La ballata del Cavallo Bianco (The Ballad of the White Horse) è un poema epico dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton, pubblicato nel 1911. È una narrazione romanzata della storia d'Alfredo il Grande, re inglese altomedievale, e della sua lotta contro gl'invasori danesi.

Sviluppo Chesterton era un autore estremamente produttivo e veloce, che scriveva quasi di getto, facendo poco lavoro di revisione; era capace di pubblicare anche quattro o cinque libri all'anno, oltre a una fiumana d'articoli per giornali, contributi per libri di altri autori, poesie, eccetera.

Nella sua produzione La ballata del Cavallo Bianco spicca come un'anomalia, per il suo lungo sviluppo (durato circa un decennio), la ricerca e la cura dei dettagli. Nel 1907 Chesterton aveva pubblicato un Frammento d’una ballata epica su «Alfredo», già molto vicino al testo definitivo: confrontandolo col testo finale, si nota come il lavoro di limatura del poeta, con solo lievi cambiamenti lessicali e di punteggiatura, renda il prodotto finale più maturo, raffinato.

Maisie Ward, amica e poi biografa di Chesterton, e monsignor O'Connor, suo amico e ispirazione per il personaggio di padre Brown, riportano entrambi, pur in modo un po' diverso, che un'ispirazione per il poema sarebbe venuta a Chesterton in sogno, nella forma d'una preghiera che nella versione finale della Ballata si trova nel libro V.

Chesterton riprende i primi due versi della dedica da una sua poesia giovanile su Mosè.

Struttura La Ballata è aperta da una prefazione dell'autore, che spiega scopo e caratteri dell'opera.

Il testo poetico si compone di quasi 2700 versi; è ripartito in una dedica e otto parti numerate, chiamate «libri».

La Ballata si compone quasi tutta di strofe nelle tre forme metriche XaXa, XaBBa e XaBBBa, indicando con X i versi non rimati e con le lettere minuscole i versi più brevi. Le eccezioni a queste forme strofiche sono rare. La lunghezza dei versi è variabile.

Contenuto Prefazione L'autore spiega che la Ballata non intende essere storicamente precisa: pur basandosi in gran parte su fatti storici, infatti, «come facevano gli autori delle antiche ballate» vuole dare la precedenza alle tradizioni, le leggende, i racconti come si sono tramandati popolarmente, e sono arrivati fino a lui per «sentito dire».

Non mancano alcune critiche all'apparato accademico degli storici, i cui metodi, secondo Chesterton, sono a volte troppo «austeri» per poter giudicare bene su certe questioni.

Infine, l'autore spiega che introduce i tre capi locali alleati d'Alfredo (Eldredo, Marco, Colano) come simbolo delle origini miste dell'Inghilterra, e della battaglia contro il «nichilismo pagano» portata avanti in quella terra da molti popoli.

Dedica

Alfredo è ricordato come vicenda vaga e lontana, confusa, d'un tempo remoto; e insieme concreta, una storia vera d'un essere umano come noi moderni, con le stesse difficoltà e gli stessi interrogativi sulla condizione umana. Si mostra il carattere religioso della vicenda storica e dell'opera, e il poema è dedicato a Frances Blogg, la moglie di Chesterton, che con la sua fede viva l'aveva riavvicinato al cristianesimo. La Ballata è presentata come un dono in memoria d'un viaggio insieme dei coniugi Chesterton.

Libro I: La visione del re Il libro si apre con il Cavallo Bianco, enorme opera preistorica e simbolo dai molti significati nella Ballata, presentato come una sorta di testimone della storia inglese, dagli albori preumani fino al tempo della narrazione.

Siamo nell’alto Medioevo: Roma è caduta, ne resta il ricordo glorioso ma il suo mondo è in rovina. Privo d’un centro ordinatore, l’occidente si è disfatto in una moltitudine di prospettive locali e isolate, mentre le invasioni di popolazioni barbariche minacciano non solo i resti della civiltà romana ma la religione cristiana stessa. Tutto è pervaso da una sensazione di perdita della cultura, di crollo della civiltà, di fine del mondo: ancor più nella periferica Gran Bretagna, essa stessa un estremo del mondo conosciuto. Sono i «secoli bui».

