La battaglia di Vienna (; ; ) ebbe luogo tra l'11 e il e fu l'atto finale del secondo assedio ottomano di Vienna; fu combattuta dalle truppe alleate polacche, austriache e tedesche comandate da Giovanni III Sobieski contro l'esercito ottomano comandato da Kara Mustafa Pascià. L'assedio durava dal precedente, quando un numero variabile tra e militari ottomani avevano circondato la capitale austriaca.

L'imperatore Leopoldo I si era rifugiato a Passavia, da cui dirigeva l'attività diplomatica (sostenuto dalla diplomazia di papa Innocenzo XI) indispensabile per tenere unito un esercito variegato in un momento tanto drammatico; di conseguenza i capi militari della città non esitarono a conferire a Sobieski il comando dell'esercito così composto: polacchi al comando di Giovanni III Sobieski con circa ussari alati, l'élite dell'esercito polacco; austriaci, toscani, veneziani e mantovani, al comando di Carlo V duca di Lorena e di Eugenio di Savoia; franconi, svevi e bavaresi, al comando di Giorgio Federico di Waldeck; sassoni, al comando di Giovanni Giorgio III di Sassonia. In tutto quindi le forze europee contavano su circa uomini, contro / ottomani che avevano invaso l'Austria. La maggior parte di essi, tuttavia, non si trovava a Vienna il giorno della battaglia.

Le forze cristiane, appena arrivate, conoscevano malissimo il territorio, mentre i soldati all'interno della città erano mal ridotti a causa dei due mesi d'assedio. Buona parte dell'esercito ottomano aveva comunque una scarsissima preparazione militare, e alcuni loro contingenti (come i tatari e i magiari) parteciparono solo in maniera indiretta alla battaglia e all'assedio, limitandosi a saccheggiare i territori circostanti e a compiere incursioni. Durante la battaglia l'esercito ottomano non si riunì, ma inviò un corpo ad affrontare i polacco-imperiali, mentre altre truppe continuavano ad assediare la città.

In pratica la battaglia fu uno scontro fra i polacchi e la parte militarmente più addestrata dell'esercito del Gran Visir, che si trovò a combattere in condizioni di rilevante inferiorità e di stanchezza, dato che combatteva da giugno contro la guarnigione di Vienna ed era stato indebolito da diverse epidemie, soprattutto di dissenteria. La maggior parte dell'esercito ottomano era partita per la guerra nell'autunno dell'anno precedente, con marce che avevano avuto inizio in Crimea, Valacchia, Mesopotamia, Armenia, o dalla stessa Costantinopoli.

La sconfitta ottomana fu l'evento scatenante della guerra austro-turca, conclusasi formalmente con la successiva firma del trattato di Carlowitz (1699). A seguito di tale vittoria, gli Stati europei ripristinarono la loro sovranità su gran parte dei territori dell'Europa orientale conquistati nei due secoli precedenti dagli Ottomani, per i quali l'evento segnò invece la fine della stagione dell'espansionismo.

L'assedio Il grosso dell'esercito ottomano investì Vienna ed i suoi difensori il 14 luglio. Il conte Ernst Rüdiger von Starhemberg, capo delle truppe superstiti (circa uomini) rifiutò di arrendersi e si chiuse dentro le mura della città. La corte imperiale e gli ambasciatori presenti, presi dal panico, si diedero alla fuga. Drappelli di Tatari, talvolta di soli 3 o 4 uomini, arrivarono a 80 chilometri ad ovest di Vienna, saccheggiando e disturbando le comunicazioni, incendiando villaggi e fienili, radunandosi e disperdendosi a seconda delle condizioni locali, e diffondendo il panico secondo la più consolidata tradizione mongola.

I difensori avevano abbattuto le case che circondavano la città, in modo da non lasciare alcun riparo per chiunque si avvicinasse alle mura, anche se i lavori erano stati affrettati e mal eseguiti. Kara Mustafa Pascià risolse il problema facendo scavare profonde trincee che dal campo ottomano si diramavano fino alle mura, limitando così di molto il numero di batterie viennesi in grado di colpire i soldati che si avvicinavano.

