San Carlo Borromeo in preghiera (a volte detto in orazione) è un dipinto a olio su tela (198x138 cm) realizzato dal pittore Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino, intorno al 1614 e ubicato nella Basilica di San Biagio a Cento.
Storia La pala era stata eseguita per la chiesa di Santa Maria Addolorata dei Servi a Cento. Nel 1971 la pala fu trasferita dalla sede originaria a quella attuale, perché la chiesa di Santa Maria Addolorata dei Servi, fu chiusa per restauri e il dipinto fu rimosso, temendo che potesse subire danni ed è stato sostituito con una copia.
Il primo a menzionare l'opera è stato Francesco Scannelli. Egli cita erroneamente la presenza degli strumenti della Passione, ma gli studiosi ritengono che senz'altro egli si riferisse a quest'opera. Anche Carlo Cesare Malvasia ha citato quest'opera facendo comunque confusione sulla datazione. Infatti la colloca all'anno 1616 e subito dopo La Madonna e il Bambino con i santi Giuseppe, Agostino, Luigi e Francesco, un fanciullo donatore e due angeli (indicata anche Pala di Sant'Agostino), per la quale la datazione al 1616 è corretta, mentre per la pala in oggetto la datazione al 1616 non è credibile, innanzitutto per motivi stilistici, ma anche per la data incisa sul primo gradino dell'altare, che è ancora leggibile, anche se un po' sbiadita e reca la scritta in cifre romane MDCXIII o MDCIIII.
L'errore di datazione fu ripetuto da Girolamo Baruffaldi e da Righetti. Il primo a smentire, seppure implicitamente, la datazione proposta da Malvasia fu Jacopo Alessandro Calvi, il quale colloca il San Carlo in preghiera immediatamente dopo il Trionfo di Ognissanti, pala eseguito per la chiesa dello Spirito Santo di Cento nel 1613. Quest’ultima pala d’altare è andata distrutta in seguita al terremoto dell'Emilia del 2012 ed è oggi nota soltanto attraverso due frammenti individuati da Nicholas Turner. Gaetano Atti riferisce che, dopo la posa del Trionfo di Ognissanti, nella chiesa di Santo Spirito si verificò un incendio che causò gravi danni alla chiesa; il San Carlo in preghiera potrebbe essere stato commissionato dopo l'incendio e quindi la data 1614 è verosimile. La fortuna critica di questa pala, come è avvenuto per altri lavori del Guercino, è iniziata dopo l'accurato restauro che fece Amalia Mezzetti per la mostra tenuta a Cento nel 1967 per il terzo centenario della morte del pittore.
Descrizione
Soggetto «Fu soprattutto con la sua tenace azione pastorale che Carlo Borromeo conquistò il cuore della gente e il rispetto dei potenti del suo tempo. Egli seppe però interpretare anche il tormento ascetico della Chiesa controriformata ed è proprio in uno di quei momenti di intimo raccoglimento, in cui l'esercizio spirituale si fa passione del corpo come dell'anima, che il Guercino scelse di immortalare il grande arcivescovo di Milano.»
Il dipinto raffigura san Carlo Borromeo inginocchiato davanti a un altare. Indossa la veste cardinalizia rossa e un rocchetto bianco; tiene le mani giunte e lo sguardo rivolto verso un crocifisso collocato sull’altare, accanto a un libro aperto. Alle sue spalle sono raffigurati due angeli: il primo, più vicino, con le mani incrociate sul petto; il secondo, con una tunica dorata, indica la scena con la mano destra. In alto, tra le nubi, un putto sorregge un turibolo da cui si alza il fumo dell’incenso. La scena è ambientata in un interno; una fonte luminosa mette in evidenza soprattutto le figure principali.
Stile Scannelli, nel lodare il carattere caraccesco della composizione, pone l'accento sui due angeli alla sinistra di san Carlo, giudicandoli così affini alle opere di Ludovico Carracci da sembrare realizzati dalla sua stessa mano. Amalia Mezzetti ha segnalato come la presenza di alcuni elementi, (una certa eleganza sinuosa delle figure, ravvisabile nei due angeli e nelle vesti di san Carlo, e una qualità formale più sciolta e decorativa), siano riconducibili all’ultimo Ludovico Carracci, soprattutto in opere come la Madonna Bargellini e il Sogno di Giacobbe. Tuttavia Denis Mahon osserva che il riferimento a Ludovico non è qui filtrato in chiave bolognese, ma assume piuttosto un tono ferrarese, che rimanda allo Scarsellino e, in parte, a Carlo Bononi.
Le vesti svolazzanti e i riflessi tenui, che si diffondono nella penombra, contribuiscono alla resa emotiva della scena, insieme al rocchetto di san Carlo, agitato e quasi vibrante per effetto della preghiera. Tali effetti di ricchezza cromatica rappresentano una novità per la prima attività di Guercino e non si esauriscono nei modelli emiliani, ma riflettono i primi stimoli di un contatto, diretto o indiretto, con l’ambiente veneziano, ancor prima del documentato viaggio del pittore nella laguna nel 1619. A sostegno di questa ipotesi viene ricordato il giudizio di Nicholas Turner, secondo cui quest’opera rappresenta una delle prime vere esplorazioni del colore nella carriera dell'artista. Luigi Salerno, in uno studio del 1988, ha sottolineato che in quest'opera mancano ancora quelle pennellate dense e corpose che diverranno caratteristiche della maturità di Guercino. Tuttavia, secondo David M. Stone, il dipinto testimonia comunque una fase di sperimentazione fondamentale, in cui il giovane artista comincia a sondare le potenzialità espressive della materia pittorica. Note
Bibliografia
Cesena, Editore Neri
Collegamenti esterni
Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti su san Carlo Borromeo Categoria:Dipinti a Cento