Il patriziato, ossia la condizione di appartenenza al ceto patrizio, ebbe origine nel mondo antico, dove città come l’antica Roma avevano una classe sociale di famiglie patrizie, i cui membri furono inizialmente gli unici autorizzati a esercitare molte funzioni politiche. Con l’ascesa delle città europee tra XII e XIII secolo, il patriziato, un gruppo limitato di famiglie con una speciale posizione costituzionale, fu la forza motrice. Nell’Europa centrale del XIX secolo, il termine era divenuto sinonimo di alta borghesia e non va confuso con il patriziato medievale dell’Europa centrale. Nelle repubbliche marinare della penisola italiana, così come nelle regioni di lingua tedesca d’Europa, i patrizi costituivano di fatto il corpo dirigente della città medievale. In particolare in Italia, essi facevano parte della nobiltà e l'appartenenza al patriziato divenne un titolo nobiliare.
Con l’affermarsi delle città medievali, degli Stati cittadini italiani e delle repubbliche marinare, il patriziato fu una classe sociale formalmente definita di famiglie facoltose di governo. Era presente negli Stati cittadini italiani e nelle repubbliche marinare, in particolare a Venezia, Genova, Pisa e Amalfi. Si riscontrava inoltre in molte città libere imperiali del Sacro Romano Impero, come Norimberga, Ravensburg, Augusta, Costanza, Lindau, Berna, Basilea, Zurigo, San Gallo e molte altre.
In età moderna e contemporanea il termine «patrizio» è usato in senso ampio per indicare l’alta borghesia (da non confondere con l’aristocrazia) in molti Paesi; in alcuni Paesi allude in modo vago all’alta classe non nobiliare, soprattutto prima del XX secolo.
Il titolo di patrizio A partire dall'VIII secolo il titolo di patrizio venne utilizzato per indicare quella classe nobiliare che governava su di un comune, quindi un municipio, o su una repubblica aristocratica.
Tale titolo fu ritenuto molto importante, tant'è vero che pur essendo un titolo non rilasciato dall'autorità reale o di un principe o di un sovrano in generale, fu adottato da molti nobili aventi titoli nobiliari molto più alti.
In età più recente, dopo il XII secolo, si formarono diversi patriziati in alcune Università (gli antichi Municipi) in Italia. Questi patriziati moderni gestivano autonomamente il governo della città, che di conseguenza non aveva un signore feudale. Per tale motivo l'appartenenza di una famiglia ad un patriziato civico dava ad essa un grande prestigio e ancora oggi, pur essendo quello di patrizio un titolo tra i più bassi nella scala gerarchica nobiliare, esso viene considerato uno dei più prestigiosi in quanto, fra l'altro, indice di sicura antichità della famiglia che lo porta. Questo perché mentre gli altri titoli nobiliari venivano concessi per brevetto, cioè per Diploma di Nobilitazione o per Lettere Patenti da parte dell'autorità papale, imperiale, reale, ducale o principesca, e quindi come venivano dati potevano essere anche tolti alla famiglia per varie motivazioni, il titolo di patrizio invece non era altro che l'ufficializzazione della nobiltà patrizia che risiedeva in una specifica famiglia. Si tratta di quelle famiglie che, pur non avendo un titolo nobiliare, ricoprivano cariche di governo cittadino o repubblicano o militari; esse, con l'ascrizione nel Libro d'Oro del Patriziato, venivano nobilitate in modo ufficiale.
Questo titolo, prima di essere dichiarato tale, era una qualità, qualifica e prerogativa che era radicata in una specifica famiglia, quindi quando la si individuava, per mezzo dell'ascrizione al patriziato le veniva ufficializzata la condizione nobiliare di cui godeva. Dato che la nobiltà patrizia era ritenuta una qualità che risiedeva in una famiglia e che si tramandava geneticamente, essa era l'unica nobiltà che non poteva essere negata dall'autorità sovrana.
Tale nobiltà patrizia poteva essere riconosciuta soltanto dal patriziato della città o repubblica nella quale la famiglia risiedeva, in quanto il patriziato era sovrano.
