Le Catilinarie () sono quattro celebri discorsi tenuti da Cicerone contro Catilina.

Le quattro orazioni deliberative furono pronunciate tra il novembre e il dicembre del 63 a.C. in seguito alla scoperta e alla repressione della congiura che faceva capo a Catilina. Dalle notizie pervenuteci dall'epistolario ad Attico è possibile affermare che vennero pubblicate nel 60 a.C., anno in cui fu pubblicata una raccolta delle orazioni consolari di Cicerone.

Per estensione, il termine "catilinaria" indica una critica o invettiva ostile e violenta contro qualcuno.

Contesto storico

Tra il 67 e 62 a.C., mentre Pompeo era impegnato in Oriente, a Roma la crisi dello Stato non era ancora stata risolta e la politica romana era minacciata da Lucio Sergio Catilina, rappresentante della vecchia nobilitas arricchitasi durante la dittatura sillana e poi via via indebolitasi., p.96. Dopo la morte di Silla (78 a.C.) Catilina, suo fervido sostenitore, contando sulla cittadinanza inquieta e pronta alla rivolta portò avanti il progetto sillano. A ingrossare le fila dei suoi seguaci vi erano, oltre ai veterani di Silla, anche “criminali e facinorosi" e “ceti diseredati, elementi marginali, giovani nobili inquieti, veri e propri briganti”.

In un primo momento, Catilina aspirava a raggiungere il consolato per mettere in atto una riforma costituzionale ed economica e successivamente una dittatura, indispensabile per lui. La riforma consisteva nel sottrarre le magistrature e sacerdozi agli oligarchici, ridistribuire le ricchezze e modificare i sistemi giudiziari. A determinare il cambiamento del suo atteggiamento politico furono elementi egoistici, l'ambizione di molti ottimati che aspiravano al consolato e il timore di una dittatura di Pompeo.

Orationes in Catilinam

Secondo Narducci, sarebbe “ovvio pensare a rimaneggiamenti" perché solo in questo modo si potrebbe comprendere l'atteggiamento intransigente seguito da Cicerone nei confronti di Catilina. La congiura fu sventata da Cicerone grazie alle rivelazioni di Fulvia, amica di Terenzia e amante di Quinto Curio Rufo (uno degli implicati nella congiura), il quale aveva raccontato tutti i particolari dell'attentato al console. Curio, infatti, aveva svelato per filo e per segno tutto ciò che si era detto e pianificato tra i congiurati a Fulvia, la quale, a sua volta, aveva riferito ogni cosa a Cicerone.

Ma il senato non diede la dovuta attenzione alle parole di Curio, e nella notte tra il 20 e il 21 ottobre, Cicerone ricevette delle lettere anonime che lo mettevano in guardia, insieme ad altri insigni personaggi, dal piano ordito contro gli ottimati. Dietro la diffusione di queste lettere c'era molto probabilmente la figura di Crasso, che insieme a Cesare si era dapprima schierato dalla parte di Catilina, sperando di raggiungere il consenso dell'ordine equestre e dei ceti possidenti e finanziari. In un secondo momento, sia Crasso sia Cesare si allontanarono dal pericoloso Catilina e dal suo atteggiamento eversivo.

Così Cicerone, dopo aver mostrato le lettere in senato, smascherò e documentò anche le temibili manovre di Gaio Manlio, un proprietario terriero fallito, che aveva radunato presso Fiesole un esercito di coloni sillani; l'esercito si sarebbe dovuto spostare verso Roma nei primi di ottobre, mentre Catilina, con il suo gruppo di congiurati, avrebbe dovuto occupare la città, devastandola.

Così, la notte del 7 novembre, i congiurati, dopo essersi incontrati presso la casa del senatore Marco Porcio Leca, avrebbero messo a punto ogni particolare della congiura. Dunque, la mattina dell'8 novembre, il console, ormai consapevole di ciò che stava per accadere, fece trovare l'ingresso della sua casa completamente sbarrato, e, in quello stesso giorno, convocò il senato nel tempio di Giove Statore, accusando il suo avversario Catilina con una violenta invettiva.

Cicerone e Catilina Cicerone e Catilina si conoscevano già da tempo. Entrambi, infatti, avevano militato in giovinezza nell'esercito di Gneo Pompeo Strabone.

