Luti (plurale alvāṭ), più raramente Looti nel mondo anglofono, (in persiano: لوطی), o in alternativa Tushmal (o Toshmal), è il termine di origine persiana con il quale ci si riferisce a un enigmatico gruppo etnico, che alcune fonti considerano solo una classe sociale o una subcultura, la cui presenza in Iran è attestata con certezza sin dalla Dinastia Qajar (XVIII sec.). Ciò nonostante, sembrano essere citati, con minor certezza, in fonti storiche molto più antiche.
Essendo spesso associati al mondo della criminalità o a costumi considerati devianti, i luti affrontano in Iran una forte emarginazione sociale, tant'è che il loro stesso nome è spesso usato come dispregiativo.
Etimologia La parola "Luti" ha subito una profonda evoluzione semantica nel corso della storia, oscillando tra estremi morali opposti.
Il termine potrebbe derivare dall'arabo lūṭī (لوطي), che originariamente indicava il "popolo di Lot" (associato biblicamente a Sodoma e Gomorra), assumendo inizialmente un'accezione legata alla dissolutezza. Tra il XIV e il XV sec. d.C., Rumi e Ubayde Zakani associarono il termine alla pederastia, mentre lo scrittore Naser-e Khosrow descrisse i luti come "alcolizzati e ladri". In tempi più recenti, il termine venne utilizzato per descrivere artisti ambulanti che si esibivano in spettacoli d'ispirazione derviscica, spesso sotto l'effetto di stupefacenti.
Tuttavia, nel XIX e XX secolo, il significato è stato parzialmente nobilitato, passando a indicare un ideale di "cavalleria popolare" (Javānmardi). In questo senso, il luti identifica un uomo d'onore, generoso e coraggioso, che agisce come protettore dei deboli nel proprio quartiere (mahalleh).
Storia
Le ricerche sociologiche e antropologiche riguardo ai luti sono limitate. L'antropologo Amanolahi Sekandar dichiarò, nel 1975, di non aver trovato fonti scritte sufficienti e si vide costretto a effettuare ricerche sul campo, in particolare nelle province del Lorestan e di Chahar Mahal.
Originariamente, i Luti frequentavano i circoli di lotta praticando il Varzesh-e Pahlavani e, per la loro predisposizione al combattimento, erano ingaggiati come guardie del corpo. Data la loro devozione religiosa, furono spesso incaricati di organizzare le celebrazioni della Passione di Muharram.
Ruolo politico Durante il Colpo di Stato in Iran del 1953, i Luti svolsero un ruolo fondamentale nelle proteste di piazza. Figure come Shaban Jafari (detto Bimokh, "il senza cervello") furono determinanti nel favorire la caduta del primo ministro Mohammad Mossadeq. Nella Rivoluzione iraniana del 1979, molti Luti parteciparono attivamente alle sommosse, confluendo successivamente nelle milizie Basij.
Cultura e costumi Musica e gergo Nel Lorestan, i Luti costituiscono un gruppo di intrattenitori itineranti che parlano il Luri, ma utilizzano anche un gergo segreto chiamato Darvishi o Lutiyuna, per comunicare senza essere compresi dagli estranei. Sono i principali interpreti della musica di strada, suonando strumenti come il Surnay (oboe), il Kamancheh (violino) e il Dohol (tamburo).
Estetica La subcultura urbana dei Luti (legata al termine Jahel) è caratterizzata da un abbigliamento distintivo: il cappello di feltro nero (shāhpuri), la giacca portata sulle spalle senza infilare le maniche e una camminata dinoccolata. Questo stile rifletteva l'appartenenza alle classi popolari e la frequentazione della Zurkhaneh (Casa della Forza).
Rappresentazione cinematografica L'immagine del Luti è diventata un'icona del cinema commerciale iraniano pre-rivoluzionario, in un genere noto come Film-farsi. In queste opere, il protagonista è solitamente un Luti che difende l'onore familiare attraverso il sacrificio personale. Attori come Naser Malek Motiei e Behrouz Vossoughi hanno cristallizzato questo stereotipo nell'immaginario collettivo.Negar Mottahedeh, Displaced Allegories: Post-Revolutionary Iranian Cinema, Duke University Press.
Note
Bibliografia Sekandar Amanolahi e Edward Norbeck, The Luti, an Outcaste Group of Iran, in "Anthropological Quarterly", vol. 48, n. 1, 1975. Willem Floor, The History of Theater in Iran, Washington DC, Mage Publishers, 2005. Stephen Kinzer, All the Shah's Men, John Wiley & Sons, 2003.
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