Gli Ingauni furono un'antica popolazione ligure e celto-ligure stanziata nella regione storica della Liguria di Ponente che, assumendo il nome da loro, è ancora conosciuta al giorno d'oggi come l'Ingaunia.

Geografia I Liguri Ingauni controllavano un territorio piuttosto esteso, che andava da Sanremo a Finale Ligure, e che li rendeva la popolazione più potente fra le genti liguri, con delle ricchezze che provenivano dai propri beni naturali e dalla presenza della Piana, che allora cominciava a diventare una terra importante per l'agricoltura. La regione controllata dagli Ingauni confinava con le terre degli Intemeli a ponente, dei Sabazi a levante e degli Epanteri Montani verso l'entroterra. Grazie al controllo d'un grande tratto della Riviera, gli Ingauni erano una popolazione dotata anche di una propria marina, che doveva intervenire spesso contro assalti di pirateria.

L'insediamento più importante dell'Ingaunia era la capitale della popolazione, Albium Ingaunum, città fondata fra il VI e il IV secolo a.C. in una posizione non molto certa; infatti basandosi su fonti greche e romane del I secolo si sa solamente che si trovava a 370 stadi da Vada Sabatia. Ad ogni modo si può be pensare che fosse nei pressi della moderna città di Albenga, che deriva dalla rifondazione romana come Albingaunum.

Durante gli anni delle guerre contro i Romani, questo nome è stato persino utilizzato per tutte le popolazioni liguri stanziate tra Savona e Monaco, chiamati anche col nome di Alpini.

Storia

Origine del nome La popolazione ingauna è menzionata col nome di Ingauni da Tito Livio alla fine del I secolo a.C., come Iγγαυνοι (Ingaunoi) da Strabone all'inizio del I secolo e come Ingaunis da Plinio il Vecchio, per tutto il secolo. In particolare Strabone ci racconta della presenza tanto della gente ingauna (ὅντων Ἲγγαύνων), quanto della intemela, scrivendo che i due più grandi centri abitati di queste popolazioni fossero insediamenti marittimi.

L'origine del nome Ingauni è sconosciuta, tra le teorie proposte vi è quella secondo cui deriverebbe da Pingāmnī, che significherebbe "quelli (la gente) tesa, compressa". Risolvendo la caduta della p- all'inizio della parola, la forma così ottenuta si vedrebbe legata dal punto di vista semantico al caso di un altro etnonimo, quello dei Pitti. Questo fatto legherebbe dunque il nome degli Ingauni a un'origine celtica e, se provato, sarebbe un segno possibile di una fusione ormai avvenuta piuttosto strettamente tra la cultura celta e, quella più antica, ligure. Ad ogni modo, le forme in -auni sono spesso ricorrenti negli etnonimi delle popolazioni liguri, come nel caso dei Vellauni e dei Catuvellauni. Per contro, facendo riferimento ad alcune ipotesi espresse anche da Nino Lamboglia, pare addirittura che la radice in(g)- abbia lasciato delle tracce in certi nomi rurali, per esempio in relazione al monte Lingo.

Guerre puniche Non ci sono molte testimonianze sulla formazione dei domini degli Ingauni: la fondazione della loro capitale, Albium Ingaunum, dovrebbe risalire tra il VI e il IV secolo a.C., e quindi quando i Liguri della Riviera di Ponente avevano già sviluppato un'importante marina, che si scontrava con quella dei Greci di Massalia (Marsiglia) per il controllo della parte settentrionale del mar Tirreno, approfittando della pirateria contro di loro. Inoltre, come per altre popolazioni liguri costiere, le ricchezze avevano portato allo scoppio di parecchi scontri con le genti dell'entroterra, che avevano quindi iniziato a saccheggiare i più ricchi rivieraschi. Durante il III secolo a.C. si strinsero in alleanza con i Cartaginesi contro Massalia e Genua (Genova), e dunque con i Romani, che erano in accordo con tutt'e due.

