La ceramica di Faenza indica la tradizione manifatturiera e artistica della ceramica sviluppatasi nella città di Faenza, in Emilia-Romagna. La produzione faentina, affermatasi in particolare tra il Rinascimento e l'età moderna, è costituita prevalentemente da maioliche decorate, caratterizzate dall'impiego di smalti e dalla decorazione pittorica, con repertori che comprendono motivi rinascimentali, naturalistici, figurativi, araldici e geometrici.Gaetano Ballardini, La ceramica di Faenza, Faenza, Edit Faenza, 1938.
La notorietà raggiunta dalla manifattura faentina tra XVI e XVII secolo contribuì alla diffusione internazionale della sua fama; il nome della città è infatti all'origine del termine faïence, utilizzato in diverse lingue per indicare la ceramica smaltata. La tradizione produttiva, sviluppatasi attraverso botteghe e laboratori e proseguita fino all'età contemporanea, ha contribuito alla formazione di una specifica identità ceramica locale. La produzione di Faenza è oggi riconosciuta nell'ambito della ceramica artistica e tradizionale ed è oggetto di tutela come denominazione di origine.Ministero dello Sviluppo Economico, Elenco delle denominazioni di origine della ceramica artistica e tradizionale, G.U. n. 51 del 2 marzo 2001.
L'attività ceramica faentina integra la pratica artigianale con la ricerca artistica, il design e l'innovazione, sostenuti da una rete di istituzioni, eventi e iniziative di cooperazione internazionale; tali caratteristiche sono tra gli elementi considerati nell'inserimento di Faenza, nel 2025, nella rete città creative UNESCO nella categoria Artigianato e arti popolari.
Storia
Età antica e Medioevo: le origini
La tradizione ceramica di Faenza affonda le proprie radici nell’antichità, con testimonianze di attività produttive già in epoca romana, favorita dalla disponibilità di argille idonee presenti lungo il corso del fiume Lamone. Tuttavia, è nel basso Medioevo che la città inizia a distinguersi come centro ceramico di primaria importanza.Il primo documento d’archivio noto, datato al 1142, menziona un “orzolario (vasaio) faentino” che intendeva ampliare la propria officina.La città della ceramica nel dopoguerra
Grazie alla natura del territorio, ricco di argille adatte alla foggiatura, e alla posizione geografica strategica, punto d’incontro tra la cultura padana e quella toscana, Faenza seppe consolidarsi come polo artigianale di rilievo già nei primi secoli dopo l’anno Mille. In questo periodo si svilupparono numerose botteghe che produssero manufatti prevalentemente destinati all’uso domestico e liturgico, caratterizzati da forme semplici ma funzionali.
I vasai faentini, nel corso di questi secoli, perfezionarono due importanti procedimenti tecnici per il rivestimento dei manufatti: la smaltatura e l’ingobbiatura, che permisero di ottenere superfici più impermeabili e decorative. Parallelamente, si diffusero anche tecniche di invetriatura, che rappresentano il passaggio intermedio tra le antiche ceramiche grezze e la più evoluta maiolica rinascimentale. Dal punto di vista stilistico, gli ornati medievali richiamano i repertori decorativi delle arti applicate, come la miniatura e i tessuti, rivelando influenze bizantine e islamiche. I motivi più ricorrenti sono di tipo vegetale – tralci con foglie o elementi floreali stilizzati – e zoomorfo, con figure di pesci e uccelli talvolta reinterpretati in chiave fantastica. Non mancano gli emblemi araldici, spesso collegati alle famiglie nobili che segnarono la storia cittadina, a testimonianza del prestigio crescente delle produzioni ceramiche faentine anche in ambito sociale.
Questo complesso intreccio di innovazione tecnica e contaminazioni stilistiche fece sì che, già alla fine del Medioevo, Faenza si distinguesse come uno dei principali centri di produzione ceramica dell’Italia settentrionale. Tale dinamica pose le basi per la straordinaria fioritura artistica che, nel Quattrocento, avrebbe condotto la città all’affermazione definitiva nel panorama della maiolica rinascimentale.
