miniatura|upright=1.5|Fucilazione di Antonio Elia

Biografia

Nascita e descrizione Nacque ad Ancona il 3 settembre 1803 da Sante e da Caterina Blasi, in una famiglia dedita da molte generazioni ad attività marinaresche. Continuando la tradizione del nonno Andrea e del padre Sante fu avviato anch'egli, all'età di quattordici anni, alla vita di mare, alla quale spirito di avventura, coraggio e resistenza fisica lo rendevano particolarmente adatto. Il suo aspetto viene descritto in maniera particolareggiata da Giuseppe Garibaldi e dal figlio Augusto, che ci informano circa la sua statura e la sua perfetta forma fisica (agile, disinvolto, svelto nei movimenti): "Elia non era alto di statura, non era un Ercole, un Anteo, ma le sue forme avrebbero servito di modello allo scultore per scolpire Achille...". Insomma: si trattava del vero "tipo del marinaio italiano", secondo i canoni dell'epoca. La sua barba sappiamo essere stata folta e di colore rosso acceso, grazie alla meticolosità dei pubblici ufficiali dell'epoca, adoperatisi a riportare nomi, cognomi e soprannomi dei vari capifamiglia. In questo caso la burocrazia ottocentesca, solitamente lacunosa e zeppa di errori, ha saputo rendersi utile, informandoci del nomignolo attribuito ad Antonio, "Barbarossa", condiviso col padre Sante, che godeva anche di quello di "Barbalunga". Altro soprannome diffuso tra gli amici era quello di "Cuor di Leone"; Antonio inoltre era detto "il Mondezzaro", secondo alcuni per l'abitudine consolidata di fermarsi ad un angolo tipico del suo quartiere dedicato a quelle operazioni, secondo altre fonti invece per aver vinto una gara d'appalto per lo smaltimento dei rifiuti. In ogni caso è così che viene definito nel documento della sua ingiusta condanna a morte.

L'azione contro i pirati barbareschi Antonio diventò subito un abile navigatore, anche se, essendo analfabeta, non poté diventare ufficiale di marina. Si distinse per un episodio di eccezionale audacia e coraggio in mare: la sera del 14 settembre 1825 il naviglio "L'Aurora" sul quale egli era imbarcato in qualità di mozzo, un “pielego” o “trabaccolo”, grosso barcone a due alberi tipico del medio e alto Adriatico per il trasporto merci, nel viaggio di ritorno da Livorno, presso Durazzo, venne assalito in mare da pirati barbareschi. L'equipaggio fu fatto prigioniero e rinchiuso nella stiva, tranne il capitano Giovanni Battista Dal Monte, lasciato a governare il timone sotto sorveglianza, e il giovane Antonio, considerato dagli assalitori poco pericoloso, data la giovane età, e da essi adoperato per manovrare la vela latina, di cui ignoravano il maneggiocfr. Enea Costantini, Il decennio di occupazione austriaca in Ancona, 1849-1859. Ricordi aneddotici, Stabilimento tipografico del Commercio, Ancona 1916. Antonio si dimostrò docile e disponibile con i corsari, assecondandoli nelle loro richieste, ma poi, con estrema freddezza, non esitò ad approfittare dell'improvvisa occasione di liberarsi. Il comandante Dal Monte, scoperto nella notte a deviare dalla rotta verso Valona imposta dai barbareschi, riuscì a prendere la sua pistola scaricandola contro il capo corsaro che minacciava di ucciderlo. Contemporaneamente il giovane Elia estrasse da sotto il bompresso una mannaia con cui colpì uno dei pirati e ne uccise un altro, correndo subito dopo ad aprire il boccaporto per liberare i compagni prigionieri, che quindi ripresero il controllo dell'imbarcazione, rendendo inoffensivi i pirati rimastiCfr. una lettera del Delegato Apostolico di Ancona al Cardinale Camerlengo, in data 1º ottobre 1825 (conservata presso l'Archivio di Stato di Ancona): “...Il Parone Dal Monte nella notte stessa in cui fu predato poté, d'accordo coi suoi marinai, uccidere dei barbareschi che guidavano il legno e salvarsi nel porto di Ragusi. Questa notizia è vera avendomene scritto uffizialmente il Console austriaco di Ragusi dettagliandomi che il dal Monte e la sua ciurma si servirono di tre mannaie ed una pistola..." e la lettera al Tesoriere Generale, datata Ancona 1º ottobre 1825 (conservata presso l'Archivio di Stato di Roma): “...Sopraggiunta la notte il parone del trabaccolo che dirigeva il timone, teneva altra direzione, tutto opposta a quella prescrittagli, di che accortosi il capo de' Turchi... minacciò il parone di volerlo ammazzare...ma il dal Monte, avendo una pistola, fu sollecito a scaricarla contro il turco che rimase immadiatamente ucciso. Altro marinaio del trabaccolo, che pure era sovra coperta, visto l'accaduto dette mano ad una mannaja, ch'eragli vicina ed avventandosi veloce sopra altri due turchi, ch'ivi erano ambedue, li atterrò ed aperto il boccaporto chiamò gli altri marinai ch'erano chiusi sotto coperta e coll'aiuto di questi fu ucciso un altro turco, per cui di questi rimasti solo due, uno si arrese e l'altro gittossi in mare...”..

