La repubblica d'Evandria è un dialogo di carattere utopico di Ludovico Zuccolo, pubblicato nel 1625 all'interno dei Dialoghi dell'autore. Nell'edizione originale porta il titolo Il Porto, overo della Republica d'Evandria.Il frontespizio indica come interlocutori Lodovico e Gabriele da Porto. Con lAromatario o vero Della Republica di Utopia e il Belluzzi o vero Della città felice forma il gruppo dei tre dialoghi utopistici della raccolta. Alcune ricostruzioni delle origini della fantascienza italiana lo annoverano fra i testi che precedono il genere moderno.
Storia editoriale I Dialoghi del 1625 sono l'ultima e più ampia raccolta dialogica di Zuccolo: quindici testi, in parte sulle passioni, in parte sulla politica. Li stampò Marco Ginammi, che in quegli anni pubblicava gran parte delle sue opere.
Un'edizione con prefazione di Rodolfo de Mattei apparve nel 1944 presso Colombo. Nel 2019 Antonio Donato ne ha pubblicato la prima traduzione inglese, insieme a quelle di altre quattro utopie italiane del Rinascimento.
Trama Lodovico ricorda il nonno materno, Lodovico da Porto, che combatté per trent'anni nelle guerre d'Italia e poi, deposte le armi, percorse l'Europa, buona parte dell'Africa e non poca dell'Asia, spingendosi fino agli antipodi, da poco scoperti. Tornato a casa si sposò già vecchio con Anastasia Rondanini, che gli diede due figli: Gabriele e Maria, futura madre di Lodovico. Gabriele ripeteva a memoria tutto ciò che aveva sentito dal padre, e fra le sue storie quella della repubblica di Evandria era la più bella.
Una sera, dopo cena, Gabriele chiede al padre chi siano gli Evandri e come sia fatta la loro repubblica. Negli ultimi confini dell'Asia, risponde il vecchio, nel tratto che più da vicino guarda all'isola di Utopia, si stende Evandria, cinta dal mare su tre lati e chiusa sul quarto da montagne dirupate. È meno estesa dell'Italia ma di forma migliore, ricca di laghi e di fiumi navigabili, con pochi porti e tutti sicuri. Fra le sue molte città la più popolosa e ricca è Agathia, grande come Venezia o Milano, dove risiede il re e si riunisce il gran Senato, che decide di pace e di guerra, delle leggi, della correzione dei costumi e degli affari più gravi della repubblica.
La corona è elettiva, ma non viene tolta ai figli del re defunto se non se ne mostrano indegni; e il re, che in apparenza sembra un monarca, in tempo di pace conta poco più di un senatore. Le leggi di Evandria sono poche, chiare e risolute come le spartane e come le romane dei primi tempi, ridotte in versetti a somiglianza di inni, che imparano a memoria anche i bambini e le contadine. Le cause civili non possono durare più di quindici giorni, e di norma se ne vanno in quattro o cinque; l'appello è concesso due volte, con termini di sette e di tre giorni. Non vi si tollerano avvocati, procuratori né sollecitatori: il litigante espone da sé le proprie ragioni, o per mezzo di un parente, di un amico o di un vicino.
Gli Evandri amano la libertà della patria al punto che, se mai scoppiassero fra loro guerre civili, si lascerebbero divorare l'uno dall'altro piuttosto che chiamare stranieri in aiuto; chi proponesse di introdurre armi forestiere sarebbe destinato al supplizio. Il vecchio rimprovera poi all'Italia, un tempo regina delle genti, di essersi piegata di buon grado al giogo straniero. Gli Evandri non conoscono altra ragion di Stato che quella dettata dall'onestà e dalla giustizia; non è mai venuto loro in mente di vendere o comprare uffici e magistrature; i loro governanti non spingono la gente a sbagliare per poterla poi opprimere, ma la educano fin da piccola a non fallire, e alle pene per le cattive azioni affiancano premi per le buone.
Personaggi Lodovico da Porto Nonno materno dell'autore, soldato per trent'anni e poi viaggiatore. È lui a descrivere Evandria, rispondendo alle domande del figlio.
Gabriele da Porto Figlio del precedente e fratello di Maria, madre di Zuccolo. Dotato di memoria prodigiosa, conserva e ripete i racconti paterni.
Lodovico Voce che apre il dialogo, nipote di Lodovico da Porto, e riferisce quanto ha appreso da Gabriele.
Accoglienza e critica Claudio De Boni osserva che i teorici italiani della ragion di Stato fra Cinque e Seicento rivendicavano spirito realistico, mentre Zuccolo cerca lo stesso ordine politico per via di rappresentazioni ideali, e così si riallaccia alla tradizione utopistica: l'Evandria ne è l'esempio più evidente.
Francesco D'Urso legge il dialogo come un esperimento letterario in cui Zuccolo adopera registri utopici per proporre modelli politici e ipotesi di riforma improntate alla razionalità, vedendo nella repubblica l'immagine rovesciata dell'Italia. Il diritto vi ha una funzione decisiva ed è sottoposto a sua volta a un rigore che lo rende certo, equilibrato e perciò giusto: poche leggi, nessuna interpretazione, processi da cui sia bandito ogni abuso. Zuccolo critica lUtopia di Moro proprio perché quella sovverte liberamente le principali regole della convivenza.
Nello studio delle origini della fantascienza italiana il dialogo utopico è stato citato tra le prime opere: alcuni studiosi non accademici fanno cominciare il genere dalle utopie rinascimentali e collocano fra queste i Dialoghi del 1625, nel gruppo delle utopie modellate sui dettami della Controriforma. Carlo Pagetti e Giulia Iannuzzi, nella voce Italy della Science Fiction Encyclopedia, propongono invece di far partire la genealogia del genere dal Milione, dalla Divina Commedia e dal volo lunare di Astolfo nellOrlando furioso; riconoscono comunque ai viaggi fantastici e ai paesaggi utopici il contributo più efficace della letteratura italiana alla formazione della fantascienza.
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Note
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Voci correlate Utopia Utopia (Tommaso Moro) Ragion di Stato Repubblica di Venezia Fantascienza Storia della fantascienza italiana
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