Rinascimento: l'età d'oro
Nel Rinascimento, la ceramica assume a Faenza un ruolo preponderante nella vita artigianale e artistica della città. Dai primi decenni del Quattrocento la produzione di stoviglieria si evolve e si raffina, assumendo anche funzioni ornamentali, come nei “piatti da pompa”. Abbandonata la ceramica graffita, gli artigiani si specializzano nella ceramica smaltata, la maiolica, ampliando la tavolozza cromatica con nuove tonalità come il giallo e il turchino.Carmen Ravanelli Guidotti, Ceramiche italiane datate dal XV al XIX secolo, Milano, Leonardo Arte, 1996.
La produzione del primo Rinascimento, ancora in stile severo, si articola in due fasi principali: nella fase iniziale (1420-1460 circa) si affermano le due famiglie decorative della zaffera a rilievo e dell’italo-moresca, con motivi ispirati a suggestioni orientali; nella seconda fase (1460-fine secolo) prevalgono invece decorazioni di gusto gotico, come l’occhio di penna di pavone e la palmetta persiana.
Nel Cinquecento la produzione raggiunge l’apice per la ricchezza decorativa e la varietà dei motivi rinascimentali: grottesche, festoni, trofei, strumenti musicali, fiori e frutta, ghirlande e intrecci vegetali. All’interno di queste declinazioni si afferma anche lo stile istoriato, caratterizzato da una componente narrativa con complessi episodi biblici e mitologici.
Dopo il 1550, il decorativismo predilige lo stile fiorito, che celebra la massima esuberanza figurativa, ma già si avverte l’esigenza di una maggiore sobrietà. Nasce così lo stile compendiario, dove le scene sono accennate con tratti leggeri e pochi colori (turchino, giallo chiaro e scuro) su uno smalto bianco denso e pastoso. Da questa ricerca di essenzialità scaturirà, nel secolo successivo, la fortuna dei celebri “bianchi di Faenza”, la cui eleganza monocroma diverrà un modello imitato in tutta Europa.
Tra i protagonisti di questa stagione artistica si distinguono diverse botteghe e maestri che contribuirono all’evoluzione dei linguaggi decorativi:
Ca' Pirota – bottega condotta dalla famiglia Pirotti, attiva tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento, la cui produzione contribuì alla definizione dei modelli formali e decorativi successivamente adottati nelle manifatture locali. Virgiliotto Calamelli – figura di riferimento per lo sviluppo dello stile compendiario, caratterizzato da decorazioni sintetiche, rapide e di forte resa cromatica; in collaborazione con Pier Agostino Valladori, intrattenne rapporti professionali anche nelle aree di Bologna e Ferrara. Leonardo Bettisi – detto Don Pino, una delle figure più rilevanti dello stile compendiario. Dalle Palle (o Giangrandi) – famiglia di ceramisti attiva particolarmente nella produzione dei bianchi di faenza. Baldassarre Manara – fu attivo nella prima metà del XVI secolo; le sue maioliche istoriate rappresentano una delle espressioni più compiute della maiolica faentina rinascimentale. È attribuito a lui il piatto Tereo, Procne e Filomela del 1532. Pietro Bergantini – titolare insieme al fratello Paolo di una bottega attiva nella produzione di maioliche con fondo berettino (azzurro-grigio) e decorazioni policrome. Le opere a lui riferibili si distinguono per la precisione esecutiva e per l’uso sistematico di firme e date, elementi che facilitano la ricostruzione della sua attività.
Età moderna: la fabbrica Ferniani
Il Seicento rappresentò per la ceramica faentina un periodo di trasformazione e di graduale rinnovamento. Dopo una fase di splendore rinascimentale e un successivo rallentamento produttivo, la manifattura locale si orientò verso forme più sobrie, ispirate al gusto barocco e neoclassico, senza tuttavia perdere la propria identità decorativa. Le botteghe si dedicarono alla creazione di servizi da tavola sagomati, applicazioni plastiche modellate e decorazioni su commissione destinate a committenti aristocratici, segnando un’evoluzione verso la raffinatezza e la personalizzazione del manufatto.Archivio Storico Comunale di Faenza, Documenti sulle botteghe ceramiche, Fondo Arti e Mestieri, fasc. 12, 1765.
