La Biblioteca Malatestiana di Cesena fu fondata a metà del XV secolo grazie agli sforzi congiunti del signore della città, Domenico Malatesta, e dei frati francescani del locale convento, che ospitarono nei propri edifici la raccolta di libri: questa biblioteca monastica si differenziò dalle altre per essere stata impostata come istituzione civica, affidata cioè alle cure degli organismi comunali. Prima del suo genere, crebbe per fama e importanza nel corso dell'età moderna e raccolse diverse opere manoscritte, incatenate a una serie di plutei collocati nell'Aula del Nuti.
Il suo patrimonio sopravvisse all'occupazione francese e alla trasformazione della biblioteca in caserma (1797-98) grazie agli sforzi della cittadinanza che riebbe in possesso il complesso conventuale qualche anno dopo: nel 1807 la Biblioteca Malatestiana fu ristabilita nel suo stato originale, da allora lasciato invariato. Infatti si sviluppò una biblioteca comunale (detta Malatestiana nuova) che, nel corso del XIX secolo, fu via via ampliata negli spazi e nella raccolta, diventando un'istituzione aperta a tutti.
Sopravvissuta indenne alla seconda guerra mondiale e oggetto di restauri e valorizzazioni, nel 2005 l'UNESCO riconobbe la grande importanza culturale e storica della Malatestiana antica, inserendola nel Registro della Memoria del mondo. Tra vecchia e nuova biblioteca, la Malatestiana conserva quasi volumi, comprese migliaia di opere manoscritte di grande valore, quotidiani, riviste, fotografie, lettere e articoli di numismatica.
Storia Fondazione, costruzione e ruolo
Negli anni settanta del XIV secolo la signoria di Rimini e Cesena, sconvolta da una serie di guerre, fu affidata dallo Stato Pontificio a Galeotto I Malatesta, vicario di Rimini stessa e di altre città della Romagna: dal 1391 egli estese i poteri della sua carica alla regione intera. Nel corso del XV secolo la signoria fu governata dai suoi figli, Domenico per Cesena (ma più noto come Novello) e Sigismondo per Rimini; tra i due fratelli i sospetti e i tentativi di rovesciamento furono frequenti e terminarono solo nel 1454, con una tregua garantita dagli Este. Domenico assunse la signoria di Cesena nel 1429 e, grazie alla guida ferma e all'attenzione per il benessere pubblico, si guadagnò la fiducia della popolazione. Governò fino alla morte, il 20 novembre 1465, affiancato dalla moglie Violante da Montefeltro che, però, causa un voto di castità, non gli diede eredi: Cesena e il circondario tornarono così al Vaticano.
Fu in questa cornice storica, segnata dall'Umanesimo e dal Rinascimento, che Malatesta decise di costruire, tra le varie opere pubbliche che aveva avviato, anche una biblioteca. Siccome da vari anni riscontrava una certa ritrosia delle istituzioni comunali (il Consiglio generale di settantadue membri che, a rotazione, assumevano compiti di governo come Anziani) ad accordare le risorse monetarie per vari suoi progetti, finanziò personalmente la fabbrica della sala di lettura di una libraria: essa sorse nel complesso conventuale dei frati francescani, che da diversi anni avevano manifestato l'intenzione di istituire una biblioteca presso di loro. A ciò non era estranea una piccola raccolta di volumi e uno studium, che peraltro vantava notevole tradizione nella produzione manuale di codici e volumi teologici, giuridici, medici e filosofici. La costruzione del cuore della biblioteca, ovvero della sala di lettura, iniziò nel 1447 seguendo il progetto di Matteo Nuti, che si era ispirato al salone della Biblioteca di San Marco di Firenze, ideato da Michelozzo. Ne risultò la cosiddetta Aula del Nuti, impostata in forma di basilica con tre navate e orientata in modo tale da massimizzare l'esposizione alla luce naturale durante tutto il giorno (così da ridurre al minimo l'uso di candele e i conseguenti rischi d'incendi). L'aula fu pronta nel 1452 e la Malatestiana fu inaugurata il 15 agosto 1454....
Nel 1461 Malatesta, con una scelta insolita per l'epoca, dispose che la responsabilità della biblioteca andasse agli organi amministrativi cittadini: a cadenza bimestrale, vale a dire ogni volta che erano sorteggiati i dodici Anziani, si occuparono con scrupolosità di aggiornare il catalogo bibliotecario. Egli lasciò anche precise indicazioni per la nomina e lo stipendio di un custode-bibliotecario avvezzo a lavorare con i libri, in quanto volle che l'istituto fosse pubblico (intendendo, con tale espressione, accessibile a studiosi e intellettuali). Questa figura, di solito, era scelta tra i frati stessi. Il primo fu Francesco da Figline, in mandato già nel 1461: da allora, ogni anno, la biblioteca usufruì di 100 ducati d'oro, provenienti da un credito in essere con la Repubblica di Venezia, alla quale Malatesta aveva ceduto le saline di Cervia. Nel 1464 Novello Malatesta rese noto, attraverso il suo testamento, che la biblioteca sarebbe passata alla gestione e alla sorveglianza pubblica dopo la sua morte, che avvenne il 20 novembre 1465. Nel 1466 la biblioteca accrebbe la propria fama perché Cesena, tornata a far parte dei territori della Chiesa, ottenne da papa Paolo II la garanzia di scomunica per coloro che avessero tentato di rimuovere i volumi; eppure, ciò non impedì che nel 1496 sparissero due codici: il bibliotecario di allora, frate Evangelista, fu immediatamente destituito e rimpiazzato da Maestro Utino, ma le due opere non furono mai recuperate...
