La Repubblica di Genova o Comune Genovese, fu uno stato repubblicano di stampo mazziniano e di brevissima durata sorto durante i sanguinosi moti di Genova.

Antefatti Genova, nel XIX secolo, era una delle principali città portuali e industriali della penisola italiana. La sua storia, segnata da secoli di indipendenza e da una consolidata tradizione repubblicana, mal si conciliava con la condizione in cui si ritrovò dopo il Congresso di Vienna del 1815, quando le potenze europee decisero di assegnarla al Regno di Sardegna. Da allora la città fu sottoposta a una completa sottomissione politica ed economica alla monarchia sabauda, perdendo completamente la propria autonomia.

Nel 1848 l’ondata rivoluzionaria che attraversò l’Europa investì anche la Liguria. I moti di ispirazione liberale e nazionalista, che chiedevano costituzioni, riforme politiche e indipendenza dai poteri stranieri, si accesero in molte città italiane. Il re Carlo Alberto di Savoia, pressato dall’agitazione popolare, fu costretto a concedere lo Statuto Albertino e a dichiarare guerra all’Impero austriaco, nel tentativo di assumere la guida del movimento nazionale italiano. Le prime battaglie, Pastrengo, Santa Lucia, Goito, sembravano promettere un esito favorevole per il conflitto, che fu poi detto prima guerra d’indipendenza italiana, ma la controffensiva austriaca, guidata dal maresciallo Josef Radetzky, travolse le truppe piemontesi. Nella battaglia di Custoza, il 24 luglio 1848, l’esercito sardo subì una grave sconfitta, e il successivo armistizio di Salasco, firmato il 9 agosto, pose fine alle speranze di una rapida liberazione dell’Italia settentrionale.

A Genova, già nella primavera del 1848, si registrarono crescenti tensioni. La popolazione, insofferente verso la presenza sabauda, reagì con forza alla delusione per le sconfitte militari. Il 1º settembre scoppiò un’insurrezione: il popolo occupò il palazzo del Governatore, distrusse documenti ufficiali e sequestrò le armi custodite nei depositi pubblici. Le barricate si alzarono nei caruggi e nei quartieri popolari; portuali, operai e artigiani si unirono ai mazziniani e ai patrioti repubblicani, che vedevano nella sollevazione l’occasione per ripristinare la libertà cittadina.

Sebbene la rivolta fosse repressa con fermezza dalle autorità militari sabaude, la città rimase in uno stato di agitazione permanente. La guerra contro l’Austria e la crescente debolezza del regno di Carlo Alberto alimentarono un diffuso senso di tradimento. Molti genovesi temevano che la restaurazione delle potenze europee potesse cancellare ogni conquista liberale.

Quando, dopo la disastrosa battaglia di Novara del 1849, la sconfitta piemontese divenne definitiva, Genova si confermò il principale focolaio di resistenza anti-sabauda. Il timore di un intervento austriaco volto a reprimere ogni residuo spirito rivoluzionario in Italia alimentò un clima di tensione e di collera. In seno a ciò, maturò la grande insurrezione dell’aprile 1849.

Cause dell’insurrezione genovese del 1849 La scintilla immediata della rivolta fu, come noto, la pesante sconfitta subita dall’esercito sabaudo nella battaglia di Novara il 23 marzo 1849. Il re Carlo Alberto di Savoia abdicò quella stessa notte in favore del figlio Vittorio Emanuele II, il quale, il giorno successivo (24 marzo), firmò l’armistizio di Vignale con gli austriaci. Nei giorni seguenti, a Torino, si diffuse la voce che, nel tentativo di ingraziarsi l’Austria, il nuovo sovrano intendesse abolire lo Statuto Albertino e cedere Genova e Alessandria al controllo austriaco.

A Genova, città ancora animata dal ricordo delle glorie repubblicane e delle antiche resistenze popolari come quella del Balilla durante il moto del 1746, tali voci furono percepite come una minaccia diretta alla propria libertà e dignità civica. La popolazione, orgogliosa del passato indipendente e insofferente verso l’autorità sabauda, reagì con ancor più ostilità al governo piemontese.