Il Secolo dei Lumi si inaugura per Faenza con una netta ripresa della tradizione ceramica, dopo il periodo di decadenza del tardo Seicento. Nel 1693, infatti, il conte Annibale Carlo Ferniani rilevò un’antica fabbrica cittadina, dando vita alla Fabbrica Ferniani, che in breve tempo divenne il nuovo fulcro dell’arte ceramica faentina. La bottega si distinse per l’adozione di gusti decorativi influenzati dalle mode europee, in particolare francesi, e dalle suggestioni esotiche provenienti dall’Oriente, come le chinoiserie. La produzione della manifattura si impose per qualità e originalità, riportando il nome di Faenza ai vertici della ceramica europea.
Compito della maiolica settecentesca fu anche quello di contrastare la crescente concorrenza della porcellana, di cui l’Europa aveva finalmente scoperto la formula dopo secoli di imitazioni e tentativi di riprodurre i manufatti estremo-orientali. Nel XVIII secolo, la porcellana conobbe infatti un vero e proprio trionfo: rispetto alla maiolica, era più duttile, compatta e resistente, pur mantenendo una straordinaria leggerezza, e consentiva la realizzazione di oggetti dallo spessore sottile e dai decori finissimi.
Nel corso del Settecento, in Italia, la supremazia della porcellana venne efficacemente contrastata dalle manifatture di Torino, Milano, Lodi, Faenza, Bologna, Venezia, Bassano, Pesaro, Castelli d’Abruzzo e Cerreto Sannita. A Faenza, la fabbrica Ferniani si mostrò particolarmente aggiornata, introducendo importanti innovazioni tecnologiche e stilistiche; la bottega adottò il procedimento della terza cottura “a piccolo fuoco”, che permetteva di ottenere una più ampia gamma di colori e decori più delicati, e sperimentò l’uso della terraglia, recente scoperta inglese, accanto alla tradizionale maiolica.Carmen Ravanelli Guidotti, La fabbrica Ferniani: ceramiche faentine dal barocco all'eclettismo, Silvana, 2009
Con l’avvento dell’Ottocento e dei processi di industrializzazione, molte botteghe storiche ridussero la produzione artigianale o cessarono l’attività. Tuttavia, altre imprese e scuole continuarono a coltivare l’arte ceramica, mantenendo viva la vocazione artistica di Faenza e preparando il terreno per le esperienze del XIX e XX secolo, quando la città sarebbe tornata a imporsi come centro di riferimento nella ceramica artistica e decorativa.
In questo contesto si colloca la figura di Achille Farina, pittore e ceramista che, dopo la collaborazione con la fabbrica Ferniani, fondò una propria fornace e introdusse una personale tecnica “a impasto” capace di imitare effetti pittorici a olio sulla maiolica.
Età contemporanea: l'innovazione
Nel corso del Novecento, Faenza divenne un centro di riferimento internazionale per la ceramica d’arte. Già nei primi anni del secolo, attorno alla figura di Domenico Baccarini si formò un vivace cenacolo di artisti e intellettuali – tra cui Francesco Nonni, Pietro Melandri e Riccardo Gatti – che contribuì a rinnovare il linguaggio figurativo e decorativo della ceramica faentina, aprendo la strada alle sperimentazioni successive.
Nel 1908, grazie all’iniziativa di Gaetano Ballardini e il sostegno di Tito Pasqui, nacque il Museo internazionale delle ceramiche in Faenza (MIC), tra i principali musei al mondo dedicati alla ceramica, con una raccolta che include opere storiche e contemporanee. Il MIC ha svolto un ruolo fondamentale nella conservazione, nello studio e nella valorizzazione della produzione ceramica faentina.
Nel 1916 lo stesso Ballardini fondò l'Istituto Statale d’Arte per la Ceramica, successivamente a lui intitolato.