La natura aperta della Malatestiana e l'affidamento della sua cura agli organismi comunali ha portato a definirla come "prima biblioteca civica d'Italia".. L'orgoglio e la gelosia per il suo patrimonio, nonché il rispetto quasi reverenziale che sollecitava, si mantennero elevati. Ad esempio nell'estate 1532 il vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti, riuscì a farsi prestare l'Expositio super Psalmos di Giovanni Crisostomo soltanto dietro versamento di ducati di cauzione (cifra enorme per l'epoca) e dopo l'intervento morigeratore delle gerarchie ecclesiastiche.. La bicefala struttura dell'istituto, però, fu causa di progressive frizioni tra la città e l'ordine dei frati. Intorno al 1671 i malumori si fecero tali che l'ordine rifiutò di consegnare una delle due chiavi della Malatestiana: infatti, dal 1454, le chiavi erano custodite separatamente proprio per garantire la sicurezza della sala di lettura con i preziosi codici. La diatriba si trascinò sino ai primi anni del XVIII secolo, quando il Consiglio prevalse sul convento. Negli anni 1770 papa Pio VII, al secolo Barnaba Chiaramonti e originario proprio di Cesena, maturò l'idea di affiancare alla venerabile Malatestiana una seconda biblioteca comunale, fruibile dall'intera cittadinanza (e quindi non per soli dotti); si attivò personalmente acquistando libri, saggi e altro materiale e, nel 1777, contattò un architetto per progettare l'edificio. In ogni caso questi piani non furono però realizzati...
L'età napoleonica
Nel febbraio 1797, dopo clamorose vittorie sui coalizzati, l'Esercito rivoluzionario francese occupò buona parte dell'Italia, compresa Cesena. La città fu inglobata nella nuova Repubblica Cisalpina e il suo governo passò in mano ai giacobini e collaborazionisti locali; fu introdotta la legislazione laica anticattolica francese, il che significò, oltre a un'imponente riorganizzazione amministrativo-burocratica, anche la messa al bando di numerosi ordini religiosi e la spoliazioni di abbazie, conventi e monasteri di ogni loro bene. La Malatestiana non fece eccezione e il patrimonio librario confiscato fu affidato a Niccolò II Masini della Massa, noto letterato della città, che rapidamente lo concentrò nel vetusto ospedale di San Tobia; qui confluirono anche le collezioni religiose via via rilevate dal governo cittadino. Nel febbraio 1798 Masini propose, senza successo, di fare dell'ospedale una nuova "biblioteca nazionale" staccata dalla Malatestiana, sfruttando e riorganizzando la massa di carta stampata o manoscritta che l'amministrazione repubblicana vi stava ammassando.. La Malatestiana, nel frattempo, era entrata in un periodo difficile e pericoloso per il suo patrimonio. Gli incunaboli Ortographia e Cosmographia dictionum furono depredati dai francesi nel settembre 1797. o nel settembre 1798.: il governo giacobino cercò di riparare al furto fornendo copie delle due opere risalenti al XVII secolo.
A cominciare dal febbraio 1798, intanto, i francescani cominciarono a ricevere domande e sollecitazioni per abbandonare il convento, dato che v'era pressante necessità di acquartierare le truppe, costrette a bivaccare ovunque in città. La municipalità fece condurre sopralluoghi da alcuni rinomati architetti a fine anno, i quali calcolarono che l'edificio poteva ospitare varie migliaia di soldati. La Malatestiana, dunque, fu trasferita con atto ufficiale dapprima presso la chiesa di San Filippo, poi (dopo un lasso di tempo ignoto, ma breve) nelle sale superiori del dormitorio dei Filippini; qui arrivarono, in blocco, i plutei e i 356 preziosi codici, attentamente inventariati da Serafino Zanotti: dal 19 gennaio 1798 egli era custode librario di San Tobia al posto di Masini. Nella sua opera di controllo Zanotti si avvalse del catalogo redatto a stampa da padre Muccioli nel 1780-84 e recuperò le quattro chiavi delle porte che consentivano di accedere alle stanze scelte, consegnandole infine al governo.. Così liberati, gli ambienti del convento, la chiesa di San Francesco e la Malatestiana passarono ai francesi nel novembre 1798. La chiesa e l'Aula del Nuti furono intonacate e trasformate in dormitori, mentre il refettorio al pianterreno divenne una capiente stalla per i cavalli della guarnigione...
Nell'agosto 1801, su ordine della municipalità cesenate, si costituirono una commissione per pianificare la riapertura di scuole e istituti d'istruzione e un'altra incaricata di ristabilire la Malatestiana nella sua sede originale. In entrambe figurava Masini e la seconda, che annoverava letterati come Eduardo Fabbri, Pietro Biscioni e Giorgio Locatelli, divenne il vincolo tra Cesena e le autorità prefettizie. L'architetto Leandro Marconi fu rapidamente inviato al convento, lasciato in uno stato pietoso dalle truppe che lo avevano sgomberato, e prospettò una serie di interventi quali una nuova mano di vernice bianca, la tintura a olio dei semipilastri, l'aggiunta di affreschi e una ricostruzione dell'atrio.. Nel gennaio 1803 la commissione per il ripristino degli studi propose di riunire nel complesso francescano la Malatestiana, la biblioteca nazionale (cioè quella nata dalle confische di fine Settecento) e tutte le scuole; fu inoltre lanciata l'idea di istituire un'autorevole figura di bibliotecario. Zanotti accettò di smistare i libri conservati nell'ospedale San Tobia, ai quali si era aggiunta nel 1802 la libreria privata di Giovan Battista Braschi, ma in febbraio fu trasferito ad altro compito e rapidamente rimpiazzato da Tito Masacci. Egli, però, si rivelò assai approssimativo e fu necessario richiamare Zanotti, che ebbe la carica apposita di "bibliotecario aggiunto".