Gela () fu un'importante polis greca situata sulla costa meridionale della Sicilia, nel territorio corrispondente all'odierna città dallo stesso nome. Fondata da coloni greci provenienti da Rodi e Creta, ebbe massima espansione nel V secolo a.C. sotto il tiranno Ippocrate, che la rese la città più potente della Sicilia orientale.
Storia Fondazione Secondo lo storico Tucidide la città fu fondata 45 anni dopo Siracusa, in un periodo del VII secolo a.C. databile al 689-688 a.C. circa. Artefici della sua istituzione furono un gruppo di coloni provenienti dalle isole di Rodi e Creta, capeggiati rispettivamente da Antifemo ed Entimo; entrambi, secondo Diodoro Siculo, scelsero il luogo dove approdare seguendo le indicazioni fornite dall'oracolo di Delfi:L'insediamento, come precisato da Tucidide, avvenne sulla stessa collina su cui erano presenti tracce di un precedente stanziamento rodio chiamato Lindi (), a sua volta preceduto da villaggi preistorici del III millennio.
La presenza di protocoloni da Lindo dà credito all'ipotesi che vede la componente rodia più influente di quella cretese: ciò spiegherebbe perché lo storico Erodoto, nel ripercorrere la fondazione della città, attribuì i meriti al solo Antifemo senza citare Entimo.
Ascesa
Espansione territoriale Dopo la sua fondazione la città si scontrò ripetutamente con i Sicani e gli altri popoli indigeni che occupavano la zona centro-meridionale dell'isola: nonostante la scarsità di fonti a riguardo, è noto che sotto gli attacchi di Gela caddero i villaggi di Omphake, Ariaiton e Maktorion, che vennero conquistati, ellenizzati e trasformati in sottocolonie. Di Omphake in particolare è noto il violento saccheggio effettuato da Antifemo stesso, che portò via con sé uno xoanon attribuito allo scultore Dedalo:
Maktorion fu invece protagonista di un evento avvenuto successivamente alla sua conquista, in un periodo in cui Gela era retta dall'oligarchia e afflitta da una stasis. Nel VI secolo a.C. infatti il potere in città si concentrò nelle mani dei gamoroi, una classe politica oligarchica che possedeva gran parte dei terreni, controllava le funzioni di culto e amministrava la giustizia; il loro operato finì per causare una secessione di cittadini a Maktorion, risolta grazie all'intervento del sacerdote Teline.
La precoce occupazione di questi siti indigeni permise ai geloi di avanzare verso il centro della Sicilia, giungendo fino a Sabucina, Monte San Giuliano e Gibil-Gabib già nella seconda metà del VII secolo a.C. Ma l'espansione territoriale continuò anche verso occidente: dopo la conquista dei siti di Castellazzo di Palma e Piano della Città, i geloi decisero di fondare una propria colonia per fermare l'avanzata di Selinunte, che tentava di allargare i propri possedimenti verso quella parte di isola. Il territorio scelto fu quello tra fiumi Imera e Alico, mentre alla città fu dato il nome di Akragas dal fiume lì adiacente; ciò avvenne, secondo Tucidide, 108 anni dopo la fondazione di Gela e dunque in un periodo databile intorno al 581 a.C. A guidare la spedizione furono gli ecisti Aristonoo e Pistilo, che diedero alla colonia le stesse leggi della madrepatria.
Il disegno espansionistico iniziato da Antifemo poteva dirsi concluso: restava parzialmente scoperto solo il fronte orientale dell'isola, che resisteva sotto il controllo di Siracusa. Al netto di ciò, Gela riuscì comunque a spingersi verso Niscemi, Dessueri e i monti Lavanca Nera e San Mauro.
Inizio della tirannide Al termine del VI secolo a.C. Gela era retta da un governo oligarchico che aveva già causato diversi malumori, come evidente dal caso di Maktorion. Ad approfittare di questo clima instabile fu forse Cleandro, un esponente di spicco dell'aristocrazia ippotrofica che intorno al 504 a.C. riuscì a conquistare tanto potere da divenire primo tiranno della città: a lui è forse da attribuire la costruzione della prima cinta muraria sull'acropoli. Cleandro restò al potere fino al 498 a.C, anno in cui fu assassinato dal cittadino geloo Sabillo probabilmente a seguito di una congiura organizzata dalla stessa fazione aristocratica che il tiranno aveva spodestato.
