Biografia Giovinezza Nato in una famiglia con una consolidata tradizione artistica, Donatello Stefanucci fu avviato sin da giovanissimo al disegno e alla pittura dal padre Federico, artista e uomo di cultura, che ne incoraggiò le inclinazioni.

Durante l’adolescenza intraprese un periodo di apprendistato presso Francesco Ferranti, partecipando a vari cantieri di committenza ecclesiastica e patrizia nel territorio marchigiano.

Proseguì la formazione all’Accademia di belle arti di Roma, dove conseguì l’abilitazione all’insegnamento del disegno.

All’indomani della prima guerra mondiale, rientrato a Cingoli, riprese l’attività artistica, dedicandosi in particolare alla tecnica dell’affresco, già praticata prima del conflitto.

Intorno al 1920 si trasferì nel Lazio, dove soggiornò per circa due anni, in prevalenza nei pressi di Grottaferrata. In questo periodo ebbe modo di approfondire lo studio del colore sotto la guida del pittore e paesaggista Andrea Tavernier, con il quale affinò il proprio linguaggio pittorico. Da Tavernier assimilò l’interesse per la pittura en plein air, che divenne un elemento distintivo della sua ricerca artistica e rimase una costante nella sua produzione successiva.

Dopo l’esperienza nel Lazio fece ritorno a Cingoli, mostrando una tavolozza rinnovata e un linguaggio pittorico più maturo.

Maturità A partire da questo periodo, tra i più intensi della sua carriera, iniziò a partecipare con continuità a esposizioni e concorsi nazionali e internazionali, tenutisi in diverse città italiane, tra cui Roma, Milano, Firenze, Fiume, Rovigo e Bologna. Espose, tra le altre sedi, all'Esposizione Nazionale della Reale Accademia di Brera, all'Esposizione Internazionale d’Arte di Fiume, alla Mostra Nazionale degli Artisti a Palazzo Pitti di Firenze, a varie edizioni della Biennale Internazionale d’Arte di Roma e dell’Esposizione Nazionale “Amatori e Cultori”, oltre che alla I Mostra Nazionale del Paesaggio Italiano e alla II Mostra Nazionale del Paesaggio Italiano di Bologna.Alla II Biennale Internazionale d’Arte del 1924 presentò l’opera Montagne Picene, che attirò l’attenzione della critica e fu menzionata da Onorato Carlandi come una delle opere più rilevanti dell’esposizione.

Parallelamente alla pittura da cavalletto, Stefanucci continuò a dedicarsi alla pittura murale, ambito che aveva già praticato fin dagli esordi. Come ricordava Remigio Strinati nel 1927, «permanendo l’amore del muro egli compie notevoli cicli di decorazione civile in Cingoli e fuori».

Tra le opere di maggiore impegno si colloca il ciclo pittorico del catino absidale del Duomo di Cingoli, realizzato nell’ambito del più ampio intervento di decorazione e abbellimento dell’edificio sacro, che Stefanucci diresse tra il 1937 e il 1939. L’affresco, dedicato all’Assunzione della Vergine, fu completato nel 1939. Nella Pinacoteca comunale di Cingoli è conservato il modello in scala su supporto ligneo che l’artista sottopose alla committenza come progetto preparatorio.

Allo stesso periodo risale anche il Cristo Pantocratore realizzato nel mausoleo della famiglia Pasqualini-Mattioli nel cimitero di Cingoli, commissionato dal concittadino Alessandro Mattioli Pasqualini.

Negli anni 1920 e 1930, Cingoli fu interessata da una politica di valorizzazione turistica e culturale. Stefanucci prese parte a tale iniziativa contribuendo con la propria opera grafica e pittorica. Tra i lavori realizzati in questo contesto figura il manifesto per la stagione estiva del 1934, dal titolo Cingoli Balcone delle Marche, divenuto una delle immagini più rappresentative della sua produzione.

Trasferimento a Fano Nel 1940, Donatello Stefanucci lasciò definitivamente Cingoli e si trasferì a Fano, dove sarebbe rimasto legato per il resto della vita.

