La battaglia di Mansura, combattuta tra il 26 e il 28 agosto 1221 presso l'omonima città egiziana, fu l'ultima operazione militare della quinta crociata. Nonostante la battaglia fosse stata voluta dalle forze cristiane con l'obiettivo di annientare definitivamente l'esercito ayyubide stanziato a difesa del delta del Nilo, essa si concluse con la completa disfatta dei crociati e comportò per essi la perdita di tutti i territori conquistati nei tre anni precedenti.
Antefatti Conquista di Damietta
L'assedio per la conquista della città di Damietta, iniziato il 29 maggio 1218, si era rivelato più lungo del previsto ed era costato non poche risorse e uomini. Ciò fu dovuto principalmente alle numerose difficoltà organizzative dovute all'endemica mancanza di coordinamento tra le forze crociate, ai costanti dissapori tra le varie fazioni che componevano l'esercito cristiano, e alle continue lotte di potere tra i comandanti per ottenere il controllo delle operazioni. In quest'ultimo campo si distinse in particolare il cardinale e legato pontificio Pelagio Galvani: questi, sin dal suo arrivo nel settembre 1218, aveva cercato di sottrarre il comando supremo dell'esercito al re di Gerusalemme Giovanni di Brienne e, benché non avesse esperienza in ambito strategico o logistico, aveva preteso di avere l'ultima parola in numerose decisioni cruciali, portando spesso a risultati disastrosi..
L'esercito crociato rischiò in più di occasioni di sfaldarsi e fu solo a seguito della rovinosa disfatta subita nella battaglia di Fariskur che il fronte cristiano riuscì a ricompattarsi a sufficienza per portare a termine la conquista della città, che cadde il 5 novembre 1219. Le truppe ayyubidi che, comandate dal sultano al-Malik al-Kāmil col sostegno di suo fratello al-Malik al-Mu'azzam, avevano fino a quel momento cercato di rompere l'assedio crociato si ritirarono verso sud per potersi riorganizzare. Poiché le fortificazioni di Damietta erano rimaste sostanzialmente intatte, i crociati poterono immediatamente usare la città come base d'appoggio per ulteriori manovre militari, che gli permisero di conquistare la vicina Tinnīs e di prendere quindi il pieno controllo del lago Manzala, con le sue saline e le sue abbondanti riserve di pesce..
In più occasioni nel corso dell'assedio il sultano egiziano aveva offerto ai crociati la restituzione di Gerusalemme e di quasi tutta la Terra santa in cambio della loro partenza dall'Egitto, tuttavia, benché questo fosse l'effettivo obiettivo della crociata e benché la maggior parte dell'esercito cristiano fosse incline ad accettare, le trattative si conclusero ogni volta con un nulla di fatto. Ciò fu principalmente dovuto all'intransigenza e al fanatismo del cardinale Galvani, convintosi, come un novello Giosuè, di poter conquistare l'intero Egitto, nonché agli interessi dei rappresentanti delle repubbliche marinare, desiderosi di avere una base commerciale stabile nel delta del Nilo.
Contrasti tra le fazioni crociate Dopo la presa della città, le tensioni fra Giovanni di Brienne e Pelagio Galvani riesplosero: Giovanni riteneva, infatti, che i nuovi territori conquistati, in quanto parte delle Terre d'Oltremare, dovessero rientrare sotto la giurisdizione del Regno di Gerusalemme; mentre Pelagio sosteneva che, in quanto conquista collettiva dei cattolici di tutta Europa, il governo di Damietta e della sua provincia spettasse alla Chiesa universale, e di conseguenza a lui in quanto rappresentante di essa. Davanti a questo ennesimo oltraggio alla propria autorità, Giovanni minacciò di abbandonare la crociata e Pelagio si vide costretto a concedergli temporaneamente il governo della città, affermando però che l'ultima parola sulla questione sarebbe dovuta spettare a papa Onorio III, al quale fu inviata una missiva per richiederne l'arbitrato...