Questo gesto gli fruttò l'assegnazione della "Medaglia dei Benemerenti" e una ricompensa in denaro, ma soprattutto una grande popolarità, grazie anche al romanzo "Cantoni il Volontario" di Giuseppe GaribaldiCfr. Giuseppe Garibaldi, Elia il marinaio, in Cantoni il volontario, Milano 1870, capitolo XXVI, pp. 157-165: “...Era una notte di forte scirocco, e nell'Adriatico una di quelle notti lunghe invernali che incanutiscono la chioma all'ardito marinaro delle coste italiane... la caravella, che aveva catturato il trabaccolo, a bordo del quale era stato messo un capitano con otto uomini, mantenevasi al vento della sua preda colle sole vele di cappa... Tutto l'equipaggio cristiano del trabaccolo era stato chiuso nella stiva incatenato, e solo il novizio di bordo di diciotto anni era stato lasciato sulla tolda per coadiuvare l'equipaggio turco nelle manovre e porgere allo stesso quanto richiedeva. ... I pirati, armati di tutto punto e fidenti nel numero, nulla diffidarono del giovine novizio, che rispondeva accuratamente ad ognuno dei loro comandi... Tale fiducia e noncuranza dei Turchi favorivano i progetti del nostro Elia...Sotto il buonpresso dei trabaccoli esiste per consuetudine una mannaja... Col pretesto della veglia, Antonio poté comodamente nasconderla sotto il giacchettone, e così armato venne a poppa, ove accanto al timoniere stava il capitano di presa, appoggiato al bottabarra... egli avventò il primo colpo alla testa dell'ufficiale e lo sbagliò! ... Il terribile jatagan fu in un momento sguainato, ed un colpo sulla spalla sinistra dell'Elia ne inondò il corpo di caldo sangue... in quel momento ferita, vita, morte, erano un nulla! La mannaja rotò nelle sue mani con agilità elettrica e l'Ottomano cadde col cranio spaccato. Quasi nello stesso tempo entrava in giuoco il timoniere, ma appena pose la mano alle armi esso era disteso al lato del capitano... con minor difficoltà ch'egli non avrebbe sperato poté disfarsi dei sette rimanenti nemici ch'egli attaccava separatamente... La sua prima cura, dopo d'essersi sbarazzato dei nove pirati, fu la liberazione dei compagni incatenati nella stiva... prendendo la direzione più conveniente alla velocità del legno, i liberati furono presto lontani dal nemico...”., nel quale viene narrato l'accaduto con spirito epico, allo scopo di sottolineare il coraggio di Elia, facendone il solo eroico protagonista della vicenda, in una visione assolutistica del bene e del male.

L'adesione alla Carboneria e alla Giovine Italia Venuto a contatto durante i suoi viaggi con esponenti della Carboneria, Elia aderì a questa società segreta nel 1829. Attento all'evoluzione della situazione politica, partecipò ai moti insurrezionali scoppiati nello Stato pontificio nel 1831. Poco tempo dopo si iscrisse alla Giovine Italia, istituita ad Ancona il 1º marzo 1832.