Il gesto di Sabillo fu comunque vano perché a Cleandro succedette immediatamente il fratello Ippocrate, un abile condottiero che continuò la mira espansionistica della città. Durante la sua ascesa al potere incontrò la resistenza di una breve guerra civile nella quale trovò l'appoggio leale di Gelone, un nobile discendente di Teline, che nominò suo ipparco. Nei suoi sette anni di potere Ippocrate cercò di unificare l'intera Sicilia orientale sotto il controllo geloo, cercando di arrestare l'avanzata del tiranno reggino Anassilao: nelle sue battaglie ebbe modo di sottomettere Leontinoi, Kallipolis e Naxos, arrivando con successo nei pressi dello stretto per occupare Zancle. Anche Siracusa, che aveva precedentemente resistito all'espansione geloa, fu duramente sconfitta nel 492 a.C. nei pressi del fiume Eloro: la sua sottomissione fu sventata solo grazie all'arrivo di eserciti provenienti da Corinto e Corcira, venuti per mediare la pace con Ippocrate. L'accordo tra le due città permise al tiranno di ottenere il controllo di Kamarina, colonia siracusana; in cambio Gela non avrebbe più dovuto attaccare la polis aretusea.
L'ascesa dei Dinomenidi
Grazie alle sue numerose conquiste, Ippocrate portò Gela ai massimi livelli di ricchezza: è in questo periodo che la città iniziò a coniare monete e a ripensare l'urbanistica generale. La sua avanzata proseguì ancora per un anno, il 491 a.C, dove sottomise con successo Ergezio; sempre nello stesso anno ingaggiò uno scontro contro Ibla, un centro siculo che non riuscì a sottomettere e che anzi lo portò alla morte.
Dell'improvvisa scomparsa di Ippocrate approfittò proprio il suo fidato ipparco Gelone, il quale, per contrastare i geloi che cercavano invano di liberarsi della tirannide, si mise alla guida dell'esercito in nome dei due figli del defunto tiranno ― Euclide e Cleandro ― sconfiggendo i ribelli in battaglia. Dopo la vittoria fu egli stesso a esercitare il potere, proclamarsi tiranno di Gela e negando tale diritto ai figli di Ippocrate. La tirannide di Gelone nella sua città natale durò all'incirca sei anni: nonostante la scarsità di fonti, è noto che in questo periodo dovette affrontare una serie di situazioni difficili, quali la perdita del controllo su Zancle (caduta nelle mani di Anassilao), la rivolta degli abitanti di Kamarina (i quali non vedevano di buon occhio l'usurpazione ai danni dei figli di Ippocrate) e una guerra ― o presunta tale ― contro Cartagine per vendicare la morte dello spartano Dorieo e liberare gli empori della regione caduti sotto i cartaginesi. Nel 485 a.C, in risposta a delle richieste d'aiuto ricevute da parte dell'oligarchia siracusana, decise di abbandonare Gela e trasferirsi permanentemente a Siracusa, mosso da ambizioni più grandi: nel fare ciò, tuttavia, trascinò con se gran parte dei geloi. Ma la città non restò scoperta: Gelone la affidò a suo fratello Ierone, che ne divenne il nuovo tiranno.
Nel 480 a.C, ancora sotto la tirannide di Ierone, Gela partecipò alla battaglia di Imera contro i Cartaginesi: la vittoria dell'esercito siceliota su questi ultimi permise alla città di costruire un grande tempio dorico sull'acropoli, dedicato alla dea Atena.
Alla morte di Gelone nel 478 a.C. circa, anche Ierone si stabilì a Siracusa, lasciando Gela nelle mani del fratello Polizelo. Poco o nulla è noto di questo periodo di tirannide, durato all'incirca fino al 473 a.C. e ovvero fino alla morte di quest'ultimo: ad essa subentrò una sorta di governo democratico e da quel momento Gela non ebbe più tiranni.