Inizialmente la voce di patrizio stava ad indicare qualità e prerogativa nobiliare della famiglia, quindi chi era ascritto al patriziato doveva dire di essere ascritto ad un seggio patrizio, o aggregato al patriziato, o ascritto al libro d'oro del patriziato, e non dire di avere il titolo patrizio di una determinata città. Però col tempo tale qualifica diventò un vero e proprio titolo nobiliare, che ha avuto origine dall'antica Roma.
Con la voce "patriziato", in senso generico, oggi si sta ad indicare anche l'intera nobiltà italiana, cioè qualsiasi titolato.
Il patriziato in Italia
In Italia meridionale vi furono relativamente poche città demaniali che poterono avere il diritto e il privilegio di autogovernarsi senza subire il "giogo" di un signore feudale. Tra queste vi furono anche centri oggi ormai piccoli e periferici, come per esempio Amantea in Calabria, Giovinazzo in Puglia o Sorrento (in cui si conserva ancora intatto un sedile nobiliare del XIV secolo), ma che anticamente godevano di un prestigio e di un potere per nulla trascurabili.
Simile al patriziato erano le piazze nobili, ovvero quei Comuni che avevano diritto ad autogovernarsi ma attraverso l'istituzione di una nobiltà civica. In questo secondo caso venivano dette piazze aperte, distinguendosi dalle piazze chiuse rappresentate appunto dai patriziati.
La principale differenza tra patriziato e nobiltà civica, e quindi tra piazza chiusa e piazza aperta, era rappresentata dal fatto che le piazze chiuse avevano appunto il diritto (indicato nel nome) di accogliere al proprio interno nuove famiglie per solo ed esclusivo potere decisionale delle famiglie già iscritte, senza neppure dover chiedere l'approvazione del sovrano.
Nel nord Italia, nella stessa città si potevano trovare sia il patriziato sia la nobiltà civica: ai patrizi venivano riservate le più alte cariche della città, come l'anzianato, l'essere gonfaloniere ed altre; mentre ai nobili civici venivano assegnate cariche inferiori, come quella di giudice ed altre cariche ritenute non di governo.
In altre città, oltre al patriziato e alla nobiltà civica, si trovava anche la nobiltà generica che, pur unita in un collegio nobiliare, non era ascritta a nessun seggio nobiliare.
I patriziati delle Repubbliche marinare L'espressione repubbliche marinare è stata coniata dalla storiografia ottocentesca, quasi in coincidenza con la fine dell'ultima di esse: nessuno di questi Stati si è mai autodefinito repubblica marinara". Nei primi decenni dopo l'unificazione italiana, il patriottismo post-risorgimentale alimentò una riscoperta del Medioevo legata ad un nazionalismo romantico, in particolare a quegli aspetti che sembravano prefigurare la gloria nazionale e le lotte per l'indipendenza. Il fenomeno delle repubbliche marinare venne allora messo a fuoco ed esaltato; nel 1860 ci fu così l'introduzione nei programmi scolastici dello studio delle repubbliche marinare come fenomeno unitario. Ciò contribuì notevolmente a rendere il concetto popolare. Nel programma del liceo si prescriveva infatti, a partire da quell'anno, di affrontare in classe prima le "cagioni del rapido risorgimento del commercio marittimo italiano - Amalfi, Venezia, Genova, Ancona, Pisa" e l'"Assodamento della grande potenza navale italiana". L'autrice fa riferimento alla Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia del 14 e 15 dicembre 1860.
Come è normale per concetti definiti a posteriori, il numero delle città marinare è definito diversamente a seconda degli autori: cinque repubbliche nei programmi scolastici del 1860 (Amalfi, Venezia, Genova, Ancona e Pisa), mentre nei libri di testo scolastici di fine ottocento se ne citano sette tra quelle principali (le cinque già citate, più Napoli e Gaeta, ma limitatamente al periodo antecedente la conquista normanna). Il numero "quattro", che spesso ancor oggi ricorre associato alle repubbliche marinare, come si vede non è originario; esisteva invece un elenco breve, limitato a due (Genova e Venezia) o tre città (Genova, Venezia e Pisa) ed un elenco lungo, che comprendeva anche Ancona, Amalfi e Gaeta.
