Biografia Attivo nel panorama criminale messinese dagli anni ’80, inizialmente coinvolto nel maxiprocesso di Messina nell'86 tra le fila del clan di Gaetano Costa. Dopo la disgregazione del clan Costa a seguito del maxiprocesso, viene considerato uno dei nuovi "capi", insieme soprattutto a Luigi Sparacio e Domenico Cavò (anch'essi ex membri del vecchio clan Costa). Di Marchese si citano vari contatti, come quelli con la vicina mafia barcellonese. Fu designato anche tra i "capi" più vicini a Michelangelo Alfano, imprenditore di Bagheria, indicato dai pentiti come rappresentate di Cosa Nostra occidentale a Messina.

Secondo quanto riportato da alcuni quotidiani, ha dichiarato alla giustizia che nel 1985 dei suoi conoscenti legati a cosa nostra barcellonese e palermitana gli chiesero, su richiesta del mafioso palermitano Pietro Aglieri (ai tempi numero uno di Cosa Nostra a Palermo), di procurare voti per un politico messinese candidato della Democrazia Cristiana. Lo stesso Aglieri pare abbia soggiornato per un periodo a Messina nel 1985.

Con riguardo a Marchese si fa riferimento ad un estorsione avvenuta nell'86, e preceduta da due attentati, uno esplosivo e l'altro incendiario, ai danni di una società armatoriale operante a Messina. Per tale reato il Marchese si autoaccusò una volta pentito, ma in seguito fu dichiarato prescritto.

Nel medesimo periodo fu considerato uno dei "capi" del quartiere Giostra, insieme a Luigi Galli, invece ritenuto ai vertici di un altro clan nel medesimo quartiere.

Nel 1989 si identifica un interessamento del clan Marchese verso il narcotraffico nelle zone di Milazzo, all'epoca gestito dal clan Sottile-Geraci, che non vedeva di buon occhio l'inserimento del clan messinese nel proprio territorio. Ci furono delle azioni omicidiarie contro il clan Sottile-Geraci, nelle quali persero la vita anche persone innocenti esterne ai fatti, a causa di sfortunate coincidenze.

Nel maggio del '90 avvenne l'omicidio di Salvatore Pimpo, per il quale, secondo le fonti giornalistiche, furono accusati Marchese e Galli. Pimpo era considerato un nome importante della criminalità organizzata messinese, anch'egli coinvolto nel maxiprocesso dell'86, come membro del clan Cariolo, contrapposto al clan Costa a cui appartenevano Galli e Marchese prima che si sciogliesse e che i vari capi si "mettessero in proprio".

È ritenuto uno dei protagonisti della faida di mafia avvenuta a Messina, contro il clan del quartiere Gravitelli il cui vertice era identificato nella figura di Giorgio Mancuso, e quello dei fratelli Rizzo. Venne in seguito accusato come mandante dell'omicidio di Letterio Rizzo avvenuto nel 91.

Tra il 92 ed il 93, il clan di Marchese, unitamente a quello di Luigi Sparacio, si sarebbe scontrato con quello di Luigi Galli, considerato altro reggente del medesimo quartiere. Tali clan precedentemente erano alleati.

Di Marchese si ha notizia nel 93, di alcuni presunti contatti avuti con l'onorevole Dino Madaudo (eletto alla Camera dei deputati nel 92) per questioni legate al voto ed ad aggiustamenti di tornaconti personali.

Temendo di essere ucciso, decise di collaborare con la giustizia, diventando il primo vero boss messinese pentito. Nel 1997 perse il programma di protezione, ma dal 1998 riprese a collaborare con la Direzione nazionale antimafia fornendo nuove dichiarazioni, dalle quali scaturì l'inchiesta "Witness" contro Michelangelo Alfano e Santo Sfameni.

Note