Alla tensione politica si aggiungevano le persistenti difficoltà economiche: la nuova provincia sabauda soffriva di disoccupazione, ristagno dei traffici e un diffuso malcontento fra i portuali e gli scaricatori del porto, che lamentavano la scarsità di lavoro. Le spese di guerra e la pressione fiscale avevano aggravato la situazione delle classi popolari e dei piccoli commercianti, mentre gli artigiani e gli operai delle manifatture si vedevano esclusi da ogni prospettiva di miglioramento. L’ansia per l’esito della guerra e la crescente sfiducia verso la monarchia spinsero ampi settori del popolo e della piccola borghesia cittadina a unirsi agli elementi repubblicani e mazziniani, favorevoli a un moto autonomista.

Proclamazione della Repubblica e governo provvisorio Il 1º aprile 1849, alla notizia della firma dell’armistizio, Genova insorse spontaneamente “per salvare l’onore” e rivendicare l’autonomia municipale. In pochi giorni si costituì un comitato provvisorio a capo del movimento: il generale Giuseppe Avezzana, veterano delle guerre d’indipendenza e figura di riferimento tra i democratici genovesi, assunse la guida; accanto a lui operarono l’avvocato Davide Morchio e il deputato Costantino Reta, formando un triumvirato con funzioni di governo provvisorio cittadino.

Nonostante la riconquista militare da parte delle truppe sabaude fosse praticamente inevitabile, gli insorti proclamarono la rinascita dell’«antico vessillo della gloriosa Repubblica di Genova», simbolo della lunga tradizione indipendentista della città. In queste giornate, il popolo genovese cercò di riaffermare la propria identità politica e il diritto a gestire autonomamente il proprio stato.

Sebbene la rivolta non fosse supportata da uno statuto scritto né da un riconoscimento formale di “Repubblica” (il precedente statuto repubblicano del 1576 era ormai superato), la sommossa fu presentata dagli insorti come un ripristino dell’autonomia cittadina. Nel breve periodo compreso tra il 1º e il 6 aprile 1849 la città godette di fatto di un’amministrazione autonoma. Il governatorato provvisorio occupò i principali edifici pubblici, operando come organo esecutivo locale, mantenendo collegamenti con volontari provenienti da altre regioni e promulgando leggi di emergenza.

Venne anche diffusa una proclamazione pubblica, affissa nelle piazze, che accusava Torino di tradimento e rivendicava l’indipendenza di Genova. Non risultano notizie di plebisciti o di organi costituenti formali; la “Repubblica” immaginata dagli insorti ebbe una durata puramente simbolica. I presidi militari sabaudi capitolarono rapidamente, entro il 2 aprile, e il comando del nuovo “Stato di Genova” rimase nelle mani del triumvirato composto da Avezzana, Morchio e Reta, che governò la città nei giorni cruciali della rivolta.

Svolgimento della sollevazione e scontri armati Fin dal 2 aprile 1849 la Guardia Nazionale genovese, sotto la guida del generale Giuseppe Avezzana, assunse il comando delle operazioni militari principali. In quella giornata gli insorti attaccarono le guarnigioni regie: i carabinieri e i granatieri del generale De Asarta si arresero dopo un breve ma intenso combattimento, consegnando i forti (Forte Sperone, Forte Begato e Forte della Specola) nelle mani dei rivoltosi. Per un momento sembrò possibile il consolidamento della rivolta: nel porto si radunarono volontari lombardi e marinai repubblicani, mentre i civili armati presidiavano le fortificazioni metropolitane.