Dato che le mura della città erano molto solide ed i cannoni ottomani piuttosto vetusti ed inefficaci, gli assedianti pensarono bene di minare le mura — come avevano già fatto a Candia contro i Veneziani — anziché distruggerle a cannonate. Le trincee furono così prolungate fin sotto le mura dove vennero poste le cariche esplosive. L'artiglieria d'assedio ottomana era di qualità appena sufficiente, scarsa e scadente quella campale da utilizzare in supporto, al contrario gli ingegneri turchi avevano una grande abilità sia nella guerra di mina e contromina, sia nello scavo delle trincee di approccio.

Un po' alla volta i lavori d'assedio ottomani distrussero le difese situate posteriormente al palazzo imperiale e al bastione Bug: il rivellino antistante fu completamente distrutto con più mine, ambedue i bastioni presso il torrente Wien furono rovinati sullo spigolo e notevolmente danneggiati in vari punti, mentre il muro tra i due bastioni venne ulteriormente indebolito. Quando l'esercito di soccorso raggiunse la città danubiana rimanevano ormai pochi giorni di tempo previsti prima dello sfondamento. Tuttavia la difesa asburgica fu molto aggressiva ed efficiente — almeno in superficie —, riuscendo a rallentare notevolmente i lavori d'approccio; di contro gli austriaci fecero molta fatica ad operare delle contromine. Inoltre la calura estiva e la concentrazione di civili e militari nella città causò, com'era sperato dai turchi, un'epidemia di dissenteria, che però si diffuse anche tra gli assedianti.

Kara Mustafa non aveva però messo in conto che Leopoldo I a Passavia aveva ormai concluso l'accordo con i suoi alleati, tra cui spiccava Sobieski e la sua potentissima cavalleria composta da Ussari alati di PoloniaGli husaria della Confederazione polacco-lituana, ben diversi dai normali ussari (husarz in lingua polacca) erano una cavalleria ancora definibile come pesante (indossava una tipica armatura leggera, con delle finte ali d'aquila sulla schiena), molto potente per forza d'urto e disciplinata nel suo impiego come massa di manovra, che si preparava infatti a marciare verso Vienna. Va infatti ricordato che Kara Mustafa era tranquillo, in quanto la maggior potenza continentale dell'epoca, la Francia di Luigi XIV, sperava in un ulteriore indebolimento dell'Austria, in vista di una possibile espansione verso ovest. L'intransigente posizione papale contribuì a disinnescare questo rischio, spingendo al contrario Luigi XIV a inviare una squadra navale contro Algeri per dimostrare la sua cattolicità.

L'assedio fu ovviamente durissimo, con malattie, fame e morte all'ordine del giorno. Ormai il destino della città era segnato, e i Turchi aspettavano solo di penetrarvi, anche se loro stessi non sapevano se saccheggiare "la mela d'oro" (soprannome turco di Vienna) e passare lì l'inverno, oppure conquistarla ed annettere così l'Austria orientale al loro impero. Carlo V di Lorena e i suoi uomini compirono numerosi movimenti in appoggio alla capitale, disturbando — assieme alle sortite delle fortezze rimaste isolate alla frontiera — i rifornimenti ottomani. Le truppe austriache, molto esigue numericamente, furono subito fronteggiate dagli ungheresi di Imre Thököly, alleati dei Turchi, ma in svariati scontri ebbero la meglio, costringendo gli Ungheresi alla ritirata.

Kara Mustafa, compreso l'acuirsi delle difficoltà dell'impresa, diede ordine di procedere alla distruzione delle mura e di prepararsi all'assalto finale, rinunciando a inseguire il duca di Lorena che nel frattempo si era allontanato dalla città. La situazione pareva di nuovo volgere a favore degli assedianti in quanto le mura poco a poco si assottigliavano erose dalle mine turche. Prevedendo l'imminente apertura di una breccia nelle mura, i viennesi si prepararono al combattimento strada per strada. Nonostante le richieste da parte dei giannizzeri e dai generali turchi, Kara Mustafa decise di non fortificare il campo con bastioni di terra e legno, ritenendo che non si potessero togliere genieri, manodopera e legname alla costruzione di trincee d'approccio.

