Sono attive alcune controversie sul nome del religioso, che nonostante venga spesso ricordato come Anselmo "da Genova", non ha riscontri simili nei documenti. Infatti, Anselmo detto "di Genova", non compare nelle fonti con questo toponimo d'origine, mentre si ritrova invece Anselmo d'Alessandria, ricordato precisamente in alcune lettere e documenti di origine inquisitoriale.
L'Attività Inquisitoriale in Liguria Dopo la metà del Duecento, il papato era in costante allerta a causa della grave situazione ereticale presente nell'Italia del Settentrione: in particolare Innocenzo IV e Alessandro IV, preoccupati per la diffusione di comportamenti violenti fra gli eretici (in particolare a causa del violento omicidio di Pietro da Verona che, secondo la leggenda, fu ucciso da sicari al soldo degli eretici nel 1252), insistettero perché l'impero emanasse al più presto leggi repressive. Quest'ultime verranno finalmente promulgate da Federico II di Svevia nel 1221, il quale al momento dell'incoronazione impose che esse fossero inserite al più presto negli Statuti Comunali della penisola. Rifiutarsi di collaborare poteva significare per i comuni l'accusa di complicità e protezione degli eretici, portando perciò a pene secolari e spirituali (come scomuniche o interdetti).
Sarà così che, il 29 maggio 1254, Papa Innocenzo IV incaricherà il provinciale dei domenicani di Lombardia di istituire al più presto un ufficio inquisitoriale presso la città di Genova e in Liguria. Due anni dopo, nel marzo 1256, il successore Alessandro IV, impose che nuovi frati venissero inviati in rinforzo e provvisti di funzioni inquisitoriali. È in quest'occasione che compare Anselmo d'Alessandria, che ritroviamo a capo degli inquisitori genovesi: quest'ultimi, però, trovarono resistenze nello svolgimento del loro ufficio. Il Papa aveva ordinato a Guglielmo Fieschi, Arcivescovo di Genova, di costringere le autorità comunali ad aderire alle nuove leggi promulgate dall'imperatore pena la scomunica e l'interdetto, ma quest'ultime si rifiutarono. Il papa aveva conferito un tempo limite di quindici giorni, ma data la negligenza dell'Arcivescovo e la disubbidienza dei cittadini, decise di far intervenire Anselmo: quest'ultimo, sotto la carica d'inquisitore, tentò energicamente di risolvere la questione istituendo un processo di sospetta eresia contro il podestà di Genova, Filippo della Torre. Filippo, però, si rifiutò di presentarsi all'appello, costringendo l'inquisitore a lanciare su di lui e sui membri del governo la scomunica; nel mentre, la città di Genova ricevette l'interdetto.
In risposta, il Della Torre fece appello alla Santa Sede, inviando alcuni suoi legati al Pontefice per ottenere la sospensione delle ingiunzioni: Alessandro IV sospese così le censure, ma fissò comunque un termine per l'esecuzione delle pene inflitte da Anselmo. Prima della nuova scadenza, il podestà acconsentì all'inserzione delle leggi imperiali e pontificie negli Statuti Cittadini genovesi, ponendo diverse pene contro i trasgressori.
Anselmo in Lombardia e la questione di Stefano Confalonieri Durante la sua permanenza in terra lombarda, Anselmo è citato anche per la sua attività inquisitoriale nei dintorni di Milano. Più precisamente, in un documento del 21 Dicembre 1269, si ricorda il suo coinvolgimento nelle vicende di Stefano Confalonieri da Agliate, aristocratico cataro e mandante dell'uccisione di Pietro da Verona.
La sentenza definitiva contro Stefano Confalonieri, eseguita dal frate-inquisitore Tommaso da Como nel 1295, venne riportata dal notaio Beltramo Salvagno dellofficium inquisitionis di Milano: questo è l’unico documento giudiziario di condanna riguardante uno dei mandanti dell'assassinio del santo. Il Quaternus Imbreviaturarum di Beltramo Salvagno, però, non ci ha consegnato solo la sentenza contro Stefano, ma anche diverse informazioni sul lavoro di ogni frate che si è occupato del caso sino al 1295: in essa si susseguono diversi nomi fra cui anche quello dello stesso Anselmo, delineando una sorta di "canovaccio" di una cronaca inquisitoriale che attende di essere ricostruita.
