I referendum abrogativi in Italia del 2025 si sono tenuti domenica 8 (dalle ore 7 alle 23) e lunedì 9 giugno (dalle ore 7 alle 15), in contemporanea al primo turno delle elezioni amministrative in Sardegna e al secondo turno di ballottaggio delle elezioni amministrative nelle regioni a statuto ordinario e in Sicilia. I referendum hanno avuto come oggetto l'abrogazione di quattro norme in tema di lavoro (due delle quali originariamente introdotte dal Jobs Act nel 2016) e una modifica alla legge sull'acquisizione della cittadinanza italiana per residenti stranieri.

I quesiti referendari sul lavoro sono stati promossi dal sindacato CGIL con una raccolta delle firme pubblica, che ha raccolto oltre quattro milioni di adesioni. Il quesito referendario sulla richiesta di cittadinanza italiana è stato promosso da +Europa, Possibile, Partito Socialista Italiano, Radicali Italiani, Rifondazione Comunista e numerose associazioni della società civile, e ha raccolto più di 637 000 firme. Questi cinque quesiti sono stati dichiarati ammissibili dalla Corte costituzionale il 20 gennaio 2025, mentre è stata dichiarata inammissibile la richiesta di referendum abrogativo della legge Calderoli sull'autonomia differenziata.

Per la prima volta, gli elettori fuori sede per certificati motivi di studio, lavoro, o cure mediche per almeno tre mesi hanno potuto richiedere di votare in un seggio diverso dal proprio comune di residenza. I referendum abrogativi vengono approvati se l'affluenza registrata raggiunge il 50% più uno degli elettori e se la maggioranza dei votanti si esprime favorevolmente. Il quorum della maggioranza degli aventi diritto non è stato raggiunto per nessuno dei cinque quesiti.

Iniziativa referendaria

Referendum sul lavoro Precedenti storici Il 15 giugno del 2003 si tennero due referendum abrogativi, uno dei quali era relativo all'estensione delle tutele riconosciute dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori anche alle aziende con meno di 16 dipendenti; tuttavia, il quesito non raggiunse il quorum necessario, anche per via della posizione astensionista di Piero Fassino, allora segretario dei Democratici di Sinistra, mentre la CGIL, allora guidata da Guglielmo Epifani, era favorevole al sì, pur ritenendola "una scelta difficile". Dopo uno sciopero e numerose manifestazioni contro la riforma del lavoro introdotta nel marzo 2014 dal governo Renzi (Jobs Act), nel 2016 la CGIL, allora guidata da Susanna Camusso, lanciò una campagna di raccolta firme a favore di un referendum per ripristinare le tutele dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i licenziamenti illegittimi ed estenderle a tutte le aziende con almeno cinque dipendenti: questo articolo, che prevedeva la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, era stato modificato nel 2015 dal Jobs Act, che invece prevedeva un risarcimento economico. La CGIL riuscì a raccogliere 3,3 milioni di firme in tutta Italia. Tuttavia, l'11 gennaio 2017, la Corte costituzionale dichiarò inammissibile il quesito referendario, poiché era stato erroneamente formulato: a parere della Consulta, il fatto di prevedere contemporaneamente con un'unica domanda sia l'abrogazione totale del decreto legislativo 23/2015 attuativo dei licenziamenti illegittimi, sia l'abrogazione parziale e mirata di alcune frasi dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (al fine di estenderne la tutela a tutte le aziende con più di 5 dipendenti), rendeva il quesito propositivo, anziché abrogativo, e quindi non previsto costituzionalmente, oltre che non conforme, poiché riguardava due norme non collegate fra loro e contenute in due diverse leggi. Due ulteriori quesiti, riguardanti l'abrogazione dei buoni-lavoro (voucher) e delle disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti, furono invece giudicati ammissibili dalla Consulta; le relative consultazioni furono inizialmente fissate per il 28 maggio 2017. In seguito, però, il governo Gentiloni approvò con urgenza il Decreto legge n. 25 del 17 marzo 2017, che abrogò le disposizioni oggetto del referendum, il quale di conseguenza fu annullato dopo l'entrata in vigore della legge di conversione 20 aprile 2017, n. 49.