A Fano affiancò all’attività pittorica quella didattica, insegnando presso il locale Istituto d’Arte, oggi Liceo Artistico “Nolfi Apolloni”.

Nel secondo dopoguerra, rafforzando i rapporti instaurati con un gruppo di pittori locali promosse la costituzione, nella tarda estate del 1945, dell’Accolta dei 15, un sodalizio di artisti impegnati nella diffusione della pittura e nella promozione della cultura figurativa. L’associazione, concepita come un luogo di confronto aperto e di libertà creativa, rappresentò una delle esperienze più significative della vita artistica fanese del secondo Novecento.

Stefanucci continuò a dipingere ininterrottamente fino alla morte, sopraggiunta nella notte tra il 19 e il 20 ottobre 1987, a seguito di complicazioni dovute a una caduta. Fu sepolto nel cimitero urbano di Fano.

In occasione delle esequie, il critico d’arte Marcello Francolini ricordò il ruolo di Stefanucci nella vita artistica cittadina, sottolineando la dedizione all’arte, alla pittura e all’insegnamento che ne avevano contraddistinto la carriera.L’ultima mostra di Donatello Stefanucci prima della morte, in Pesaro e Urbino, periodico semestrale dell’Amministrazione provinciale, anno IV, n. 4, 30 novembre 1987

Pochi giorni prima della scomparsa, a seguito della visita di alcuni concittadini di Cingoli, tra cui il sindaco Gilberto Giorgi e il direttore dei civici istituti culturali Paolo Appignanesi, l’artista dispose una donazione di opere al Comune di Cingoli, destinata a favorire la costituzione di una pinacoteca civica. Tale gesto, interpretato come un segno di riconciliazione con la città natale, dava continuità a un progetto di valorizzazione culturale già sostenuto in passato dallo stesso Stefanucci e, prima di lui, dal padre.

Nell’autunno del 1988, in occasione del primo anniversario della morte dell’artista, il Comune di Cingoli intitolò a Donatello Stefanucci la neoistituita Pinacoteca civica, riconoscendone il contributo alla storia artistica della città e il valore della donazione postuma delle sue opere.

Stile e tematiche La sua pittura, legata alla tradizione ottocentesca italiana, è caratterizzata da: purezza dell’impasto; equilibrio dei rapporti chiaroscurali; forte irradiazione luminosa; predilezione per il paesaggio marchigiano; costante pratica della pittura all’aria aperta.

Critici come Remigio Strinati, Valerio Volpini e Marcello Francolini e più recentemente Luca Pernici ne hanno evidenziato la coerenza stilistica e la capacità di trasmettere suggestioni attraverso luce e colore.

Opere (elenco parziale)

Molte sue opere, alcune note altre no, si conservano in collezioni private, in gran parte a Cingoli, a Roma e a Fano. Ciò «non avendo egli mai disdegnato - come scrisse l'amico cingolano Pacifico Topa - di accontentare amici ed estimatori». Dipinti e affreschi

Ricordo di Grottaferrata, 1922, olio su tela, 47x70 cm, collezione privata, Cingoli; Montagne Picene, 1924, 197×96 cm, collezione privata, Roma; Assunzione al cielo di Maria, 1939, Duomo di Cingoli; Cristo Pantocrator, 1939, tecnica mista su muro, Cimitero di Cingoli, Mausoleo Pasqualini-Mattioli, Cingoli; Panorama di Pergola, 1941, collezione privata, Cingoli.

