Fiera sul Reno vecchio è un dipinto a tempera su tela (113 x 189 cm) realizzato da Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino intorno al 1615-1618 e conservato presso la Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano. Storia Il dipinto si trovava nelle sale dell’archivio fotografico dei Musei Vaticani, dove era classificato come opera di un bambocciaro romano del XVII secolo, cioè di un pittore specializzato in scene di vita quotidiana dei ceti più umili. Rimase inedito fino al 1998, quando fu pubblicato da Massimo Pulini. È stata donata dalla famiglia Castellano, ma non si conosce nient'altro della storia del dipinto.
Descrizione e stile L’episodio rappresentato dal Guercino è ambientato nei dintorni di Cento, nell’antico letto del fiume Reno, rimasto asciutto dopo la deviazione del corso d’acqua avvenuta nel 1459 per contenere i frequenti danni causati dalle alluvioni. In questo spazio si svolge una fiera di paese, osservata dal pittore con attenzione acuta e con un’evidente sensibilità per il dettaglio, come se si trattasse di una scena realmente vissuta. La composizione si anima attraverso una fitta successione di figure colte nelle più diverse occupazioni. In primo piano, sulla destra, un gruppo di cavalieri fa il suo ingresso nella folla, offrendo il punto di avvio alla lettura della scena e diventando l’occasione per mettere in evidenza una varietà di attività e mestieri. Poco oltre, davanti ad alcuni uomini scesi da cavallo, un venditore di elisir cerca di attirare l’attenzione dei presenti, mentre al centro della composizione altri personaggi sono intenti a contrattare attorno a ceste colme di galline e di altri prodotti alimentari. Alle loro spalle si distingue un cartello bianco decorato con figure di topi, probabilmente l’insegna di un ambulante specializzato nella vendita di trappole o veleni. Sullo sfondo emerge una folla compatta, da cui spiccano due uomini seduti sui resti di un edificio in rovina, intenti a giocare a dadi. Più lontano, in posizione sopraelevata, compaiono alcuni buoi, forse coinvolti in una trattativa per la compravendita di animali da lavoro, mentre al centro si notano fienili addobbati, verosimilmente predisposti per il convivio serale. In primo piano sulla sinistra, infine, il Guercino inserisce la figura di un giovane con una canna e un cesto, l’unico personaggio che rivolge direttamente lo sguardo verso l’osservatore, stabilendo un sottile contatto con chi guarda la scena.
L’opera viene generalmente collocata tra il 1615 e il 1618, una datazione che la pone in relazione con quella che è considerata una delle prime raffigurazioni di fiere nell’Italia del Seicento: la Fiera dell’Impruneta, realizzata nel 1618 per Cosimo II de’ Medici. Il soggetto era noto sia attraverso la versione dipinta su tela da Filippo Napoletano, sia tramite l’incisione di Jacques Callot. In quegli stessi anni il Guercino intratteneva rapporti con l’ambiente mediceo — risale infatti al 1618 l’Apollo che scortica Marsia destinato al granduca, oggi conservato a Palazzo Pitti — ed è quindi plausibile che avesse avuto modo di conoscere entrambe le raffigurazioni, dalle quali potrebbe aver tratto spunto.
Per quanto riguarda la Fiera sul Reno vecchio, l’elemento di maggiore novità — come ha sottolineato Daniele Benati — risiede nel fatto che, in un contesto emiliano e a una data così precoce, non si era soliti individuare una cultura figurativa di questo tipo, riconducibile a una rappresentazione della “realtà” o della vita quotidiana. Si tratta di un linguaggio che anticipa le bambocciate, ossia quelle scene di carattere popolare che conosceranno una larga diffusione soltanto nella seconda metà del Seicento. Parallelamente, all’interno della bottega del Guercino si assiste in questi anni a una progressiva differenziazione dei generi: mentre alcuni collaboratori e lo stesso maestro si confrontano con il paesaggio, il fratello Paolo Antonio Barbieri si afferma come apprezzato pittore di nature morte. Il Libro dei conti del Guercino (1629–1666), redatto dal fratello Paolo Antonio Barbieri, che registra i pagamenti ricevuti e le spese sostenute dal pittore e dalla sua bottega (dopo la morte di Paolo Antonio nel 1649, il registro fu proseguito dagli altri familiari fino al 1666), documenta infatti una consistente produzione di dipinti raffiguranti fiori, frutti e animali, destinati a una committenza eterogenea che spaziava dalla borghesia centese fino ai cardinali della curia romana. A Paolo Antonio viene inoltre attribuito un ruolo fondativo nello sviluppo della natura morta emiliana, in particolare nella sua declinazione rustica.
I precedenti della Fiera sul Reno vecchio, caratterizzata da un linguaggio paesano particolarmente originale e coinvolgente, possono essere individuati nei paesaggi e nelle scene di vita quotidiana che il Guercino aveva affrescato nella casa Pannini a Cento. Il dipinto richiama inoltre una pluralità di riferimenti figurativi: dalle scene di festa e di mercato elaborate dai Bassano, alle invenzioni fantastiche di matrice dossesca, filtrate attraverso la sensibilità cromatica e il lessico pittorico dello Scarsellino, senza trascurare il ruolo degli sfondi paesaggistici che Ludovico Carracci inserisce nelle proprie composizioni. Risulta invece lontana la tradizione del paesaggio classico, elegante e rigorosamente misurato, sviluppata a Roma da Annibale Carracci e dal Domenichino. Nell’ambito dell’ampia produzione grafica del pittore centese, Massimo Pulini ha messo in relazione l’opera con il disegno del Trattenimento in una taverna, nel quale il Guercino analizza con attenzione una scena di festa carnevalesca animata da numerose figure colte in atteggiamenti diversi e accompagnate da un concerto.
Note
Bibliografia
Categoria:Dipinti a soggetto quotidiano Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti nella Pinacoteca Vaticana