Nel 65 a.C., Cicerone, per garantirsi il voto dei popolari, si avvicinò proprio a Catilina, ma l'accordo non andò a buon fine. Pertanto l'Arpinate ripiegò sul sostegno degli optimates e delle fazioni più disparate.

È opportuno ricordare che già un'altra congiura, che vide sempre Lucio Sergio Catilina tra i cospiratori, aveva destato agitazione tra il popolo romano e probabilmente fu il timore scaturito da quel clima sovversivo ad aver contribuito alla riuscita del progetto di Cicerone.

Tra il 66 e il 65 a.C. fu coinvolto in una prima congiura, e accusato di cospirazione assieme a Calpurnio Pisone, per aver architettato l'uccisione dei consoli in carica. I due avrebbero provveduto all'eliminazione dei due consoli eletti inizialmente, e a rimettere in carica, poi, Publio Autronio e Cornelio Silla, i due candidati al consolato, e successivamente esclusi dalla carica, in quanto implicati anch'essi nella cospirazione. In realtà gli ispiratori di questa congiura furono Cesare e Crasso, che si servirono dei consoli designati e anche di Catilina per arrivare ad attuare il loro disegno del colpo di Stato.

Le competizioni elettorali Lucio Sergio Catilina nel 66 a.C. tentò l'elezione al consolato. Fu escluso dalla competizione poiché non solo consegnò in ritardo la candidatura, ma venne accusato di abuso di potere e di concussione da Publio Clodio Pulcro durante la sua carica di governatore in Africa (67a.C). Nel 64 a.C. si ricandidò per il consolato dell'anno successivo, basando la sua campagna elettorale sul disagio sociale degli inurbati e sulle loro condizioni lavorative e abitative, ma quell'anno ad ottenere il consolato fu Marco Tullio Cicerone che volle accordarsi segretamente con Gaio Antonio Ibrida, altro candidato dei populares, promettendogli di ottenere anche i voti dei suoi nemici. L'Arpinate fu sostenuto dal fratello Quinto, che nel suo “Commentariolum petitionis” (64 a.C.), evidenziava i misfatti di Catilina, tra cui l'incesto con la sorella, gli omicidi commessi durante la dittatura sillana, le accuse di corruzione, al fine di essere assolto al successivo processo per concussione.

Secondo Quinto la propaganda elettorale doveva essere eclettica, e quindi doveva essere rivolta a tutta l'Italia e a tutti i tipi di legami personali. Ma Catilina, uomo caparbio e tenace, dopo essersi garantito l'appoggio della plebe romana e degli schiavi, si candidò al consolato per l'anno 62 a.C. con un programma che prevedeva l'annullamento dei debiti, suscitando il malcontento della nobiliitas, ma anche questa volta non venne eletto, al contrario furono eletti Lucio Licinio Murena e Decimo Giunio Silano. Fu questa ulteriore sconfitta politica a spingere Catilina a ordire la congiura, il suo intento era creare disordini, uccidere persone di rilievo politico a Roma e provocare incendi, a differenza di Cicerone, il quale improntò tutta la sua azione demagogica sui concetti di pax e concordia ordinum.

Il tripudio, l'acclamazione, nei confronti del console si conservò fino all'anno seguente, quando durante il processo ai catilinari rimasti egli fece applicare la condanna. Una frattura si verificò quando Cicerone difese uno degli accusati, Publio Cornelio Silla, e fu tacciato di decretarne personalmente l'innocenza da parte di Manlio Torquato; (circolava la voce che egli avesse ricevuto dall'imputato del denaro per acquistare una casa sul Palatino). Le principali fonti di informazioni circa il pensiero e le reali intenzioni del console sono rappresentate dalle lettere che egli stesso scrisse ad Attico in cui è possibile cogliere anche un certo svelamento della sua personalità. Il destino di Cicerone, a seguito delle orazioni, fu strettamente legato a due avvenimenti storici in particolare: il triumvirato del 60 a.C. e il dissidio con Publio Clodio Pulcro a seguito dello scandalo della Bona dea. Nonostante quest'ultimo fu assolto, memore della testimonianza a lui avversa da parte di Cicerone, decise di vendicarsi mandandolo in esilio nel 58 a.C.

