La Famiglia di Catania, attualmente conosciuta anche come famiglia Santapaola-Ercolano, è un'organizzazione criminale appartenente a Cosa nostra che domina le attività della criminalità organizzata nella città di Catania e nella sua provincia, con ramificazioni a Messina e nel siracusano.
La famiglia di Catania si è evoluta silenziosamente in una delle famiglie più potenti e violente all'interno di Cosa nostra. Radicata nei legami familiari e nelle connessioni politiche, l’organizzazione è emersa dall’ombra a metà del XX secolo sotto la guida di Giuseppe Calderone, per poi trasformarsi in un impero militarizzato sotto il comando del suo ex alleato e successore, Benedetto Santapaola. Ciò che era iniziato come un tentativo locale di controllare le bische e di estorcere denaro alle imprese si è rapidamente trasformato in una dinastia criminale spietata, la cui influenza si è profondamente infiltrata nel tessuto economico e istituzionale di Catania.
Oggi, la famiglia di Catania rimane una forza potente, ancora controllata dalla famiglia Santapaola-Ercolano. L’organizzazione si è adattata ai tempi moderni, mantenendo la propria influenza attraverso l’estorsione, il traffico di droga e l’infiltrazione nelle attività economiche lecite. I suoi legami profondamente radicati e la capacità di rigenerare la leadership continuano a renderla un attore centrale nel panorama criminale della Sicilia.
Storia Origini Per molti decenni, la presenza mafiosa a Catania è stata negata sia dai media che dall’opinione pubblica. La città ha mantenuto l’immagine di un luogo relativamente immune alla criminalità organizzata. Questa percezione è stata accuratamente coltivata, in parte grazie all’influenza esercitata dalla mafia locale sui mezzi di comunicazione, nonché alle sue alleanze strategiche con esponenti del mondo imprenditoriale e politico.
Uno dei primi resoconti documentati dell’attività mafiosa nella città risale al 1925, con l’arrivo a Catania della famiglia Tagliavia da Palermo, intenzionata a trarre profitto dalle operazioni di gioco d'azzardo illegale. Per poter fare affari, tuttavia, i palermitani avevano bisogno di alleati locali. Seguirono diverse affiliazioni mafiose, e personaggi come Giuseppe Indelicato e Agatino Florio divennero uomini d'onore.
All’epoca, Antonino Saitta, originario di Catania e già uomo d’onore, si trovava in prigione. Dopo la sua scarcerazione, divenne il primo rappresentante ufficiale di Cosa Nostra a Catania. In seguito, Saitta scomparve. Alcune testimonianze suggeriscono un periodo trascorso in Tunisia; altre ipotizzano un caso di lupara bianca. Gli succedette un altro Saitta, Luigi, che contribuì a riorganizzare la famiglia mafiosa di Catania nel secondo dopoguerra, gestendo il mercato nero delle sigarette di contrabbando. Il lignaggio riemerse decenni dopo, negli anni Sessanta, con Giuseppe Calderone, nipote dei Saitta.
Nel corso degli anni Cinquanta, Cosa Nostra a Catania visse il suo primo conflitto interno riguardante la leadership dell’organizzazione locale. Le tensioni culminarono con l’ascesa di Vincenzo Palermo, un mafioso della vecchia guardia, noto anche per avere un solo braccio, che assunse il controllo. Il suo autista era Salvatore Santapaola, fratello di Nitto Santapaola, già uomo d’onore all’epoca.
1962: Un anno chiave per la famiglia di Catania Nel 1962 si verificò una svolta cruciale all'interno di Cosa nostra a Catania. Giuseppe Calderone, conosciuto come Pippo "cannarozzo d’argento" a causa di una condizione alle corde vocali, era già uomo d’onore e ricopriva il ruolo di consigliere, affiancato da Francesco Indelicato e Agatino "Tino ‘u vappu" Florio. La leadership mafiosa catanese vedeva Orazio Nicotra come rappresentante, Salvatore Torrisi come vice, Giuseppe Indelicato come capo provinciale e Salvatore Ferrera (‘u cavadduzzu) come vice capo provinciale — un nome che in seguito sarebbe divenuto centrale nell’evoluzione del clan, legato da vincoli di sangue alle famiglie Santapaola ed Ercolano. Tutte e tre le famiglie si unirono in matrimonio con le sorelle D’Emanuele, sancendo la nascita di una futura dinastia mafiosa.
