La porta Sant'Antolino è una delle cinque porte d'accesso alla città di Melfi. Situata lungo il settore orientale della cinta muraria, attualmente risulta murata da più di un secolo e ricoperta dalla vegetazione, in quanto ormai posta ai limiti della viabilità cittadina.
Storia
Dai Normanni agli Angioini L'edificazione della porta si inserisce all'interno del più ampio progetto di espansione urbanistica avviato dai Normanni a seguito della costruzione di una nuova cattedrale dedicata alla Vergine al di fuori della cinta muraria, avvenuta fra il 1067 e il 1076. Si decise infatti di ampliare il perimetro difensivo, il che portò la nascita di due nuovi ingressi (le porte Venosina e Sant'Antolino) presumibilmente intorno al 1080.
Malgrado fosse il più piccolo dei quattro ingressi, e dunque non adatto ai carriaggi ma unicamente ai pedoni, la porta Sant'Antolino divenne fin da subito punto di riferimento per la popolazione melfitana, che il 24 settembre di ogni anno cominciò ad organizzare mercati e fiere in onore di Sant'Antonio (la cui chiesa era posta poco lontana) sulla porzione di pianoro collinare non ancora inglobata dalla cinta muraria e sulla quale la porta si affacciava.
Durante il dominio angioino, presumibilmente tra il 1350 (anno in cui il conte fiorentino Niccolò Acciaiuoli acquistò i diritti feudali su Melfi) e il 1400 (intorno al quale gli Aragonesi strapparono il regno di Napoli ai francesi), la città conobbe una nuova espansione urbanistica verso oriente, andando così ad occupare un'altra fetta di collina.
Una volta edificate le prime abitazioni sulla nuova area urbanizzata, si decise di inglobarle all'interno della cinta muraria, che fu conseguentemente allargata. La porta Sant'Antolino, così come l'intero tratto normanno, venne quindi abbattuta e ricostruita specularmente un centinaio di metri più avanti.
Dagli Aragonesi ad oggi Agli inizi del XV secolo, una forte crisi economica investì il regno di Napoli, costringendo gli Angioini a cedere il potere agli Aragonesi. Dal canto suo, Melfi si vide infeudata alla famiglia napoletana dei Caracciolo, con Sergianni, potente ministro e favorito della regina Giovanna d'Angiò, che divenne il primo Principe della città.
Sotto i Caracciolo, Melfi conobbe l'ultima grande espansione urbanistica del Medioevo, che riguardò la porzione di colle non ancora urbanizzata ad oriente dell'abitato. Conseguentemente, la cinta muraria venne nuovamente allargata, con il tratto angioino che venne parzialmente demolito e con la porta Sant'Antolino che venne nuovamente abbattuta e riscostruita, questa volta sul ciglio del rilievo.
Intorno al 1460 Giovanni II Caracciolo, che in precedenza era stato il fautore di queste opere, si preoccupò anche di rafforzare l'intero perimetro difensivo, attraverso l'edificazione di bastioni rastremati verso l'esterno e riempiti di terra, in modo da garantire una maggiore resistenza ai colpi delle bombarde e dei cannoni. Ma, analogamente alla porta Calcinaia, il tratto comprendente la porta Sant'Antolino non venne contemplato, probabilmente a causa della sua posizione marginale e della ripidità del suolo. Nelle parti più esposte vennero tuttavia edificati dei rivellini, ovvero delle torri fortificate; in questo caso ne venne innalzato uno a difesa della vecchia cinta angioina, abbattuta solamente in parte.
A partire dal XVI secolo e con l'arrivo dei nuovi feudatari della città, i Doria, la porta (come del resto gli altri ingressi e la cinta muraria) perse progressivamente di importanza, venendo lasciata a se stessa senza che alcun intervento di rafforzamento strutturale fosse eseguito, malgrado fosse ancora utilizzata per il passaggio di pedoni e piccoli carretti trainati. Tale politica fu ciò che spinse maggiormente affinché, agli inizi del XX secolo, l'ingresso venisse murato per motivi di sicurezza, in quanto ormai posto ai limiti della viabilità cittadina e dunque non più utilizzato.
Nel gennaio 2021, ormai inglobato dalla vegetazione e pericolante, un tratto murario di circa 4 metri poco distante dalla porta franò, risparmiando miracolosamente la porta. Onde evitare ulteriori danni, l'intero tratto fu puntellato con delle palafitte in legno. A causa di ciò, e dopo numerose lamentele da parte della cittadinanza, il comune di Melfi ha inserito, fra i progetti da eseguire sfruttando i fondi del PNRR, il consolidamento del versante collinare e della cinta muraria interessati, nonché della stessa porta Sant'Antolino.
Architettura La porta edificata in epoca aragonese (in quanto quelle di epoca normanna ed angioina mancano di sufficienti fonti per essere descritte) e che vediamo ancora oggi, se pur ricoperta dalla vegetazione e murata, presenta una struttura a postierla inserita all'interno di una muratura non rinforzata da torrioni, differenziandosi dunque dalle altre quattro porte cittadine, ed è costituita da un arco a tutto sesto direttamente appoggiato su dei piedritti. Malgrado non fosse un ingresso particolarmente strategico o frequentato, in epoca medievale era probabilmente protetto da un portone di legno rinforzato.
Come per le altre porte, anche quella di Sant'Antolino è costruita con materiali che rispecchiano la geologia vulcanica del territorio del Vulture. La struttura è infatti interamente costruita con blocchi di pietra lavica scura, tenuti insieme da una malta composta da calce aerea integrata con materiali artigianali prodotti dalle fornaci poste appena fuori la porta Calcinaia, ad Ovest della città.
Origine del nome La porta è detta Sant'Antolino in quanto in epoca normanna sorgeva poco lontana dalla chiesa dedicata proprio a questo Santo. Non a caso, attualmente sono visibili lungo le pareti del convento di Sant'Antonio (che sorge esattamente sul sito che ospitò tale chiesa) alcuni resti della cinta muraria che fino all'arrivo degli Angioini delimitò il confine orientale della città di Melfi.
Note
Bibliografia
Altri progetti
Categoria:Porte cittadine di Melfi