Viene considerata la prima donna fotografa professionale in Turchia.

Biografia Il nonno, Agop Şahinyan Pasha, fu un rappresentante della provincia di Sivas nel primo Parlamento ottomano, la Camera dei Deputati, istituita nel 1877. Essendo nipote di un parlamentare la sua vita era privilegiata, in quanto la famiglia possedeva vari appartamenti, cinque mulini ed altre proprietà in circa 30 villaggi, ma anche se ancora bambina, tutto cambiò in seguito al genocidio armeno del 1915 perpetrato dal sultano ottomano Abdul-Hamid II. Peraltro i turchi furono i primi ad introdurre le marce della morte con cui costrinsero 1.200.000 armeni, un atto realizzato con la collaborazione e poi copiato dai loro alleati tedeschi, in cui molte centinaia di persone morirono di fame, stenti, malattie.

La famiglia fu costretta a fuggire e si trasferì a Istanbul in un modesto appartamento. Nel 1933, il padre, Mihran, divenne socio dello studio "Foto Galatasaray" a Beyoğlu, gestito allora da due fratelli jugoslavi. Mihran, fin dall'infanzia, aveva avuto una educazione alla fotografia, una caratteristica dei bambini della buona borghesia nell'età imperiale, prima del genocidio. Con lo studio mantenne la famiglia e le scuole dei figli, ma nel 1936 con la morte improvvisa della moglie, Dikranuhi, e le limitate finanze familiari, mentre i suoi fratelli continuarono gli studi, Maryam abbandonò il Lycée Sainte-Pulchérie per aiutare il padre all'atelier fotografico. Nonostante le difficoltà e la complessità del lavoro nel giro di un anno o due fu in grado di gestire lo studio in maniera indipendente, sviluppando una grande passione per la fotografia. A partire dal 1937 si fece carico delle spese della famiglia.

Ciò che pare strabiliante in questa fotografa fu il fatto che continuò ad usare la macchina fotografica a soffietto in legno, ereditata da suo padre, che a sua volta aveva ereditato da una famiglia emigrata dai Balcani dopo la Prima Guerra Mondiale. Usò quella macchina e pellicola bianconero per tutta la sua vita professionale, cioè fino al 1985, quando si ritirò. Sperimentazione, nuove tendenze, nuova tecnologia, si può affermare che quella di Şahinyan fu certamente una forma di coerenza assoluta sul piano fotografico e professionale in cui non mise mai in discussione in suoi concetti tecnici e estetici.

Ebbe una buona conoscenza delle lingue: oltre al turco e all'armeno parlava discretamente l'italiano ed il francese, ed aveva rapporti con suore e sacerdoti, giunti ad Istanbul in missione. È stata presente per vari giornali e periodici in merito ad eventi importanti come il Pogrom d'Istanbul nel 1942 e l'Invasione turca di Cipro nel 1974. Nei cinquant'anni di attività, in tanti sono passati davanti alla sua macchina fotogafica di legno: suore armene, bambini ebrei che prendevano parte alla festa per il compimento della maggiore età, ragazze greche, russi fuggiti dalla rivoluzione bolscevica e rifugiatisi in questa città. Eppoi cantanti lirici, musicisti e perfino contadini emigrati a Istanbul in cerca di fortuna. E molto altro.

Era una donna introversa, solitaria, non si sposò mai e non ebbe figli. Dopo che Şahinyan si ritirò nel 1985, l'archivio passò di mano in mano e fu trasferito in un magazzino di proprietà di Yetvart Tomasyan, proprietario di Aras Publishing, col rischio che venisse distrutto. Venticinque anni dopo, i 200.000 negativi presenti nell'archivio furono, nel corso di due anni, ordinati, puliti, digitalizzati, restaurati, categorizzati e protetti da una squadra tecnica sotto la direzione di Tayfun Serttaş che ha poi ha raccolto una selezione delle foto in una mostra e in un volume dal titolo Foto Galatasaray, in riferimento al famoso quartiere dove la fotografa ha operato tutta la sua vita.

Note

Bibliografia Tayfun Serttaş, Foto Galatasaray, Aras Yayınclık, 2011 - ISBN 978-6055753252 Ronald Grigor Suny, "They Can Live in the Desert but Nowhere Else": A History of the Armenian Genocide, Princeton University Press, 2015 - ISBN 978-1400865581

Voci correlate Storia delle donne fotografe

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