Gli aborigeni australiani sono popoli indigeni dell'Australia che, prima dell'arrivo dei colonizzatori europei nel continente, stanziavano nelle regioni più fertili in piccoli gruppi nomadi, vivendo di caccia, pesca e raccolta.
Il termine venne usato dai primi colonizzatori delle terre australiane, alla fine del XVIII secolo, per indicare la popolazione indigena ivi residente e con la quale subito avvennero scontri. Gli aborigeni australiani non erano un gruppo omogeneo e non è noto il loro numero prima all'arrivo dei bianchi, ma si ritiene non fosse elevato. Le stime sono tra i e gli oltre individui, separati in centinaia di gruppi distinti che parlavano lingue e dialetti differenti. Il loro insediamento in Australia si può datare tra i e i anni fa. I loro antenati vi giunsero probabilmente anni fa, benché la datazione rimanga tuttora incerta.
Storia Prima della colonizzazione
Al tempo del loro primo contatto con i colonizzatori europei, nel tardo XVIII secolo, i nativi australiani erano prevalentemente popoli di cacciatori-raccoglitori in possesso di una ricca tradizione orale e valori spirituali basati sulla venerazione della terra e sulla fede nel "sogno", inteso contemporaneamente come l'antica epoca della creazione del mondo (il cosiddetto Tempo del Sogno) e l'effettiva realtà del sognare.
L'esatta epoca di arrivo degli antenati degli aborigeni è oggetto di disputa tra gli archeologi. L'opinione più accreditata è che giunsero dall'Indocina più di anni fa: questo significa che si sono succedute in Australia oltre 2500 generazioni. La data di anni fa è basata su alcune misure di termoluminescenza eseguite in siti archeologici dell'Australia settentrionale. Un gran numero di siti è stato datato tramite il radiocarbonio a circa anni fa, portando alcuni ricercatori a dubitare dell'accuratezza del metodo a termoluminescenza. Nel 1996 per l'insediamento del sito di Jinmium nel Territorio del Nord la datazione a termoluminescenza ha indicato un'età di anni; benché questo risultato abbia avuto vasta eco sulla stampa, è stato smentito da ricerche e misurazioni più accurate eseguite successivamente con il metodo del radiocarbonio e della datazione ottica, che riportano la datazione al massimo a anni fa.
La nudità presso le popolazioni aborigene australiane variava in relazione all'ambiente geografico, alle condizioni climatiche, alle consuetudini dei singoli gruppi e alle diverse circostanze sociali e rituali. Prima della colonizzazione europea, in molte regioni dell'Australia gli indumenti avevano un ruolo limitato nella vita quotidiana, mentre nelle aree meridionali e orientali, caratterizzate da condizioni climatiche più fredde, erano utilizzati mantelli e coperte realizzati principalmente con pelli di piccoli marsupiali.Charles P. Mountford, Pitture degli aborigeni in Australia, Silvana editoriale d'arte in collaborazione con l'UNESCO, Milano 1964 L'assenza o la limitata presenza di indumenti non implicava tuttavia una scarsa elaborazione delle pratiche materiali o della conoscenza dell'ambiente. Le popolazioni aborigene svilupparono infatti sistemi complessi di orientamento, classificazione dell'ambiente naturale, tecniche di lavorazione dei materiali e tradizioni cosmologiche, tramandate attraverso pratiche sociali, rituali e narrative. Alcuni osservatori europei sottolinearono il contrasto tra la relativa semplicità di determinati strumenti di uso quotidiano e l'ampiezza delle conoscenze ambientali possedute dalle popolazioni locali. Nella letteratura etnografica dell'Ottocento ricorre, per esempio, l'osservazione secondo cui alcune popolazioni utilizzavano sistemi numerici apparentemente limitati, pur disponendo di una terminologia articolata per fenomeni naturali quali le direzioni dei venti e le costellazioni del cielo australe. Tali descrizioni, tuttavia, devono essere interpretate tenendo conto dei limiti delle prime osservazioni etnografiche e della tendenza degli studiosi