz Oken, Johann Baptist von Spix, Henrich Steffens, Carl Gustav Carus, Johann Friedrich Meckel, oltre a Karl Eschenmayer, Franz Xaver von Baader, Karl Friedrich Burdach, Adelbert von Chamisso, Christoph Wilhelm Hufeland, Dietrich Georg von Kieser, Gotthilf Heinrich von Schubert, Gustav Theodor Fechner.