L’Inghilterra è stata invasa dai pagani danesi, che seminano distruzione e si moltiplicano, impadronendosi di tutto. Alfredo, re d’un regno anglosassone, è solo, nascosto in una palude, affranto. Ha cercato di scendere a patti coi nemici, ha guidato la resistenza in molte battaglie, ma ogni sforzo è stato vano: i danesi sembrano invincibili. Nel momento della disperazione, ha una visione: gli appare la Madonna, che gli profetizza un futuro ancora più terribile, e insieme lo invita a una gioia e una speranza paradossali, anche di fronte all’avvenire più nero. La visione sparisce e Alfredo resta solo, mentre ode soltanto le voci dei danesi, che cantano di atti scellerati.

Libro II: La raccolta dei capi Alfredo parte alla ricerca di alleati per la sua battaglia, portando le parole della visione a tre capi locali, che mostrano la composizione multietnica dell'Inghilterra: Eldredo, un sassone della costa; Marco, un romano; e Colano, un principe celtico. I sentimenti con cui è accolto vanno dallo scetticismo deluso all'irrisione aperta; ma alla fine tutti accettano di aiutarlo.

Libro III: L'arpa d'Alfredo

Alfredo vaga da solo e suona l'arpa. Nella valle del Cavallo Bianco osserva con tristezza l'antica opera, che gl'invasori hanno abbandonato al decadimento. Una truppa di danesi ubriachi lo trova e, credendolo un cantore errante, lo conduce al loro accampamento.

Qui Alfredo, fingendosi un uomo comune, canta al cospetto dei capi danesi. Uno ad uno, poi, quelli cantano a loro volta, esprimendo ognuno la propria visione del mondo, in una sorta di scala filosofica in cui ognuno smentisce la visione di chi lo ha preceduto.

Il primo danese a cantare è Aroldo, il giovane nipote del re danese Gutrumo, che celebra l'edonismo e i piaceri terreni, irridendo Roma, che comandò il mondo ma senza gioirne, e gli uomini "effemminati" dal cristianesimo. Segue quindi Elfo, un artista raffinato, che commuove i presenti con un racconto mitico e sentimentale, chiudendo sulla fragilità dell'amore e la sua bellezza tragica. Viene poi Uggeri, guerriero anziano e rabbioso, che esprime una visione distruttiva, nichilistica e brutale, che trova gioia nella distruzione, il sacrilegio, il massacro. È quindi il turno di Gutrumo, il re danese, anch'egli anziano, mostrato come un sapiente intellettuale. Con parole strazianti e bellissime, egli canta la visione dell'ateo colto e disilluso, che trova breve conforto nell'estasi della battaglia, ma sa che l'universo è vanità e la morte attende tutte le cose:

Alfredo riprende l'arpa, e cantando con energia quasi irosa afferma il valore della fede cristiana di fronte alla vacuità e tristezza del paganesimo, nelle varie forme cantate dai danesi. Giunto alla fine, tace e si alza in piedi; i gufi ululano, mentre i danesi scoppiano in una lunga e fragorosa risata.

Libro IV: La donna nella foresta

Alfredo studia l'accampamento nemico e poi, nella notte, s'inoltra nella foresta verso il fiume, luogo stabilito per l'incontro coi suoi alleati. La foresta ha un che di misterioso e spaventoso, ricordando suggestivamente una discesa agl'inferi. Giunto sul posto, viene accolto da una donna povera, che lo scambia per un mendicante, e impietosita gli offre del cibo, se in cambio lui l'aiuterà a curare il fuoco e il cibo che vi sta cuocendo. Alfredo, preso da grandi riflessioni su Dio e l'universo, si distrae e brucia il cibo: in uno scatto d'ira, la donna lo colpisce al volto, lasciandogli un segno rossastro. Alfredo per un istante è colto dalla rabbia e pensa di vendicarsi terribilmente; ma in quel momento arrivano le truppe degli alleati (gli uomini d'Eldredo, con animali e provviste; i celti di Colano, cupi e misteriosi come antiche statue; e le truppe multietniche di Marco, il cui ordine marziale rammenta la gloria di Roma), e la rabbia del re si scioglie in una risata. Dall'episodio trae una lezione d'umiltà, e partendo dal fallimento invita gli uomini al coraggio paradossale dei cristiani.