Frattanto si era sposato con Maddalena Pelosi, da cui ebbe sette figli, due maschi e cinque femmine. Il maggiore era Augusto, nato nel 1829 ed avviato alla vita marinaresca sin da fanciullo al seguito del padre. Nacquero poi Maria, Filomena, Teresa, Marianna, Nazzareno, che morì in fasce, e Giuseppa, nata alcune settimane dopo la morte del padre e morta durante la fanciullezza, a nove anni.

Avanzò nella sua carriera passando da marinaio semplice a nostromo. Veniva acquistando sempre maggiore autorità presso la gente di mare; capeggiò tra l'altro una vittoriosa agitazione di natura rivendicativa contro gli armatori.

Spesso in navigazione nel Mediterraneo e sugli oceani per il suo mestiere di marinaio, si adoperò, in qualità di messaggero, per mantenere i contatti tra i patrioti esuli in Inghilterra e Francia, acquistando sui suoi compagni "un forte ascendente" per le imprese coraggiose e lo sprezzo del pericolo. Anche il figlio Augusto, che aveva otto anni quando salì per la prima volta, come mozzo, sulla barca del padre, si associò giovanissimo alla Carboneria, come il padre. In seguito aderirà anche alla Giovine Italia e alla MassoneriaCfr. Augusto Elia, Note autobiografiche e storiche di un garibaldino, Bologna 1898: "Da giovinetto fui associato alla Carboneria, poi alla Giovine Italia, indi alla Massoneria…non vi era riunione di cospiratori… alla quale non partecipassimo…; dai patrioti che si trovavano all'estero rifugiati in Inghilterra o in Francia, eravamo spesso incaricati di portare in Italia carte compromettenti"..

Con la morte di papa Gregorio XVI e l'elezione al pontificato di Pio IX, nuovi fervori di libertà serpeggiarono dentro e fuori l'Italia. Nacquero circoli culturali e politici anche ad Ancona, come il Circolo Anconitano, di stampo prettamente culturale, cui aderivano i moderati, sostenitori della politica riformatrice di Pio IX, e, nel 1847, il Circolo Popolare, di stampo politico, cui aderivano i Carbonari e i Mazziniani e al quale poco dopo parteciperanno anche gli Elia (Antonio, suo figlio Augusto e il fratello Fortunato). Sempre acceso sostenitore degli ideali patriottici, Antonio si era lasciato coinvolgere in una rissa in un locale del porto di Trieste scampando poi all'arresto.

L'impegno nella prima guerra d'indipendenza Antonio si trovava in Inghilterra con il figlio Augusto - destinato a seguire le orme paterne come uomo di mare e soprattutto come combattente per la causa risorgimentale - quando nel marzo 1848 scoppiarono le cinque giornate di Milano. Alla notizia dei moti italiani e della dichiarazione di guerra all'Austria da parte di Carlo Alberto, padre e figlio rientrarono in Italia per arruolarsi come volontari nelle legioni che si organizzavano un po' in tutto lo Stato Pontificio, poiché, sebbene convinti sostenitori dell'idea mazziniana, desideravano comunque partecipare agli eventi bellici che si svolsero nell'alto Adriatico e alla sperata liberazione dell'Italia dall'oppressione straniera. S'imbarcarono assieme sul piroscafo Roma. I primi entusiasmi però si spensero fulmineamente alla fine di aprile, quando papa Pio IX, che, con la sua adesione al progetto politico di Carlo Alberto, aveva suscitato moti d'entusiasmo tra i federalisti neoguelfi, si dissociò platealmente dalla guerra all'Austria, facendo così precipitare gli eventi. I repubblicani anconetani, lontani dall'idea di abbandonare la causa dell'indipendenza, si unirono alle truppe piemontesi, e tentarono il tutto per tutto, con la tenue speranza di ritardare il più possibile l'arrivo degli imperiali a Roma. Antonio partecipò, assieme al figlio Augusto, di soli diciannove anni, al blocco delle forze navali austriache a Trieste (giugno-agosto 1848).

Antonio Elia e Giuseppe Garibaldi Dopo la firma il 9 agosto dell'armistizio Salasco, rimase solo Venezia nel Lombardo-Veneto ad opporre una eroica resistenza alle truppe straniere.