dell'epoca a valutare le società aborigene attraverso categorie culturali europee. In particolare, l'affermazione secondo cui gli aborigeni australiani sarebbero stati incapaci di contare oltre il numero tre è stata successivamente ridimensionata dalla ricerca etnografica e linguistica. Già Alfred William Howitt, sulla base dei suoi studi sulle popolazioni dell'Australia sudorientale alla fine del XIX secolo, fornì osservazioni incompatibili con una generalizzazione di questo tipo. Le capacità numeriche, infatti, differivano tra le diverse comunità e dipendevano anche dalle caratteristiche dei rispettivi sistemi linguistici e culturaliHowitt, A. W. (1904), The Native Tribes of South-East Australia, Macmillan, London. L'idea di una generale incapacità di contare oltre tre costituisce pertanto una semplificazione non sostenuta dalle conoscenze antropologiche contemporanee. Anche la tecnologia materiale contraddice l'interpretazione di tali società come tecnologicamente semplici. Il boomerang, presente in diverse forme e destinato a funzioni differenti a seconda delle popolazioni e delle regioni, richiede una conoscenza approfondita delle proprietà del legno, dell'aerodinamica e delle tecniche di lavorazione. Alcuni esemplari erano inoltre decorati con motivi incisi di significato estetico, sociale o rituale. Charles Albert Reichen utilizzò proprio il contrasto tra le competenze tecniche osservabili e alcune descrizioni allora diffuse delle capacità intellettuali degli aborigeni per formulare la metafora dell'homo faber che avrebbe preceduto, secondo la sua interpretazione, l'homo sapiens inteso come individuo intellettuale. Questa interpretazione appartiene tuttavia alla storia del pensiero antropologico e riflette categorie evoluzionistiche proprie del periodo in cui fu formulata, piuttosto che una descrizione scientificamente valida delle capacità cognitive delle popolazioni aborigene
L'abbigliamento tradizionale delle popolazioni aborigene australiane variava notevolmente a seconda del gruppo, della regione, del clima e delle circostanze. In alcune comunità gli uomini potevano praticare la nudità o indossare soltanto una piccola copertura dei genitali, mentre in altre venivano utilizzati grembiuli, gonne, mantelli e altri indumenti realizzati con fibre vegetali, pelli o altri materiali disponibili nell'ambiente. L'abbigliamento poteva inoltre assumere significati sociali e rituali, legati all'età, allo status o alla partecipazione a particolari cerimonie.
Con l'introduzione dell'abbigliamento occidentale, soprattutto a partire dal periodo coloniale, le popolazioni aborigene hanno progressivamente adottato gli abiti europei, sebbene pratiche e tradizioni legate all'abbigliamento tradizionale siano sopravvissute in alcuni contesti e comunità. Anche oggi le modalità di vestire variano considerevolmente tra le diverse comunità e situazioni. Le popolazioni aborigene hanno abitato il continente australiano per decine di migliaia di anni, adattandosi a una grande varietà di ambienti, dalle regioni tropicali a quelle desertiche e temperate. Nel corso del tempo hanno sviluppato numerose strategie per utilizzare e gestire le risorse naturali e per adattarsi alle variazioni climatiche e ambientali.
È tuttora oggetto di dibattito il grado in cui le attività umane abbiano modificato gli ecosistemi australiani e abbiano contribuito all'estinzione della megafauna, avvenuta principalmente tra la fine del Pleistocene e l'inizio dell'Olocene. Tra le principali ipotesi vi sono quella che attribuisce un ruolo determinante ai cambiamenti climatici e ambientali, quella che evidenzia l'impatto della presenza umana e della pressione venatoria sulle grandi specie animali e quella che propone un'interazione tra i due fattori. È stata inoltre discussa la possibilità che l'uso del fuoco e altre forme di modificazione dell'ambiente abbiano alterato gli habitat e contribuito indirettamente al declino di alcune specie.