Orationes Oratio I in Catilinam

È così che l'8 novembre del 63 a.C. Cicerone apre il suo discorso, tenuto in Senato, riunito eccezionalmente nel Tempio di Giove Statore, alla presenza di Catilina stesso. La scelta del luogo non fu casuale perché, secondo la leggenda, Romolo avrebbe invocato il dio, promettendogli l'erezione di un tempio, se avesse arrestato la fuga dei suoi, incalzati dai Sabini.Così Cicerone scelse questo tempio per il suo nome benaugurante, sicuro che l'attacco dei catilinari sarebbe stato sventato.

Essendo un'orazione deliberativa, Cicerone si sarebbe dovuto rivolgere ai senatori, invece si scaglia direttamente contro Catilina "lanciandogli contro il suo quousque tandem, la sua fiera invettiva di sdegno, di rivelazione, di minacce, di ironie, di maledizione in nome della patria". L'audacia (temerarietà) e il furor (pazzia) sono i tratti principali del Catilina ciceroniano e, per sminuire il suo progetto politico, Cicerone usa termini quali pestis (rovina) e scelus (crimine). Lo scopo di Cicerone è quello di denigrare il nemico innalzando sé stesso e più che sulla coniuratio egli insiste sulla pestis, la rovina che Catilina diffonde a Roma.

Catilina si presenta alla seduta del Senato, ma nessuno dei senatori risponde al suo saluto e Cicerone si siede accanto a lui; il console insiste sulla compattezza del gruppo e sull'isolamento che questo gruppo sa creare intorno al traditore dello Stato.

«Sei entrato or ora in Senato. Chi fra tutta questa folla, fra tanti amici e familiari tuoi ti ha degnato di un saluto? [...] E di più: il fatto che al tuo arrivo tutti codesti scanni sono rimasti vuoti e che, appena hai preso posto, tutti i consolari, che più volte furono da te destinati alla strage, hanno completamente abbandonato codesto settore con qual animo mai credi tu di doverlo sopportare?»

Cicerone afferma che già da tempo sarebbe stato necessario mandare a morte Catilina, come successe a uomini meno colpevoli di lui come Tiberio Gracco, Spurio Melio, Gaio Gracco, Marco Fulvio, Gaio Servilio e Lucio Saturnino ma, nonostante il decreto del senatus consultum ultimum del 21 ottobre, non ordina la sua morte perché molti l'avrebbero giudicato un tiranno che ha compiuto un gesto crudele. Fino a quando ci fosse stato qualcuno in difesa di Catilina, lui sarebbe vissuto, ma sorvegliato dalle guardie di Cicerone.

«Tu sarai finalmente mandato a morte solo quando non si potrà trovare più nessuno tanto malvagio, tanto scellerato, tanto a te somigliante che in ciò non riconosca apertamente un atto di giustizia. Ma finché vi sarà uno solo che osi difenderti, tu vivrai così come ora vivi, stretto d'ogni parte da numerose e fide milizie mie, ché tu non sia in grado di muovere un passo contro lo Stato.»

Il console conosceva tutti i progetti dei congiurati, tra cui la levata in armi di Manlio e ciò che stabilirono in casa di Leca ovvero l'attentato alla sua stessa vita, per opera di due cavalieri; egli elenca i misfatti di Catilina, come la sua disgustosa vita privata, le attività omicide sotto il governo di Silla, i suoi debiti, le malversazioni compiute durante il governo della provincia d'Africa, l'accusa di corruzione in un processo per concussione ma soprattutto il suo progetto di assalto armato a Roma, con la complicità di Gaio Manlio. Quando Catilina chiede di riferire al Senato, «Fanne proposta al Senato», Cicerone non si prestò al gioco sapendo che seduti vi erano anche amici di lui e gli indecisi, per questo usò un espediente per fargli capire ugualmente cosa pensasse il Senato: gli intimò di uscire dalla città e partire per l'esilio, «Esci da Roma, Catilina, libera la repubblica dall'ansia e, se questa è la parola che attendi da me, parti per l'esilio». Tutti rimasero in silenzio e Cicerone lo interpreta come generale assentimento, opponendo che, se avesse esiliato Publio Sestio e Marco Marcello, i senatori gli avrebbero messo le mani addosso.