La banda delle nigeriane era un’organizzazione criminale guidata dal maresciallo dei Carabinieri Mario Borghi, attiva dalla metà degli anni novanta ai primi anni duemila, operante principalmente a Sassari e in alcune aree periferiche come la zona industriale di Predda Niedda e la pineta di Platamona. Il nome, coniato dalla stampa dell’epoca, derivava dalle modalità operative del gruppo poiché le rapine avevano come obiettivo soprattutto prostitute di origine nigeriana, ma anche altre straniere, in particolare albanesi, spesso prive di permesso di soggiorno e quindi ritenute più vulnerabili. Le vittime venivano scelte perché considerate particolarmente esposte, sia per la condizione di irregolarità delle donne, sia per il contesto sociale in cui avvenivano i crimini. Ai clienti, inoltre, veniva imposto di consegnare denaro e oggetti di valore sotto la minaccia di essere esposti pubblicamente e screditati in ambito familiare e lavorativo.

Attività criminali e arresto Il 7 maggio 1996 fu arrestato Mario Borghi, un maresciallo dei Carabinieri originario di Sanremo ma residente a Ozieri, all’epoca in servizio presso l’ufficio denunce della compagnia di Sassari. Secondo gli inquirenti, Mario Borghi era il promotore delle attività illecite del gruppoLa Stampa, Maresciallo dei carabinieri in carcere: rapinava prostitute. L’arresto fu seguito da ulteriori sviluppi investigativi, fondati sulle dichiarazioni dei complici e su altri riscontri, che portarono a delineare un articolato sistema di rapine ai danni di prostitute e clienti. L’automobile utilizzata per gli spostamenti, risultata intestata a Mario Borghi, fu indicata nelle testimonianze come il mezzo con cui il maresciallo si presentava come pubblico ufficiale, costringendo le vittime a consegnare denaro e oggetti di valoreLa Stampa, Il maresciallo Borghi tradito dalla targa.

Processo al maresciallo Mario Borghi Mario Borghi fu processato insieme a due complici, che nelle loro dichiarazioni confermarono le accuse a suo carico. La Corte di Cassazione confermò la responsabilità di Borghi per diverse rapine a mano armata commesse contro prostitute e clienti, condannandolo anche per truffa continuata, frode, negoziazione di assegni di provenienza illecita, spaccio di droga e uso di documenti falsi. Nel corso del procedimento emerse inoltre un tentativo di Mario Borghi di indurre una delle vittime a ritrattare la propria testimonianza. Le telefonate intimidatorie, registrate e inserite nel fascicolo processuale, portarono a un'ulteriore condanna a un anno di reclusione senza condizionale per subornazione di testimone.

Ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo Dopo la condanna, Borghi presentò ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, contestando l’illegittimità delle registrazioni telefoniche, la presunta parzialità dei media e la violazione del principio della presunzione di innocenza. Con decisione del 20 giugno 2002 (ricorso n. 54767/00), la Corte dichiarò il ricorso irricevibile, ritenendo infondate le obiezioni e confermando che il procedimento giudiziario si era svolto nel rispetto delle garanzie previste dalla legge. La gravità dei reati contestati, unita al ruolo di pubblico ufficiale dell’imputato, suscitò grande attenzione mediatica, con numerosi articoli che approfondirono la vicenda, evidenziandone l’importanza nell’ambito della cronaca giudiziaria sarda.

Omicidio dell’avvocato Salvatore Dongu Durante il processo per subornazione di testimone, il giudice Massimo Zaniboni ricevette una lettera contenente minacce di morte, nella quale si faceva riferimento all’omicidio dell’avvocato Salvatore Dongu, avvenuto il 20 gennaio 1999La Stampa, Avvocato ucciso in un agguato a Sassari. Dongu era il difensore del testimone chiave nel processo contro Mario Borghi e in merito al suo ruolo, L’Unione Sarda scrisse che:

«Salvatore Dongu, avvocato civilista con qualche puntata nel penale. Come nel processo al maresciallo Borghi, a cui sembrava tenere tanto. Con lui il supertestimone si era costituito parte civile, chiedendo un risarcimento danni alla banda delle nigeriane».

L’omicidio dell’avvocato, avvenuto di notte nei pressi dello svincolo ferroviario sulla strada statale 131 in direzione Sassari, all'altezza di Campeda, rimane tutt’oggi irrisolto.

Note

Collegamenti esterni

Raccolta di articoli di stampa e documentazione sulla Banda delle nigeriane e sul caso Salvatore Dongu

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