Preoccupato per la possibile perdita del controllo sulla città, il governo sabaudo inviò immediatamente un massiccio corpo di spedizione al comando del generale Alfonso Ferrero La Marmora. Fratello del celebre Alessandro La Marmora e reduce della guerra di Crimea, Alfonso La Marmora giunse ai confini di Genova con circa 30.000 soldati, tra cui 1.600 bersaglieri, considerati «la crema dell’esercito», contando anche sul supporto navale della fregata britannica HMS Vengeance. Secondo i resoconti dell’epoca, il generale cercò di provocare i genovesi con dichiarazioni sprezzanti, sostenendo che «una città di ribelli non merita riguardo», mentre la sua avanzata fu preceduta da pressioni diplomatiche del console britannico e da vessazioni dei militari sabaudi già presenti in Liguria.

Nella notte tra il 4 aprile e il 5 aprile le truppe sabaude avanzarono su Genova attraverso i valichi dei Giovi. Il quartiere di Sampierdarena divenne il principale campo di battaglia: i regolari conquistarono il Forte Tenaglia, favoriti dal tradimento del comandante locale, e bombardarono i sobborghi occidentali della città con i cannoni della Vengeance. All’alba del 5 aprile i bersaglieri si lanciarono all’assalto dei quartieri centrali: la difesa degli insorti si concentrò sulla Porta San Tommaso e si estese alla villa dei Doria di Fassolo e infine alla Casa Bonino, ultimo baluardo dei rivoltosi. La resistenza popolare fu accanita, ma mal coordinata: gran parte dei difensori erano volontari con armi leggere o improvvisate, incapaci di sostenere a lungo lo scontro con truppe professionali e ben addestrate.

Bombardamenti, saccheggio e repressione Nel pomeriggio del 5 aprile 1849, il generale Alfonso Ferrero La Marmora ordinò un bombardamento sistematico di Genova. Nonostante la presenza della bandiera nera con la Croce di San Giorgio sulla collina di San Benigno, le salve di artiglieria colpirono indiscriminatamente anche zone civili. L’ospedale di Pammatone fu ridotto a un cumulo di macerie, con il bilancio di 107 morti recuperati successivamente dai frati cappuccini. Nel giro di poche ore, le truppe piemontesi occuparono l’intera città.

Le cronache dell’epoca documentano che i soldati si abbandonarono a violenze oltre il necessario: abitazioni saccheggiate, botteghe devastate, cittadini disarmati percossi e derubati. Si registrarono stupri e esecuzioni sommarie, tra cui almeno un civile fucilato per ordine diretto di La Marmora. Il cosiddetto «sacco» durò fino alla capitolazione finale: l’11 aprile 1849, sei giorni dopo l’inizio della rivolta, i reparti regolari sfilavano per le vie quasi deserte della città, mentre il governo sabaudo impose misure straordinarie come coprifuoco, perquisizioni, tribunali militari e legge marziale.

Nel dopoguerra fu istituita una commissione d’inchiesta parlamentare sabauda che documentò 463 casi di violenze militari, omicidi, ferimenti e saccheggi avvenuti durante la repressione. Nel suo memoriale, lo stesso La Marmora ammise che il saccheggio dopo la conquista di una piazza era considerato «uso di guerra». Nonostante la durezza della repressione, il governo sabaudo, desideroso di chiudere rapidamente la vicenda, concesse un’ampia amnistia agli insorti. Quasi tutti furono graziati, ad eccezione dei tre triumviri Giuseppe Avezzana, Costantino Reta e Davide Morchio e di altri capi minori, che furono processati e condannati a morte in contumacia il 24 luglio 1849; un altro ricevette la pena dell’ergastolo. Tutte le pene furono amnistiate in seguito.

Struttura politica Durante la breve esperienza autonoma genovese del 1º–11 aprile 1849, gli insorti crearono una struttura politica che, pur provvisoria e informale, mostrava una chiara intenzione di autogoverno cittadino. Il triumvirato composto da Avezzana, Morchio e Reta rappresentava il vertice massimo esecutivo, ma sotto di esso furono istituite commissioni e delegazioni con compiti specifici: alcune gestivano la sicurezza interna e l’organizzazione delle milizie volontarie, altre coordinavano i rifornimenti e la logistica per i combattenti, mentre un piccolo ufficio di propaganda si occupava della diffusione di comunicazioni ufficiali e proclamazioni pubbliche.