La nuova ondata: affiliazioni e alleanze Nello stesso anno, venne affiliato Antonino Calderone, fratello di Giuseppe, che anni dopo sarebbe diventato un pentito, rivelando la struttura della mafia locale e numerosi dettagli sulla sua storia. La cerimonia di affiliazione coinvolse anche altri otto individui, tra cui Nitto Santapaola, suo fratello Natale, il cugino Francesco Ferrera, Natale Ercolano, Giuseppe Russo e Pippo Ferlito, zio di Alfio Ferlito, figura chiave negli eventi successivi.
Santapaola salì rapidamente nei ranghi. Tra il 1966 e il 1967, Calderone lo nominò capodecina, sostituendo due figure ormai anziane. Seguirono nuove affiliazioni: Francesco Mangion, Salvatore Marchese e Mimmo Condorelli.
Primi anni ’70 e la guerra contro i Cursoti
Negli anni ’70, Benedetto "Nitto" Santapaola iniziò a stringere legami strategici con Totò Riina, una mossa che Antonino Calderone avrebbe successivamente definito come una "strategia corleonese". Riina nominò ufficialmente Santapaola capo della famiglia di Catania. Come a Palermo, anche Cosa nostra a Catania visse un cambiamento interno di portata epocale, assimilabile a un vero e proprio colpo di mafia.
All’inizio degli anni ’70, Catania era invasa da attività criminali: rapine, contrabbando, sparatorie. Preoccupato per il crescente disordine, Santapaola scatenò una guerra contro i Cursoti, una fazione rivale. In quel periodo, la Cosa nostra di Catania contava soltanto 35 uomini d’onore, affrontando una forza molto più numerosa. Per rafforzare le sue fila, affiliò noti killer, tra cui Alfio Ferlito, Salvatore Lanzafame e Salvatore "Turi Cachiti" Pillera. Alcuni di questi sarebbero poi diventati alleati stretti di Calderone.
Sebbene inizialmente riluttante, Calderone fu coinvolto nel conflitto. La guerra provocò profonde fratture, lasciando Calderone politicamente isolato, anche se i suoi fedeli più stretti non lo abbandonarono mai.
1977: Intervento e riorganizzazione Entro il 1977, le tensioni a Catania erano giunte a un punto di ebollizione. Durante un incontro presso la villa del principe Vanni Calvello, intervenne Michele Greco, noto come Il Papa per la sua capacità di mediare tra le diverse famiglie mafiose, sciogliendo la famiglia mafiosa catanese e ponendola sotto controllo temporaneo. Greco nominò tre reggenti: Calderone, Santapaola e Tino Florio, detto ‘u vappu.
Ma l’equilibrio di potere si inclinò presto. L’8 settembre 1978, Giuseppe Calderone fu ucciso in un’imboscata ad Aci Castello. Il suo autista, Salvatore Lanzafame, sopravvisse all’attacco.
Il dominio di Santapaola L’assassinio di Calderone scatenò un’importante riorganizzazione della leadership. Nitto Santapaola assunse il ruolo di rappresentante della famiglia. Francesco "Ciuzzu ‘u firraru" Mangion divenne suo vice. Salvatore Ferrera ricoprì la carica di rappresentante provinciale, con Orazio Nicotra come suo secondo. Tra i consiglieri figuravano Carletto Campanella, Pasquale Condorelli e Rosario "Franco" Romeo, quest’ultimo imprenditore allora detenuto in carcere. Romeo sarebbe stato in seguito assassinato; la sua abitazione avrebbe poi rivelato fotografie emblematiche della borghesia catanese legata alla mafia.
Santapaola adottò una strategia a doppio binario: eliminare i rivali interni e al contempo consolidare i legami con l’élite imprenditoriale e politica di Catania.
