I Cacciatori delle Alpi furono una brigata di volontari di fanteria leggera agli ordini di Giuseppe Garibaldi e inquadrati nell'esercito dello Stato sabaudo, combattenti nella seconda guerra d'indipendenza contro gli austro-ungarici.
Tale denominazione fu ripresa dall'esercito italiano e conferita a un corpo includente reparti di fanteria e di artiglieria semovente e da campagna contraddistinti nell'uniforme ordinaria e di gala dalla cravatta rossa.
Il contesto e la costituzione Nel 1859, in Piemonte, divenne corposo l'afflusso di fuoriusciti dai ducati emiliani, dal Lombardo-Veneto, dal Trentino, in gran parte desiderosi di essere arruolati sotto la bandiera del Re di Sardegna. Si giunse, nel mese di giugno, dopo lo scoppio della guerra, a quasi 40 000 unità. Nelle sue memorie Garibaldi ricordò la tipica marcia degli esuli dal Lombardo-Veneto: essa passava per la via di Como, lungo i sentieri del contrabbando, guidato dagli spalloni contrabbandieri sconfinava nel compiacente Canton Ticino, retto da un governo liberale vicino al Cavour, passando nella zona di Lugano e Magadino, da Locarno gli esuli venivano trasportati gratuitamente sui vaporetti fino ad Arona per proseguire in treno sul territorio piemontese, fino a Torino Porta Susa.
Una volta a Torino gli espatriati venivano sottoposti a una visita della commissione di arruolamento, che arruolava nell'Esercito Regio i più idonei fra i 18-26 anni. Gli altri, compresi quelli di provata fede repubblicana, venivano istradati nel costituendo corpo dei volontari garibaldini.
Sin dal 20 febbraio 1859, infatti, era stato costituito in Cuneo, presso il monastero di Santa Chiara, un primo Deposito dei Cacciatori. Ad esso si aggiungeva, il 20 marzo, un secondo Deposito, in Savigliano presso il monastero di Santa Monica (oggi sede distaccata dell'Università degli studi di Torino). I Depositi erano, in effetti, delle caserme dotate di alloggiamenti ed armamenti.
La costituzione di corpi di volontari, o Corpi Franchi, come si diceva allora, era stata espressamente proibita nella convenzione militare del dicembre 1858 fra Francia e Regno di Sardegna, ma Cavour elaborò un escamotage: nel febbraio 1859, fece inserire nelle modifiche alla legge sull'esistente Guardia Nazionale un articolo con cui il Governo era autorizzato a formare corpi speciali con volontari inscritti sui ruoli della Guardia Nazionale. Conseguentemente, con Regio Decreto del 17 marzo veniva formato il corpo dei Cacciatori della Stura come unità della Guardia Nazionale senza dunque violare, formalmente, il trattato. Evidentemente Napoleone III dovette perlomeno tollerare l'esperimento. Perciò i Cacciatori dipesero, inizialmente, dal Ministero dell'Interno anziché dal Ministero della Guerra.
Significativamente, il Deposito di Savigliano ed il Deposito di Cuneo erano stati messi agli ordini di tre garibaldini (del dimenticato Nicola Ardoino di Diano Marina, fra i fondatori della Società di Tiro Nazionale, e di Giacomo Medici il primo, di Enrico Cosenz e di Medici il secondo), anche se Garibaldi assumeva il comando formale solo il 17 marzo. Per l'occasione i primi due erano stati promossi tenente colonnello dell'Esercito Regio, ed il terzo maggiore generale (con decreto del 25 aprile 1859).
L'inizio delle ostilità Il 16 marzo 1859 il Deposito di Cuneo cominciava gli arruolamenti, a formare 1º Reggimento. Il 7 aprile incominciava la formazione del 2º Reggimento Cacciatori delle Alpi, il 17 aprile quella dei Cacciatori degli Appennini (presso un nuovo Deposito in Acqui). Il generale Cialdini fu incaricato del loro ordinamento, parecchi ufficiali dei bersaglieri della loro istruzione, sotto il comando dei due tenenti colonnelli, i menzionati Cosenz e Medici, col grado di tenente colonnello, del loro comando.