Le guerre interne e l'arrivo di Eschilo Con la fine della tirannide, le fonti storiche riguardanti gli eventi successivi alla metà del V secolo a.C. scarseggiano. Di questo periodo è noto che intorno al 465 a.C. Gela fu attaccata da un gruppo di mercenari provenienti da Omphake e Kakyron, che respinse grazie all'aiuto di Siracusa. Pochi anni dopo, ovvero intorno al 463 a.C, si alleò con Imera per cacciare gli akragantini dal centro indigeno di Krastos.
Fu proprio in questo periodo, ovvero nel 458 a.C, che il tragediografo Eschilo arrivò a Gela: fuggito da Atene, forse dopo essere stato accusato di empietà, trovò lì rifugio e vi abitò fino alla morte avvenuta nel 456 a.C. Ad occuparsi della sua sepoltura furono gli stessi geloi, che incisero sul suo epitaffio solo i meriti da combattente a Maratona come richiesto dallo stesso poeta:
Bizzarra la causa della sua morte: secondo lo storico Valerio Massimo lo avrebbe ucciso un'aquila in volo, che avrebbe lasciato cadere una tartaruga sulla sua testa per spezzarla, avendola scambiata per una pietra a causa della sua calvizie. Anche Plinio il Vecchio riporta questa versione, aggiungendo che avrebbe trascorso quel giorno fuori casa proprio per evitare una profezia di morte.
La guerra di Leontini e il congresso della pace
Nel 427 a.C. Gela partecipò alla guerra di Leontini, battaglia che vide contrapporsi le principali polis dell'isola contro Leontini, Kamarina e Atene, con quest'ultima desiderosa di conquistare l'isola. La sconfitta degli ateniesi segnò le sorti della guerra a favore dei sicelioti, ma lo scontro evidenzio soprattutto l'esistenza di numerose antipatie interne che ostacolavano l'unità tra le città stesse: ne erano un esempio proprio Gela e Kamarina, storiche alleate ritrovatesi sul campo di battaglia in fazioni opposte.
Venne dunque firmato un accordo di pace tra le due città, poi esteso a tutte le altre polis siceliote riunitesi nel 424 a.C. grazie a un congresso di pace tenutosi a Gela. L'evento è ricordato da Tucidide in particolar modo per il discorso del siracusano Ermocrate, che si espresse sull'importanza della pace e dell'unità tra i popoli della Sicilia, soprattutto a fronte di attacchi da parte di popoli stranieri:
La pace tuttavia non fu duratura e con lo scoppio della seconda spedizione ateniese, nel 415 a.C, l'isola fu nuovamente attaccata da Atene e divisa: Gela, schieratasi con Siracusa, partecipò al conflitto con la sua cavalleria.
La distruzione cartaginese
Con l'avvento della seconda guerra greco-punica, Gela fu tra le molteplici città siceliote ad essere attaccata dai cartaginesi di Imilcone II. Quest'ultimo, dopo aver distrutto Akragas, si accampò ad ovest di Gela e ordinò al suo esercito di abbattere gli alberi e scavare un fossato per difendersi dai possibili attacchi del tiranno siracusano Dionisio, che gli abitanti di Gela convocarono in cerca di aiuto. Secondo il racconto di Diodoro Siculo, nel preludio all'imminente battaglia tutti gli abitanti della città, compresi donne e bambini, collaborarono per difendersi dal nemico:
Nonostante ciò, lo sforzo risultò vano in quanto Gela era priva di difese naturali e di alleati: infatti, nonostante un primo soccorso di Dionisio, quest'ultimo abbandonò la città per tornare a Siracusa e fronteggiare possibili tumulti politici. Gela, rimasta sola, cadde nel 405 a.C. nelle mani dei cartaginesi e fu pesantemente saccheggiata: tra i bottini è ricordata nello specifico una colossale statua bronzea di Apollo. Nello stesso anno, con la pace tra Siracusa e Cartagine, fu imposta a Gela l'impossibilità di ricostruire le sue mura e — insieme ad altre polis siceliote — di essere città tributaria dei cartaginesi.
Nonostante la dura pena da pagare, Gela e i suoi abitanti continuarono a partecipare a conflitti bellici: tra questi figurano l'assedio di Mozia, la guerra civile di Siracusa e la battaglia a difesa di Entella, assediata nel 345 a.C. dal cartaginese Annone.
La ricostruzione timoleontea