All’inizio degli anni ’80, Santapaola costruì un vasto impero criminale. Il periodo fu segnato da omicidi di alto profilo e stragi pubbliche a causa del conflitto con Alfio Ferlito, che non riconosceva la sua leadership. La sparatoria del 6 giugno 1981 su viale delle Olimpiadi e la strage del 26 aprile 1982 in via dell’Iris lasciarono profonde ferite. Pochi mesi dopo, Ferlito fu assassinato a Palermo nella famigerata "strage della circonvallazione".
Il principale alleato di Ferlito era Salvatore "Turi Cachiti" Pillera, che decise di abbandonare definitivamente la famiglia di Catania e di fondare un proprio gruppo mafioso, che si mise alla testa di una confederazione di tutti i gruppi criminali non aderenti a Cosa nostra e nemici di Santapaola, come il clan Savasta, il clan Laudani, il clan Cappello, il clan Sciuto-Tigna, il clan Piacenti-Ceusi e il clan Di Mauro-Puntina. Dal canto suo, Santapaola si alleò con il clan dei Malpassoti, originario di Belpasso e capeggiato da Giuseppe Pulvirenti, che divenne il suo braccio armato nel conflitto. La guerra raggiunse il suo apice nel 1991 con un record di 121 morti ammazzati in un anno.
Nonostante l’attenzione crescente, Santapaola si muoveva liberamente a Catania. Possedeva il potere e l’influenza per rapportarsi tanto con i politici quanto con gli imprenditori. Tuttavia, dopo essere stato incriminato per l’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, scomparve, restando latitante.
Soltanto nella seconda metà degli anni '80, grazie alla collaborazione con la giustizia di importanti boss mafiosi come Antonino Calderone, Giuseppe Alleruzzo e Giuseppe Pellegriti, si riuscì finalmente a squarciare il velo sugli affari criminali della famiglia di Catania e a mettere in luce i legami di Santapaola con il mondo politico ed imprenditoriale catanese.Alfio_Caruso, Da cosa nasce cosa. Storia della mafia dal 1943 a oggi, Milano, Longanesi, 2000, pp. 434-435, ISBN 88-304-1620-7. È però proprio in questo periodo che la famiglia catanese si dota di una nuova organizzazione in "squadre", che prendono il nome dal quartiere di riferimento (Librino, San Comiso, Villaggio Sant’Agata, Picanello, San Giovanni Galermo) ed alle quali viene riconosciuta una certa autonomia organizzativa e decisionale:Il 18 maggio 1993, prima dell’alba, Nitto Santapaola fu arrestato in una masseria a Granieri, una zona rurale vicino a Caltagirone in Sicilia. L’operazione fu chiamata "Operazione Luna Piena", un riferimento al soprannome che Santapaola aveva guadagnato durante gli anni di latitanza: ‘u licantropo (il licantropo). Il blitz fu eseguito da agenti del Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza e della Squadra Mobile. Santapaola fu sorpreso addormentato accanto a sua moglie, Carmela Minniti, che era rimasta al suo fianco durante tutti gli anni da latitante. Nonostante avesse una pistola carica vicino al letto, non tentò di opporre resistenza. Si dice che abbia sussurrato: «Tutto ha una fine», facendo un’unica richiesta: poter fare un’ultima colazione con la moglie prima di essere ammanettato.
Il suo arresto fu il risultato di un lungo lavoro di intelligence e segnò la caduta simbolica di una delle figure più importanti della mafia. Al momento della cattura, i fotografi immortalarono la sua immagine: capelli neri, baffi e un’espressione calma, mentre veniva condotto presso il commissariato di polizia di Catania. Un netto contrasto rispetto alle foto precedenti, trovate anni prima in casa di un amico, che lo ritraevano a banchetti con politici e uomini d’affari. Sebbene Santapaola avesse a lungo eluso la giustizia spostandosi tra rifugi in tutta la Sicilia — masserie, cantine nei pressi dell’Etna e basi sicure sostenute dai clan mafiosi alleati — quella mattina di maggio segnò la fine della sua latitanza.
Il 2 giugno 1993, a soli quindici giorni dalla cattura di Santapaola, fu arrestato anche Giuseppe Pulvirenti, detto u' malpassotu, considerato il capo dell'ala militare della famiglia di Catania. Si nascondeva in un bunker sotterraneo nelle campagne di Belpasso con una radio sintonizzata sulle frequenze della polizia, una pistola e denaro contante.