Sansone arrestato dai Filistei è un dipinto a olio su tela (191,1 x 236,9 cm) di Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino, databile al 1619 circa e custodito presso il Metropolitan Museum di New York.
Storia Il dipinto è citato da Carlo Cesare Malvasia nell'anno 1619 fra le opere eseguite dal Guercino per il cardinale Giacomo Serra, legato pontificio a Ferrara, che lo ricordò però erroneamente come un Sansone e Dalila, soggetto che l'artista avrebbe affrontato solo molti anni più tardi, nel 1654. Il cardinale Serra era membro della nobile famiglia genovese Serra, che annoverava anche Giovanni Francesco Serra, che diede vita a una importante collezione di dipinti nel suo palazzo di Milano. Giovanni Francesco muore nel 1656 lungo le coste di Maiorca, e la sua collezione (di cui rimane ignota la quantità precisa di pezzi che la componevano in origine) viene ereditata dai tre figli Teresa, Giuseppe e Francesco.
Qualche anno dopo la morte del padre, i tre fratelli trasferirono la collezione paterna a Napoli, dove avevano fatto edificare il Palazzo Serra di Cassano. Parte della collezione fu venduta e parte rimase a Napoli. Nel corso dei secoli molti pezzi furono via via venduti. Il Sansone di Guercino rimase nell'ambito della famiglia e giunse per via ereditaria a Maria Teresa Serra di Cassano (1883-1960) che sposò Alfred Bey Sursock nobile libanese, e il dipinto fu trasferito nel loro palazzo di Beirut, il Palais Sursock.«Sursock Palace», in The Monthly, marzo 2015, pp. 14–17. Qui fu visto nel 1981 da Denis Mahon, che lo identificò come opera autografa del Guercino.
La figlia della coppia, Yvonne Sursock, divenuta poi Lady Cochrane, conservò l'opera fino agli anni Settanta. In quel periodo la tela fu venduta tramite la galleria Leggatt Brothers di Londra ai coniugi Charles e Jayne Wrightsman, collezionisti e mecenati statunitensi. Questi la donarono al Metropolitan Museum of Art di New York nel 1984, dove è ancora conservata.
Descrizione e stile
L’episodio rappresentato da Guercino si colloca nel racconto del Libro dei Giudici (16,4–22), in particolare nei versetti 18–21, che narrano come Dalila, dopo aver fatto addormentare Sansone sulle sue ginocchia e averne fatto recidere i capelli, lo consegnò ai Filistei privato della sua forza, che risiedeva appunto nei capelli.
Il dipinto raffigura il momento della cattura: al centro l'eroe, visto di spalle e colto nello sforzo, è sopraffatto da più uomini armati che lo afferrano con violenza, mentre a sinistra Dalila, seduta, trattiene una ciocca dei capelli recisi. Sullo sfondo, a destra, una giovane osserva la scena da dietro un parapetto. La composizione serrata e l'illuminazione contrastata accentuano la drammaticità dell'episodio.
David Stone afferma che probabilmente questo dipinto, «forse il massimo capolavoro che emerge dal primo periodo del Guercino [...] , fu realizzato per un mecenate che ammirava Rubens.» Più avanti fa notare come la composizione del dipinto richiami per energia e complessità certi esiti rubensiani, al punto da metterlo a paragone con il Ratto delle figlie di Leucippo. Tuttavia è abbastanza inverosimile che Guercino conoscesse direttamente quest'opera, la cui storia collezionistica rimane incerta. È più probabile che il cardinale Serra, committente del dipinto, avesse avuto occasione di ammirare altre tele di Rubens a Roma, dove il pittore fiammingo lavorò nei primi anni del Seicento, o a Genova, città natale del prelato, che possedeva allora un cospicuo nucleo di opere rubensiane.
Note
Bibliografia
Metropolitan Museum of Art, Samson Captured by the Philistines, accession no. 1984.374. Sursock Palace, in The Monthly, marzo 2015.
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