Nel 205 a.C., verso la fine della seconda guerra punica, concedettero i loro porti come basi navali a Magone, al momento del suo tentativo di andare in aiuto al fratello Annibale. Il generale cartaginese ha quindi cercato di creare una forza alleata alla sua nazione sia contro i Massalioti che contro i Genuati, ma che inoltre interrompesse le vie di comunicazione romane via terra, che attraversavano le Alpi, e via mare, verso le terre di Spagna che Roma aveva da poco strappato a Cartagine. Magone, in cambio, ha dato una mano alle popolazioni dell'Ingaunia contro gli Epanteri Montani, una delle genti dell'entroterra che erano già in combattimento dapprima e che saccheggiavano questa parte della Riviera. In segno di dimostrazione li aveva addirittura fatti prigionieri e portati a Cartagine. Inoltre, ancor prima di arrivare nelle terre sabazie, il generale aveva distrutto la città nemica di Genua, insieme agli Ingauni, che erano così diventati la prima forza della regione.

L'obiettivo di Magone era probabilmente quello di allearsi con i Galli, stanziati nella Pianura Padana, mettendoli contro i Romani con l'aiuto dei Liguri ancora liberi. I Romani hanno quindi reagito inviando delle armate nella regione, battendo lui e i suoi alleati. Poiché oramai la situazione era volta al peggio per i Cartaginesi, nel 201 a.C. gli Ingauni firmarono un trattato di pace (foedus), con il console romano Publio Elio Peto, che dal canto suo aveva così reso sicuro il territorio corrispondente sulla tratta commerciale tra la penisola iberica, Massalia e Roma.

Guerre contro i Romani Dopo un paio di decenni di pace, scoppiò nuovamente una guerra fra gli Ingauni e i Romani: nel 189 a.C. ci fu un attacco a un'armata romana diretta verso la Spagna, con il suo comandante, Lucio Bebio Dive, che morì di lì a poco a Massalia per le ferite della battaglia. Nel 185 a.C. il console Appio Claudio Pulcro fu nominato a capo di un'armata contro gli Ingauni, conquistando sei dei suoi oppidi e, come avvertimento, ordinando la decapitazione di quarantatré liguri incolpati della scoppio della guerra. Ad ogni modo, non sembra che queste misure abbiamo avuto un grande effetto, dato che nemmeno tre anni dopo la gente di Massalia si lamentava con Roma dei pirati ingauni.

Il Senato romano chiese quindi al console Lucio Emilio Paolo, detto Macedonico, di mettere in sicurezza le vie di commercio sia terrestri che marittime. Egli aveva però anche l'ordine di non mirare alla distruzione completa degli Ingauni, per evitare vuoti di potere che avrebbero potuto favorire i Liguri Alpini, ritenuti meno civilizzati e potenzialmente dannosi per i traffici commerciali.

Il console entrò dunque con la sua armata nelle terre degli Ingauni, chiedendo loro la resa. Gli Ingauni, a loro volta, chiesero del tempo con il pretesto di consultare la popolazione dispersa nei loro domini, ma in realtà per radunare le truppe e lanciare un attacco lontano dal campo romano. Questo fu reso possibile anche dal fatto che avevano ottenuto una riduzione dei movimenti dell'esercito romano per evitare danni ai campi, rendendo così più difficile l'attività di ricognizione.

Con difficoltà, l'armata romana riuscì a rompere il blocco e a sconfiggere gli Ingauni, senza tuttavia mutare la linea d'azione: per non indebolire troppo le proprie forze, il console Paolo si limitò a contrastare i pirati e a chiedere ostaggi, piuttosto che distruggere le mura degli oppidi, affinché essi non costituissero un pericolo per Roma ma restassero abbastanza forti da controllare le vie commerciali della Liguria.

Tornato a Roma nel 181 a.C., Paolo ricevette dunque il trionfo sui Liguri Ingauni.

Ad ogni modo, la situazione in Liguria fu stabilizzata solo negli anni successivi, e soprattutto nella seconda metà del secolo, quando Roma prese il controllo dell'area d'influenza di Massalia, tanto che il console Aulo Postumio Albino, detto Lusco, dopo aver sconfitto gli Epanteri Montani nel 180 a.C., volle inviare navi a controllare la Riviera ingauna e intemelia, segno che essi erano ancora considerati come popolazioni potenzialmente ostili a Roma.

Note

Bibliografia

, estratto in

Collegamenti esterni

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