Raccolta firme Nell'assemblea generale del 26 marzo 2024, la CGIL ha approvato l'avvio di una campagna referendaria su quattro quesiti in materia di lavoro, due dei quali inerenti a punti della riforma Jobs Act, nell'ambito di una strategia complessiva di mobilitazione che comprendeva anche uno sciopero generale (poi tenutosi l'11 aprile), manifestazioni generali, proposte di legge di iniziativa popolare e sostegno alle vertenze per i rinnovi dei contratti collettivi. Il segretario generale del sindacato, Maurizio Landini, ha annunciato ufficialmente l'avvio della raccolta delle firme per il successivo 25 aprile, in occasione dell'Anniversario della liberazione, con numerose iniziative e banchetti in varie città. La campagna referendaria è stata accompagnata dallo slogan "Per il lavoro stabile, dignitoso, tutelato e sicuro ci metto la firma"; ognuno dei quattro aggettivi inclusi nella frase si riferiva a uno dei quesiti proposti.

Secondo le stime della CGIL, i tre quesiti su licenziamenti illegittimi, limiti all'indennità nelle piccole imprese e contratti a termine avrebbero riguardato, rispettivamente, 3,5 milioni, 3,7 milioni e 2,3 milioni di lavoratori; il sindacato ha dichiarato anche di aver registrato circa mille morti all'anno sul lavoro e circa 500.000 denunce di infortuni.

Il 12 giugno dello stesso anno, il segretario organizzativo della CGIL, Luigi Giove, ha annunciato che la campagna aveva raggiunto e superato per ogni quesito le 500.000 firme necessarie ai sensi dell'articolo 75 della Costituzione italiana. Le 3.880.097 sottoscrizioni complessive per i quattro quesiti sono state infine depositate il 19 luglio presso la Cassazione.

Tutti e quattro i quesiti sono stati dichiarati conformi alla legge dall'Ufficio centrale per il referendum il 12 dicembre 2024, per poi essere dichiarati ammissibili dalla Corte costituzionale il 20 gennaio 2025, con sentenze depositate il 7 febbraio.

Referendum sulla cittadinanza

Il quesito referendario che richiedeva il dimezzamento del numero di anni (da dieci a cinque) di legale soggiorno del cittadino straniero extracomunitario per poter presentare la richiesta di concessione della cittadinanza italiana è stato ideato dal segretario di +Europa, Riccardo Magi, che lo ha depositato in Cassazione il 4 settembre 2024. Tra i promotori del referendum, oltre a +Europa, figuravano il Partito della Rifondazione Comunista, il Partito Socialista Italiano, Possibile e i Radicali Italiani, numerose associazioni di persone con background migratorio (come Italiani senza cittadinanza, Idem Network, il Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane - CoNNGI) e diverse organizzazioni della società civile, fra cui Libera, A Buon Diritto, Gruppo Abele e ARCI, oltre a varie personalità pubbliche come Mauro Palma, Luigi Manconi e Ivan Novelli.

Il tema della legge sulla cittadinanza, già varie volte oggetto di falliti tentativi di modifica in Parlamento, era tornato all'attenzione dell'opinione pubblica dopo le Olimpiadi di Parigi, che avevano visto i successi di molti atleti italiani di origine straniera (come Paola Egonu e Myriam Sylla, protagoniste dell'oro olimpico della nazionale di pallavolo femminile) che in passato avevano faticato a essere riconosciuti come italiani. Secondo le stime dei promotori del referendum, il numero di persone interessate dall'eventuale approvazione del quesito abrogativo sarebbe stato compreso fra 2,3 e 2,5 milioni, inclusi i figli minorenni dei nuovi cittadini italiani, i quali avrebbero loro trasmesso la cittadinanza. Una stima indipendente compiuta dal centro studi sull'immigrazione IDOS contava invece un numero compreso fra 1 e 1,7 milioni di persone interessate, considerando come ulteriori fattori le leggi dei singoli Stati di provenienza sulla doppia cittadinanza e il reddito minimo dichiarato.