Opere che si conservano nella Pinacoteca comunale "Donatello Stefanucci" di Cingoli Chiostro del convento di S.Giacomo; tecnica mista su tavola; 49x64 cm; anni '20-'30; Cingoli Balcone delle Marche; litografia 100x135 cm + composizione in legno; 1934; Alto paese piceno sotto la neve; olio su tela; 100x100 cm; anni '30; Cortile; tecnica mista su tela 58x63 cm; anni '30; Portico del convento di S.Giacomo; olio su tela; 97x97 cm; 1934; Il botro; tecnica mista su tavola; 52x64 cm; 1935; Apparizione nella chiesa di Rambona; olio su tavola; 95x66 cm; anni '30; Bozzetto del catino dell'abside della cattedrale; tempera su legno; 1938; Santa Sperandia – Studio per la decorazione del catino dell'abside della cattedrale; sanguigna su carta; 58x40 cm; 1938; Confratello con lampione – Studio per la decorazione del catino dell'abside della cattedrale; sanguigna su carta; 58 x40 cm; 1938; Processione; olio su tela; 100x150 cm; ?; Interno di chiesa; tecnica mista su tela; 60x60 cm; anni '40; Interno di palazzo; olio su tela; 65x70 cm; anni '40; Lungo un fiume; olio su tavola; 72x72 cm; s.d.; Ulivi; olio su carta; 51x51 cm; s.d.; Nevicata nel giardino; tecnica mista su carta; 70x70 cm; s.d.; Nevicata; acquerello; 100x100 cm; s.d.; Nevicata; olio su tela; 100x100 cm; s.d.; Nevicata nel giardino; olio su tela; 75x57 cm; s.d.; Frati; olio su tela; 150x100 cm; anni '70; Vestizione di una strega; olio su tela; 100x100 cm; anni '60; Suore con torre in lontananza; olio su tela; 70x70 cm; anni '60-'70;

Giudizi critici Remigio Strinati in: "Giovane Arte Picena Contemporanea", Roma - Edizioni E. Pinci, , pp. 80-82: «Ci sono, nella pittura dello Stefanucci, rivolta quasi esclusivamente al paese, benché egli sappia far non men bene la figura ne' rari casi in cui s'induce a trattarla, delle qualità che debbono dirsi istintive perché non solo costanti in ogni suo quadro, anche dall'anteguerra, ma perché in continuo incremento attraverso l'esercizio e l'esperienza: alludiamo alla cristallina purezza dell'impasto, alla levità aerata delle ombre, all'equilibrio dei rapporti, alla consistenza del chiaroscuro, al taglio decorativo, e specialmente all'irradiazione prepotente della luce: frutto, oltre che di un temperamento come nato ad hoc, del dipingere, senza eccezione, all'aria aperta, a valle e a monte, in ogni stagione, in ogni ora del giorno.»

Valerio Volpini in: "Donatello Stefanucci, Fano 19 luglio-14 agosto 1987", brochure della mostra: «Stefanucci appartiene a quella categoria di creatori che non lasciano indifferenti perché nella coerenza della costruzione, nella giustezza della luce coloristica, nell'immediatezza dei segni trasmette vigorose suggestioni. Quella di Stefanucci forse non è una “bella pittura” nel senso dell'amabilità che spesso fa colpo ma è una “forte pittura” che si lega alla non ancora completamente valorizzata tradizione ottocentesca italiana. Quello che egli ci ha dato è una continuità del linguaggio espresso senza finzioni e senza tentennamenti. Ha mantenuto nei suoi lunghi anni di lavoro una giovinezza perenne: la giovinezza che è propria della poesia.»

Marcello Francolini in: "L'ultima mostra di Donatello Stefanucci prima della morte": «La sua è una pittura ancora legata a certi valori dell'ottocento italiano, dove si ritrova il gusto del paesaggio, del colore, del rigore nella costruzione, dell'immediatezza dell'immagine. Nulla è lasciato al caso, nulla v'è di soprappiù: sia nei paesaggi. sia nella figure umane, sia negli squarci di strade e vicoli. Forse i colori usati, con il passare degli anni, hanno cambiato contenuto e significato; ci sono differenze, infatti, tra le opere dipinte prima del secondo conflitto mondiale e quelle degli ultimi tempi: essi si sono fatti più caldi, più morbidi, più pastosi, più lucenti e brillanti come nelle nevicate, nei fiori di casa, nei tagli obliqui di palazzi e giardini. Il suo mondo, in fondo è il “nostro mondo”, perché Stefanucci, da sempre, ritrae la vita di tutti i giorni, le immagini quotidiane e familiari, i paesaggi comuni: il mare, la collina, lo squero e l'Arzilla, le stradine del centro antico, le vecchie chiese.»