Biografia Penultimo dei tredici figli del patrizio friulano Ascanio Savorgnan di Brazzà, noto anche come scultore, e di Giacinta Simonetti, era fratello minore di Pietro Savorgnan di Brazzà e crebbe in un ambiente molto stimolante dal punto di vista culturale.
Esperienze come alpinista Compì gli studi al liceo di Bressanone e poi laureandosi in Scienze Naturali a Roma nel 1882. Durante gli studi compì diverse escursioni alpinistiche, sul Montasio, sul Monte Canin, su altre cime delle Alpi Giulie e nella valle di Raccolana, scoprendo nuove piste e ghiacciai mai visti prima. Intanto, si impratichì nell'uso di strumenti come il teodolite, il pluviometro, l'ipsometro, gli aneroidi, il sestante e soprattutto la fotocamera, della quale fu pioniere in ambito naturalistico nonostante l'ingombro degli apparecchi del tempo.
Viaggio in Africa Dopo la laurea, le conoscenze della famiglia gli permisero di ottenere un incarico da parte del Museo di storia naturale di Parigi, che gli permise di aggregarsi alla spedizione del fratello Pietro in Africa centrale. Il suo lavoro consisteva nel raccogliere, catalogare e inviare in Europa tutti i campioni naturalistici e antropologici che avesse ritenuto interessanti. Da parte sua, Giacomo chiese ed ottenne di poter inviare i doppioni dei campioni stessi in Italia, al suo ex professore Luigi Pigorini, per essere conservati presso il museo fondato da questo nel 1876 e oggi chiamato Museo Pigorini.
Avendo la possibilità di servirsi di un assistente, ingaggiò a tale scopo l'amico Attilio Pecile, ex studente ed ex militare abilissimo a preparare i campioni in modo che non si deteriorassero nel tempo. I due, partiti da Lisbona, arrivarono a Libreville il 29 gennaio 1883. Inoltrandosi nell'interno, raggiunsero l'Ogooué e lo risalirono fino a Lambaréné. Qui, Giacomo lasciò Pecile a occuparsi della spedizione dei campioni e si spinse fino all'attuale Franceville dove Pecile lo raggiunse in luglio. Da qui scesero a Sud e si ricongiunsero a Pietro Savorgnan di Brazzà, che li coinvolse in una missione diplomatica presso il Makoko di M'Bé, il più importante sovrano bantù della zona, con il quale sottoscrisse un trattato commerciale a nome della Francia, che limitava, tra l'altro, la tratta degli schiavi e lo sfruttamento indiscriminato delle popolazioni locali (Pietro e Giacomo erano entrambi convinti antischiavisti).
Infine, Giacomo e Pecile mapparono l'area del bacino settentrionale dell'Ogooué, che fino ad allora non era mai stata esplorata da nessuno, e cercarono di identificare l'esatto spartiacque tra il Congo e il Benué, maggiore affluente del Niger. Quest'ultimo incarico non fu portato a termine ma il lavoro svolto permise di scoprire il Likouala e di dimostrare che è un corso d'acqua diverso dall'Ubangi. Per fare questo, i due esploratori dovettero attraversare terre abitate da tribù molto bellicose, come gli Obamba, gli Okota e i cannibali Giambo, con le quali peraltro i rapporti furono sempre amichevoli.
Se gli indigeni non furono mai un problema, lo stesso non si può dire delle zanzare e della malaria. Alla fine del 1885, i due esploratori dovettero interrompere il loro viaggio perché le loro condizioni di salute non permettevano di andare oltre. Tramite l'Allima raggiunsero il Congo dove furono raccolti da una spedizione di soccorso inviata dalla Marina militare francese.
Nell'aprile 1886, tornati in Francia, furono entrambi insigniti della Legion d'onore.
Morte Tornato a Roma, Giacomo scrisse una relazione (Tre anni e mezzo nella regione dell'Ogooué e del Congo), che fu pubblicata sul bollettino della Società geografica italiana nel 1887, e si dedicò alla catalogazione dei campioni che aveva spedito in Italia e alla ricerca di appoggi per organizzare una nuova spedizione in Africa. Tuttavia, gli attacchi di malaria si facevano sempre più frequenti e uno di essi, particolarmente violento, lo portò improvvisamente a morte, il 29 febbraio 1888.
Diversi anni dopo la sua scomparsa, Luigi Pigorini vendette i campioni già catalogati al Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena, dove sono tuttora esposti. Quelli ancora da catalogare, secondo Silvio Zavatti che ne scrisse durante gli anni '60 del '900, sarebbero ancora nei sotterranei del Museo Pigorini.
Tributi Un rifugio alpino che Giacomo si era costruito da solo durante un'escursione, sul Jof di Montasio è stato ristrutturato nel 1969 e intitolato alla sua memoria, ed è attualmente in uso.
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