I preparativi La situazione era a questo punto più che caotica. Da un lato turchi ancora superiori numericamente ma preoccupati dall'arrivo di Carlo di Lorena e soprattutto resi perplessi dall'arrivo, ormai imminente, del grosso dei rinforzi, di cui ignoravano ancora l'entità, di cui si era sparsa la notizia. Dall'altro i viennesi che sentivano la morsa stringersi su di loro, con poche informazioni che giungevano in città tramite spie che riuscivano a passare lo schieramento turco, certi ormai dell'esito infausto che li aspettava. Infine lo stesso duca di Lorena, che aspettava Sobieski (cui nel frattempo si erano uniti la maggior parte dei rinforzi inviati dai principi tedeschi) era indeciso sulla strategia da adottare, sulla tempistica (era propenso ad un attacco immediato, anche prima che i rinforzi fossero arrivati, ma fu trattenuto dall'Imperatore) e in disaccordo con quasi tutti i suoi ufficiali superiori.

Finalmente Sobieski varcò il Danubio il 6 settembre su un ponte di barche costruito dagli imperiali a Tulln, 30 km da Vienna, e fu subito posto a comando dell'ormai formidabile armata che si era riunita. Sobieski dimostrò in quell'occasione una lungimiranza assai rara per i re dell'epoca. Infatti l'aiuto che gli chiese Leopoldo I non portava nulla al regno di Polonia che in quegli anni era impegnato in lotte altrettanto crude con i vicini Regno di Svezia e Impero russo. Egli accettò poiché aveva capito che la caduta di Vienna avrebbe spalancato ai turchi le porte della Germania, ancora devastata dalla recente guerra dei trent'anni e dalla pestilenza del 1679; e una volta in Germania, nessuno avrebbe potuto fermare l'espansionismo ottomano. Inoltre gli Ottomani erano nemici anche dei polacchi, e la presenza dei turchi nel cuore dell'Europa avrebbe interrotto le vie commerciali che giungevano in Polonia. Soprattutto il re polacco voleva imporre il suo prestigio all'interno ed all'esterno della sua nazione, e cercava di rendere possibile l'elezione al trono di suo figlio (il trono polacco era elettivo) e la stabilizzazione dell'esercito permanente.

Non altrettanta lungimiranza mostrò Kara Mustafa, che anzi non fece nulla per motivare il suo esercito e fidelizzare le truppe non turche che ne componevano la gran parte. Addirittura il Khan di Crimea, esitò quando ebbe l'occasione di attaccare la cavalleria pesante di Sobieski quando questa si trovava sulle colline a nord di Vienna, cioè in una situazione di estrema vulnerabilità. E non fu l'unico caso di divisione interna nel fronte turco. Infatti Kara Mustafa rappresentava una fazione di corte, ostile ai giannizzeri, ai dervisci, e a tutti i movimenti dei musulmani tolleranti e eterodossi; gli eterodossi però formavano una buona percentuale dei migliori elementi dell'esercito, e la quasi totalità dei giannizzeri, e riuscivano ad avere le simpatie di molti cristiani soprattutto dei nobili ungheresi protestanti e degli ortodossi rumeni (che preferivano la tolleranza degli ottomani all'inflessibilità controriformistica austriaca). Inoltre molti dei più importanti generali ottomani, come Ibrahim di Buda, veterani di molte campagne e di grande ascendente sulle truppe, erano stati contrari all'impresa sin dal principio, avrebbero preferito una campagna limitata alla conquista di alcune fortezze di frontiera, oppure erano stati contrari alla guerra sin dal principio. Il principato di Valacchia aveva sempre dimostrato un atteggiamento ambivalente verso i nemici cristiani dei turchi, e le truppe valacche si ritirarono in parte nei giorni precedenti alla battaglia, sia ufficialmente (con scuse varie), sia individualmente e alla chetichella disertando in maniera troppo sistematica perché non fosse possibile indovinare precisi ordini.