Libro V: Etanduna – Il primo scontro Gutrumo, esperto stratega, prepara saggiamente la battaglia. I cristiani, nascosti nella foresta, dopo l'entusiasmo notturno sono presi da sconforto. Tutti, secondo il carattere del proprio popolo, sono tristi di fronte alla prospettiva della morte imminente, e uno dopo l'altro parlano ad alta voce dei propri sentimenti e fanno una sorta di testamento. Alfredo piange e confessa colpe di gioventù, di violenza e lussuria. Eldredo ricorda "colpe" che mostrano piuttosto la sua umanità buona e il suo cuore generoso, da uomo semplice lontano dalle questioni dei potenti. Colano mostra ancora una volta il suo carattere orgoglioso, vedendo il proprio come il popolo originario di quelle terre e gli altri come invasori successivi; e richiama i misteri della natura e le radici pagane, in lui sincreticamente fuse con la nuova fede cristiana. Ultimo, Marco, che con poche parole esprime l'universalismo della visione romana:

L'esercito quindi si rimette in marcia, e cristiani e danesi si schierano in campo aperto, «nella terra prunosa d'Etanduna».

Aroldo viene avanti dal folto delle truppe, deridendo i celti per la povertà dei loro vestiti e il loro equipaggiamento, e afferrato un arco lancia una freccia contro Colano; ma il principe celtico, velocissimo, gli lancia addosso la spada arrugginita, colpendolo alla testa e uccidendolo sul colpo. Il primo sangue è versato, e tinge di rosso le margherite. Tutti sono meravigliati per il gesto di Colano; Alfredo lo vede come un atto simbolico del carattere cristiano, che «tira / il suo cuore oltre ciò ch’è conosciuto / per ottener ciò che il cuore desira», e gli offre la sua spada regale. Per combattere, Alfredo prende una scure.

I nobili danesi hanno sguainato le spade, che splendono come fiamme attorno al comandante morto. Squillano le trombe: ha inizio la battaglia.

Libro VI: Etanduna - L'uccisione dei capi Gli eserciti entrano in corpo a corpo. In una serie concitata di scontri, muoiono vari dei personaggi che abbiamo conosciuto. Eldredo è una forza travolgente che falcia file di soldati, ma la sua spada si spezza ed è ucciso dalla lancia magica d'Elfo, datagli dalle fanciulle del Reno. I soldati superstiziosi sono impauriti dalla magia, ma Marco, lucido e razionale, uccide Elfo con un colpo solo. Poi Uggeri carica Marco, che gli tiene testa e lo fa cadere a terra: ma la furia del danese è troppo grande, e colpisce a morte Marco. Uggeri si rialza trionfante e celebra la caduta di Roma, il venir meno dell'ordine mediterraneo di fronte all'avanzata distruttiva del paganesimo nordico, la cui discesa si chiude nichilisticamente con un balzo nel nulla alla fine del mondo. Dei capi cristiani, solo Alfredo e Colano rimangono: travolti dalla foga cieca dei danesi, sono costretti a indietreggiare, e si dividono dove il sentiero nel bosco si biforca. Ad Alfredo giunge, come una sensazione lontana, l'ultimo grido di Colano, come il corno d'Orlando a Carlomagno.

Libro VII: Etanduna - L'ultima carica Torniamo a vedere, lontano, il Cavallo Bianco, presso il quale gioca con pazienza gioiosa un piccolo bambino, immagine simbolica di Dio. Dopo tanti secoli, Alfredo è ancora ricordato perché, dei capi cristiani, è quello che era più simile a quel bambino.