Anche le modificazioni ambientali apportate dagli aborigeni, in special modo attraverso l'uso del fuoco, sono oggetto di controversia. È accertato che gli aborigeni usassero il fuoco per un'ampia serie di scopi - dall'incoraggiare la crescita di piante commestibili (murnongDan Saladino, Mangiare fino all'estinzione,cap- II Murnong, 2023, trad.Giovanni Garbellini, Einaudi, ISBN 978 8806 25678 4) e di foraggio per le potenziali prede, al ridurre il rischio di grandi incendi devastanti, al rendere più facili i trasporti, all'eliminare i parassiti, all'uso rituale e al semplice "tenere pulito". C'è disaccordo, tuttavia, nel valutare l'impatto che l'utilizzo del fuoco possa aver avuto in modifiche a grande scala della vegetazione continentale.
Nonostante la loro nomea di "superstiti" dell'età della pietra, è provato che la cultura aborigena è cambiata nel tempo. La pittura rupestre in svariate località dell'Australia settentrionale consiste in una sequenza di diversi stili legati ai diversi periodi storici. Harry Lourandos è il principale promotore della teoria che ipotizza un'intensificazione dell'attività di caccia e raccolta tra 5000 e 3000 anni fa. Tale intensificazione ha portato a un aumento dell'impatto umano sull'ambiente (ad esempio la costruzione di trappole per i pesci nell'attuale stato di Victoria), alla crescita della popolazione, all'aumento degli scambi tra i gruppi, a una più complessa struttura sociale e ad altri cambiamenti culturali. In questo periodo si nota, inoltre, un cambiamento negli utensili di pietra, con lo sviluppo di punteruoli e raschiatoi più piccoli ed elaborati.
Vi sono stati molti gruppi aborigeni diversi, ognuno con una propria cultura, religione e lingua, si contano circa 400 lingue diverse al momento del contatto con gli europei.Zuckermann, Ghil'ad, Revivalistics: From the Genesis of Israeli to Language Reclamation in Australia and Beyond. Oxford University Press, 2020. (ISBN 9780199812790 / ISBN 9780199812776) Queste culture si sovrapposero in maniera più o meno ampia e si evolsero nel tempo. Anche gli stili di vita presentavano un'ampia varietà; l'immagine stereotipata dell'orgoglioso cacciatore che si erge nudo su una gamba sola tra le sabbie rosse del deserto australiano non ha validità generale. In epoca contemporanea, ad esempio, c'erano nello stato di Victoria due distinte comunità con un'economia basata sulla piscicoltura in acqua dolce, una a nord sul fiume Murray, un'altra a sud-ovest vicino a Hamilton, che commerciavano con altri gruppi provenienti anche dall'area di Melbourne.
La colonizzazione da parte degli europei
La popolazione aborigena è stata decimata dalla colonizzazione, iniziata nel 1788. Una combinazione di malattie, perdita della terra (e quindi fonte di cibo) e omicidi ha ridotto la popolazione aborigena di circa il 90% tra il XIX secolo e il XX secolo.
Massacri di massa e malattie Un'onda di massacri e tentativi di resistenza si mosse con la frontiera. L'ultimo massacro fu a Coniston, nel Territorio del Nord, nel 1928. Molte volte si è ricorso all'avvelenamento di cibo e acqua.
La varicella, il vaiolo, l'influenza, le malattie veneree e il morbillo si diffusero ampiamente tra il XVIII e il XIX secolo. Le popolazioni aborigene non avevano alcuna conoscenza delle malattie europee e pochissima della resistenza immunitaria che gli europei avevano evoluto nel corso dei secoli. Si stima che la scomparsa del 90% della popolazione aborigena sia stata il risultato dei contagi che precedettero l'espandersi dei coloni europei. Nell'arido centro del continente, dove vissero piccole comunità distribuite su un'area molto vasta, il declino della popolazione fu meno marcato e le comunità aborigene poterono continuare a vivere in qualche modo secondo le loro abitudini fino alla fine del XIX secolo e, in alcuni casi, anche fino al XX secolo.
Sfruttamento della terra