Alla dichiarazione di guerra da parte dell'Austria, il 24 aprile, al 1º Reggimento del Cosenz ed al 2º del Medici si aggiungeva uno squadrone Guide a cavallo ed un drappello di Carabinieri genovesi. Si trattava di una brigata leggera, di circa 1.100 uomini per reggimento, senza cannoni e senza cavalleria (ad esclusione dello squadrone Guide a cavallo), male armata ed equipaggiata ma con l'uniforme dell'esercito piemontese, animata da forte spirito combattivo e guidata da ufficiali esperti, tutti reduci delle guerre del 1848-1849.
Nel corso del conflitto la brigata andò, man mano, espandendosi. Il 4 maggio cominciava la formazione del 3º reggimento Cacciatori delle Alpi (agli ordini dell'Ardoino), che raggiunse il Garibaldi dall'8 maggio. Il 14 maggio, espandendo l'unità dei Carabinieri genovesi, venne formata la 1ª compagnia Bersaglieri. Il 27 maggio si formano in Cuneo l'ambulanza e la compagnia d'infermieri. Il 30 maggio la batteria d'artiglieria ed il reparto treno. Il 6 giugno si forma in Cuneo una compagnia zappatori del genio. Con i nuovi rinforzi, ormai a pieni ranghi, la brigata raggiunse il numero di 3.500 uomini.
Il 2 giugno si aggiunsero i Cacciatori degli Appenini, formato da un reggimento di 4 battaglioni con circa 1.800 uomini. Il 1º luglio esso venne ridenominato 4º Reggimento dei Cacciatori delle Alpi (agli ordini di Camillo Baldoni), per giungere a Sondrio e passare agli ordini del generale Garibaldi solo l'8 luglio, il giorno dei preliminari dell'Armistizio di Villafranca, siglato tre giorni più tardi, l'11 luglio.
Il 21 giugno si organizza un battaglione di adolescenti su tre compagnie. A fine giugno 1859 s'incomincia a formare in Cuneo il 5º Reggimento (agli ordini di Giuseppe Marocchetti), che, completato in 4 battaglioni, prestò giuramento solo l'8 agosto, a guerra ormai terminata. A metà luglio 1859 il 1º, 2º e 3º Reggimento vennero ordinati in 4 battaglioni e si formarono le compagnie bersaglieri 2^, 3^ e 4^.
L'entrata in combattimento
Il 29 aprile 1859 gli austriaci, proprio adducendo a pretesto il rifiuto dei Piemontesi di cessare l'arruolamento dei fuoriusciti, dichiararono guerra al Regno di Sardegna. I Cacciatori sono inizialmente schierati a Casale, con il grosso dell'esercito piemontese che attende fra Alessandria – Valenza – Casale. Quando l'8 maggio gli austriaci avanzano da Novara verso Torino, i volontari si schierano a Chivasso. Quando il 10 maggio l'invasore comincia a ripiegare verso la Lombardia, essi lo seguono d'appresso, attraverso Biella e Borgomanero sino a giungere, il 22 maggio, ad Arona, dove Garibaldi fece ostentatamente scegliere alloggiamenti allo scopo di ingannare gli austriaci. Di lì, nella notte fra il 22 e il 23 maggio, due compagnie passarono il Ticino a Castelletto, occupando a sorpresa Sesto Calende. Lì venne ristabilito il ponte galleggiante sul Ticino attraversato il quale passò in Lombardia tutta la brigata.
Occupata Varese, viene affrontato il 26 maggio dal tenente maresciallo Karl von Urban, uscito da Como, che si ritira con perdite (battaglia di Varese). L'Urban ha perso 22 morti, 62 feriti ed un prigioniero, contro i circa 85 volontari, fra morti feriti e dispersi, fra i quali il pavese Ernesto Cairoli, il primo dei quattro fratelli Cairoli a perire in combattimento.
L'obiettivo strategico di Garibaldi Occorre considerare che ancora il 20 maggio (battaglia di Montebello) gli austriaci stavano ben schierati al di là del Po in territorio piemontese e che ancora il 30 maggio gli austriaci attaccavano i Piemontesi alla battaglia di Palestro, poco oltre Vercelli, ben dentro al Piemonte. Gli austriaci passeranno definitivamente il Ticino solo il 4 giugno, il giorno della battaglia di Magenta.