A seguito di questa disputa per il comando, anche le tensioni tra le varie componenti dell'esercito si riaccesero, sfociando occasionalmente in episodi di violenza o veri e propri scontri armati. Le truppe italiane cominciarono a sostenere di aver diritto a una quota di bottino più grande di quella che gli era stata concessa e il 21 dicembre 1219, imbracciate le armi, espulsero tutte le truppe francesi dalla città. Quando Pelagio tentò di fare da mediatore ma fu minacciato di morte dagli stessi soldati italiani, i templari e gli ospitalieri presero le armi a loro volta insieme ai francesi e il 6 gennaio 1220 espulsero gli italiani da Damietta. Onde riportare la pace e non alienarsi i suoi unici sostenitori, Pelagio ordinò una ridistribuzione del bottino che fosse più favorevole agli italiani, ottenendo così una seppur apparente e temporanea riappacificazione tra le parti..
Sul fronte amministrativo, invece, nonostante gli accordi raggiunti, Pelagio continuò a scavalcare con prepotenza Giovanni di Brienne nella gestione della città e questi, consapevole che Onorio III avrebbe inevitabilmente avallato le pretese del legato pontificio, decise di partire e abbandonare la crociata, preferendo concentrarsi sulla sua possibilità di succedere a suo suocero Leone II d'Armenia sul trono di Cilicia... Alcuni mesi dopo, nonostante la morte in rapida successione di sua moglie e di suo figlio gli avessero definitivamente precluso l'accesso alla corona del regno armeno, Giovanni decise comunque di non riunirsi alla crociata, preferendo restare ad Acri con tutte le sue truppe.
Il governo del cardinale Galvani
Poco dopo la partenza di Giovanni di Brienne giunse a Damietta la risposta del pontefice alla richiesta di arbitrato: in essa, come era prevedibile, Onorio III, oltre a congratularsi con i crociati per la conquista della città egiziana, attribuiva a Pelagio Galvani la piena autorità su tutte le questioni temporali e spirituali.. Investito perciò ufficialmente come comandante in capo dell'intera crociata, il cardinale Galvani si convinse che l'unico modo per riportare l'ordine e mantenere la disciplina tra i ranghi cristiani fosse utilizzare il pugno di ferro. Il suo governo si fece così quasi tirannico: i movimenti in entrata e in uscita dalla città furono ristretti e qualsiasi spostamento di persone o di beni materiali, persino di quelli personali, necessitava della sua esplicita approvazione. Queste misure tuttavia ridussero drasticamente la capacità dei crociati di rispondere alle emergenze e ai movimenti dei musulmani, permettendo così alle navi saracene di riprendere il sopravvento sul mare..
Inoltre, lungi dal dare nuova linfa all'esercito, le restrizioni imposte da Pelagio finirono per fiaccare definitivamente il morale delle truppe cristiane, già insoddisfatte a causa dell'ingiusta distribuzione del bottino di guerra, e per riaccendere l'astio tra i vari gruppi. Con l'arrivo della bella stagione, nella primavera del 1220, molti soldati decisero di abbandonare la crociata e di imbarcarsi verso casa. Per fortuna del cardinale, la loro partenza fu compensata dall'arrivo di un contingente proveniente dal Nord Italia guidato dall'arcivescovo di Milano Enrico da Settala.. Nonostante ciò, per tutto il resto del 1220 e anche per la prima metà del 1221 l'esercito crociato rimase quasi totalmente inattivo (eccetto che per una breve incursione guidata dai templari contro il porto di Burlus) nonostante le proteste e le esortazioni di Pelagio, che si stava dimostrando del tutto incapace di ricompattare nuovamente le varie fazioni. La maggioranza dei soldati e dei cavalieri anzi rifiutava apertamente di riconoscere il cardinale come proprio comandante, invocando invece il ritorno di Giovanni di Brienne..