Il comitato promotore ha puntato quasi esclusivamente sulla raccolta firme digitale, sfruttando la nuova piattaforma apposita messa a disposizione dal governo Meloni a partire dal 26 luglio, e già utilizzata per la raccolta firme del referendum contro l'autonomia differenziata. Nonostante la presentazione a un mese dal termine ultimo per la raccolta delle firme, grazie anche alla spinta di personalità come lo storico Alessandro Barbero, lo scrittore Roberto Saviano, il fumettista Zerocalcare, il CT della nazionale di pallavolo femminile Julio Velasco, il regista Matteo Garrone, gli artisti Ghali, Dargen D'Amico e Malika Ayane, e l'attrice Kasia Smutniak, il referendum ha raggiunto l'obiettivo delle 500.000 firme il 24 settembre 2024. Tutte le sottoscrizioni, che hanno infine raggiunto quota 637.487, sono state depositate dai promotori in Cassazione il 30 settembre seguente.

In seguito al raggiungimento del numero minimo di firme, il referendum è stato bersaglio di una campagna di disinformazione xenofoba e complottista sui contenuti della proposta, condotta prevalentemente su X da account affiliati al collettivo online di estrema destra dei "mattonisti".

Il quesito è stato dichiarato conforme a legge dall'Ufficio centrale per il referendum il 12 dicembre 2024, per poi essere dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale il 20 gennaio 2025, con sentenza depositata il 7 febbraio.

Quesiti non ammessi Un ulteriore quesito riguardante l'abrogazione totale del ddl Calderoli sull'autonomia differenziata, sostenuto da quasi tutti i partiti di opposizione al governo Meloni e da varie associazioni e sindacati, era stato depositato in Corte di Cassazione il 5 luglio 2024, e aveva poi raccolto le 500.000 firme necessarie per essere valutato dalla Corte stessa, oltre ad essere stato richiesto formalmente da cinque consigli regionali (di Campania, Emilia-Romagna, Puglia, Sardegna e Toscana). La proposta di referendum era stata dichiarata conforme a legge dall'Ufficio centrale per il referendum il 12 dicembre 2024. Tuttavia, il 20 gennaio 2025, il quesito è stato dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale, a seguito della propria precedente sentenza n. 192/2024, che aveva dichiarato incostituzionali molte parti della legge, con la conseguenza di aver reso «obiettivamente oscuro l'oggetto del quesito» – fortemente ridimensionato per effetto della suddetta sentenza – nonché «privo di chiarezza quanto alla sua finalità».

Proprio in ragione della sentenza n. 192/2024, un secondo quesito volto invece all'abrogazione parziale della legge – e richiesto dagli stessi cinque consigli regionali – era già stato considerato superato dall'Ufficio centrale per il referendum della Cassazione.

Organizzazione del voto

Data delle elezioni L'11 marzo 2025, il presidente del comitato referendario per la cittadinanza, Riccardo Magi, e il suo corrispondente per i referendum sul lavoro, Maurizio Landini, hanno partecipato a un incontro con il segretario del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano e il ministro dell'interno Matteo Piantedosi, a cui hanno richiesto la possibilità di voto per gli studenti, i lavoratori e i pazienti fuori sede, nonché l'indizione di un appuntamento elettorale unico per referendum ed elezioni amministrative e una copertura mediatica adeguata da parte delle reti Rai e di altre emittenti. Il 13 marzo seguente, il Consiglio dei ministri ha stabilito che i referendum si sarebbero svolti domenica 8 (dalle ore 7 alle 23) e lunedì 9 giugno (dalle ore 7 alle 15) dello stesso anno, in contemporanea al turno di ballottaggio delle elezioni amministrative; la decisione è stata criticata dai promotori, in quanto in contrasto con la loro richiesta di far coincidere la data delle consultazioni con il primo turno di suddette elezioni.

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