Garibaldi quindi, non giungeva per appoggiare l'avanzata franco-piemontese, né (causa l'ostilità politica alla guerra rivoluzionaria) ad aizzare le città lombarde alla sollevazione. L'obiettivo era, piuttosto, quello di spaventare gli austriaci, di costringerli ad impegnare truppe verso un fronte secondario e ci riuscì benissimo. Semmai sarebbero stati gli austriaci a preoccuparsi delle sollevazioni cittadine, terrorizzati dal ricordo delle Cinque giornate di Milano, delle proporzionalmente più cruente Dieci giornate di Brescia e degli analoghi moti in altre città lombarde.
La marcia verso Como Il 27 maggio i volontari prendevano la via di Como, allora la città più importante della Lombardia settentrionale e base degli austriaci. Due erano le strade a disposizione: quella meridionale, attraverso Malnate, Solbiate ed Olgiate entrava in Como da sud; quella settentrionale (ora chiamata “garibaldina”) da Malnate deviava a nord per Uggiate e attraverso Cavallasca accedeva in Como dalle colline che chiudono la città da ovest, per una stretta chiusa a nord dal confine svizzero (oggi noto agli appassionati del Giro di Lombardia come Passo di San Fermo).
Nell'incertezza, l'Urban aveva schierato le proprie forze fra San Fermo, a nord, e Civello a sud, con avamposti sul fiume Lura, sei chilometri più ad ovest dalla parte di Varese, e le riserve al centro dalle parti di Montano Lucino. Oltre alla brigata Rupprecht, che aveva combattuto a Varese, l'Urban poteva schierare la Brigata Agustin, giunta, nel frattempo, di rinforzo.
Garibaldi prese ad avanzare da Varese, attraverso Malnate e Binago sino ad Olgiate, dando ad intendere di voler passare a sud, salvo da lì girare a nord verso San Fermo attraverso Parè e Cavallasca.
La battaglia di San Fermo
Giunto a Cavallasca Garibaldi vi pose il proprio quartier generale. Da Cavallasca Garibaldi decise di dare l'assalto alle posizioni austriache a San Fermo, riportando una netta vittoria. Tra i caduti nelle file dei Cacciatori, il capitano Carlo De Cristoforis che aveva guidato l'attacco nell'abitato di San Fermo (battaglia di San Fermo).
L'Urban, memore della rivolta che appena 11 anni prima aveva costretto alla resa forze austriache equivalenti alle sue (Cinque giornate di Como), ripiegò su Monza.
Quando la notizia dei fatti giunge a Lecco sguarnita di truppe austriache, i deputati municipali Campelli e Curioni, con 19 consiglieri, votavano un documento di adesione al Regno di Sardegna.
La prima liberazione di Como Garibaldi entra a Como nella tarda serata dello stesso 27 maggio, festeggiato dalla cittadinanza. Il 28 maggio proclamò l'annessione al Regno di Sardegna della Provincia di Como (Como, Lecco, Varese). Della Provincia prendeva, quindi, possesso il Visconti Venosta, al seguito di Garibaldi in qualità di commissario regio.
La situazione, tuttavia, era tutt'altro che stabilizzata. Come detto, gli austriaci avrebbero passato definitivamente il Ticino solo il 4 giugno, 8 giorni più tardi.
Con una sola brigata Garibaldi non poteva nemmeno immaginare di tenere le città liberate. Garibaldi, in quei giorni, era un guerrigliero: il guerrigliero conduce puntate offensive là dove il nemico meno lo aspetta e si ritira, trascinandoseli dietro. Solo che Garibaldi, a differenza dei guerriglieri di oggi, operava al servizio di un grande esercito regolare ed il suo obiettivo principale non era infliggere il massimo dei danni, ma piuttosto attirare su di sé il numero massimo di nemici. Solo quando i franco-piemontesi avessero realmente passato il Ticino e sconfitto gli austriaci, solo allora i Cacciatori avrebbero smesso di fare i “guerriglieri”, ed iniziato a fare i “soldati”, conducendo una campagna “regolare”, ossia occupando, man mano, le città della fascia prealpina, quale vera ala sinistra dell'esercito principale, giù nella pianura.
Como venne, in effetti, abbandonata al suo destino e così pure le più piccole Varese e Lecco. Da Como Garibaldi retrocesse su Laveno, 45 km indietro, con lo scopo apparente di espugnarvi, senza successo, un fortilizio Austriaco.