Riorganizzazione degli Ayyubidi Nel frattempo, sul lato ayyubide la situazione era estremamente precaria: la mancata piena del Nilo aveva portato a una grave carestia, l'esercito del sultano era stanco e demotivato e al-Mu'azzam premeva per poter ripartire immediatamente per la Siria, dove temeva potesse a breve aprirsi un nuovo fronte del conflitto. Aspettandosi un imminente attacco crociato, al-Kāmil stabilì il suo nuovo accampamento sul finire del 1219 sulla sponda opposta al villaggio di Talkha, nel luogo che sarebbe in seguito divenuto nota come Mansura, e fece erigere delle rudimentali fortificazioni. Se avessero effettivamente colpito in questo momento, i cristiani avrebbero davvero potuto spazzare via le ultime truppe saracene e aprirsi la strada verso il Cairo. Questo attacco, tuttavia, non arrivò mai e, a differenza dei crociati, gli Ayyubidi seppero sfruttare al meglio il lungo periodo di tregua concessogli dai loro avversari per riorganizzare le loro difese e pianificare le successive mosse..
Al-Mu'azzam ritornò col suo esercito in Siria, dove rimase fino all'estate del 1221 e dove portò avanti diverse operazioni militari tra cui gli assedi di Cesarea e di Castel Pellegrino, roccaforte dei templari in Terra santa, per difendere il quale il gran maestro templare Pierre de Montaigu e alcune sue truppe dovettero abbandonare Damietta fino all''anno successivo. L'emiro di Damasco approfittò inoltre del suo ritorno in Siria per chiedere a suo fratello Al-Ashraf Musa, governatore della Giazira, di unirsi a lui quando sarebbe tornato in Egitto nel 1221. Al-Ashraf rispose presente alla richiesta di aiuto dei suoi fratelli, dovendo però rinunciare ad assistere il suo alleato Al-Nāṣir li-dīn Allāh contro l'invasione mongola.. Nel frattempo al-Kāmil ricostruì la propria flotta e nell'estate del 1220 riuscì a portarla nel Mediterraneo, dove, approfittando della totale inerzia delle forze crociate, poté riprendere il controllo delle rotte tra Cipro, l'Egitto e il Levante, affondando indisturbata numerose navi cristiane cariche di pellegrini e di rinforzi.. Inoltre, utilizzando i suoi soldati come forza lavoro, ebbe il tempo di trasformare Mansura da un semplice accampamento fortificato in una vera e propria città, dotandola di mura, strade, lussuosi palazzi, bagni pubblici e molti altri edifici. Entro la prima metà del 1221, la nuova città si era trasformata in una roccaforte in grado di sostituirsi in tutto e per tutto a Damietta come centro principale a difesa del delta orientale, privando così i crociati dell'unico vantaggio strategico rimasto loro.. Nuovo negoziato e arrivo delle forze imperiali
Sempre nell'estate del 1220, al-Kāmil propose nuovamente un accordo di pace ai suoi avversari: ancora una volta offrì ai crociati la restituzione di Gerusalemme, Ascalona, Tiberiade, Sidone, Jable, Laodicea e di tutti i territori sottratti loro da Saladino dopo la terza crociata ad eccezione dei castelli di Kerak e Montréal (che garantivano il controllo della via che collegava l'Egitto alla Siria) in cambio della restituzione di Damietta e della loro partenza dall'Egitto. Ancora una volta, però, Pelagio rifiutò qualsiasi trattativa, rinsaldato nelle sue velleità di conquista dalle notizie che gli giungevano dall'Europa: tramite una missiva del 15 dicembre 1220 papa Onorio III aveva infatti informato il cardinale Galvani che l'imperatore Federico II, in occasione della sua incoronazione, aveva fatto voto di unirsi alla crociata e si era impegnato a inviare parte del suo esercito in Egitto già a marzo per poi raggiungerlo di persona col resto delle sue truppe nell'agosto successivo...