Determinante per la diffusione dell'elenco a quattro repubbliche marinare fu una pubblicazione del capitano Umberto Moretti, che aveva ricevuto dalla Regia Marina, nel 1904, l'incarico di scrivere la storia marittima di Amalfi; il volume uscì con un titolo assai significativo: La prima repubblica marinara d’Italia. Da quel momento il nome di Amalfi si affiancò definitivamente a quello delle altre repubbliche dell'elenco breve, equilibrando con la sua presenza lo sbilanciamento verso il centro-nord del paese. Negli anni Trenta del Novecento si consolidò così un elenco ridotto composto di sole quattro città: Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, che portò poi all'inserimento dei loro simboli nello stemma della Marina Militare. Solo nel 1967, con l'uscita del testo di Armando Lodolini Le repubbliche del mare, venne ripreso l'elenco lungo delle repubbliche marinare - Amalfi, Pisa, Genova, Venezia, Ancona, Gaeta – alle quali si aggiunse anche la dalmata Ragusa.
L'elenco breve, di quattro repubbliche marinare, portò a considerare come un gruppo a sé stante l'insieme dei patriziati relativi di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia.
Le modalità di trasmissione dei titoli patriziali in queste quattro repubbliche sono i seguenti:
patrizio di Amalfi (m) nobile patrizio di Pisa (mf) patrizio genovese (m) patrizio veneziano (mf)
La lettera (m) sta ad indicare che il titolo patriziale va dato ai maschi, mentre le lettere (mf) indicano che il titolo patriziale va dato a maschi e femmine.
Questi quattro patriziati, pur essendo in teoria posti agli ultimi gradini della scala nobiliare, furono equiparati alla più alta nobiltà (cioè nella scala araldica vennero posti come importanza allo stesso livello del titolo di Duca non sovrano e di Principe non sovrano), perché il sovrano delle repubbliche marinare (quindi il conte, il prefetto ed il duca per Amalfi; il console, il signore e il podestà per Pisa; il console, il podestà, il capitano del popolo ed il doge per Genova; il doge per Venezia) veniva eletto all'interno del proprio patriziato. Pertanto tutti i patrizi erano potenzialmente dei sovrani.
Venezia
Ai patrizi veneziani venivano date le seguenti qualifiche nobiliari: N.U. o N.H., che stavano ad indicare "nobil uomo" o "nobil homo", per gli uomini; N.D., che indicava "nobil donna", per le donne. Queste qualifiche spettavano soltanto ai patrizi della città di Venezia.
Essi vennero ad essere di un rango pari a quello di Principi del sangue (stante anche l'eguale possibilità di assurgere al rango sovrano di doge, almeno in linea di principio).
I patrizi veneziani utilizzavano una corona patriziale formata da cerchio d'oro gemmato, sostenente otto fioroni a foggia di gigli stilizzati (cinque visibili) alternati da altrettante perle (quattro visibili).
Genova Ai patrizi genovesi venivano date delle qualifiche nobiliari in base alla carica di governo che ricoprivano. Queste qualifiche erano: Magnifico, Illustrissimo ed Eccellentissimo. Il Magnifico veniva indicato scrivendo per esteso la qualifica nobiliare, lIllustrissimo con le lettere D.D. maiuscole, mentre l'Eccellentissimo con la lettera D. maiuscola.
I patrizi genovesi utilizzavano una corona patriziale formata da cerchio tempestato di gemme preziose sostenente quattro fioroni d'oro (tre visibili) alternati da quattro perle in oro (due visibili).
Nelle corti d'Europa, a partire dal 1637 la Repubblica di Genova era considerata alla pari di una monarchia, in quanto il doge da tale data assunse la corona reale e il titolo di Re di Corsica, Cipro e Gerusalemme. Dato che i patrizi genovesi avevano tutti il diritto di poter essere eletti alla carica di doge, venivano considerati principi del sangue e principi ereditari presuntivi.
Firenze