La vicenda giudiziaria, risalente ad anni prima, era passata tramite diversi processi, abiure e fughe; ragionevolmente, Stefano stava cercando di uscire dalle maglie della coercizione inquisitoriale. Anselmo entra all'interno delle vicende solo nel 1269: dopo che Papa Alessandro IV ebbe ordinato l'incarcerazione di Stefano, l'inquisitore raccolse la sua abiura ufficiale e la cauzione di 600 lire di terzoli utile a scarcerarlo. Un mese dopo, nel 1270, Anselmo lo condannerà (come testimonia il publicum instrumentum del notaio Manfredo da Cera); da qui in avanti, l'inchiesta passerà sotto frate Guglielmo da Acqui.
Altre testimonianze dell'attività di Anselmo Anselmo d'Alessandria, nel corso della sua vita, sarà ricordato in altri atti inquisitoriali:
All'interno delle vicende che riguardano l'eresiarca Ottone Villano (Otto Vilanus), membro dei Dodici Anziani del Popolo di Milano, il quale era stato sepolto presso le terre di un possidente locale, non lontano da Pavia. Anche se non sappiamo con precisione l'anno, Anselmo aveva interrogato due volte una certa domina Castellana, appartenente all'eresia dualista, che successivamente sarà coinvolta nel caso ereticale del Villano insieme ad altri notabili di Milano e dintorni. L'inquisitore verrà citato nuovamente all'interno delle vicende che riguardarono l'omicidio di Pietro da Verona. Dopo che nel 1253 Papa Innocenzo IV emise la bolla "Significantibus dilectis filiis", promulgata per sollecitare i frati inquisitori in Lombardia, Marca Trevisana e Romagna all'azione, Anselmo si ritroverà nel 1277 a proseguire gli atti giudiziari contro un certo Benzonino di Goffredo, conte di Cortenuova. L'azione contro i domini di Cortenuova, sospettati di essere coinvolti all'interno dell'assassinio, durerà almeno venticinque anni senza escludere le consuete strategie repressive dell'inquisizione. Infine, Anselmo sarà ricordato in altri atti inquisitoriali almeno fino al 1278-79, date che ci rivelano qualcosa sul momento della sua morte: infatti, da questo periodo in avanti, non compaiono più documenti contenenti il suo nome, probabile segno della sua scomparsa.
Le Opere Ad Anselmo vengono attribuire diverse opere antiereticali: fra di esse uno scritto latino relativo all'Inquisizione che alcuni intitolano "Constitutiones et ordinationes adversus haereticos", mentre altri credono sia scritto addirittura in lingua volgare: Le "Constitutioni spettanti la Santa Inquisitione". Nessuno degli specialisti, però, è certo se questo scritto sia mai stato copiato in alto numero o edito una volta inventata la stampa. Proprio quest'opera fa sorgere la questione sul nome dell'autore, la quale non può essere davvero risolta allo stato attuale della documentazione: non è sicuro se l'autore, identificato in Anselmo d'Alessandria, vada piuttosto sostituito con Anselmo "da Genova", il quale a questo punto diverrebbe una figura a parte. Su Anselmo d'Alessandria, che sappiamo essere stato inquisitore tra il 1267 e il 1279 in Lombardia e nella marca di Genova, abbiamo sicuramente informazioni più certe: infatti, il fantomatico Anselmo "da Genova" non compare mai nelle fonti con il toponimo d'origine, mentre Anselmo d'Alessandria è ricordato in modo preciso da una lettera di Giovanni di Torino, padre provinciale dei domenicani, in data 26 Gennaio 1267.
L'importanza dell'opera di Anselmo, però, risulta specialmente dal suo "Tractatus de Hereticis", in cui traccia un profilo ricco di notizie originali sul catarismo italiano e sui suoi vescovi. in esso, Anselmo riferisce la storia di Marco di Concorezzo, primo diffusore della eresia catara in Italia: Marco venne creato diacono a Napoli da un vescovo eretico, dandosi poi ad un'intensa predicazione «in Lombardia, et postea in Marchia, et postea in Tuscia» suscitando un'entusiastica adesione alla nuova setta.
Note