Figura controversa, rimasta a lungo ai margini della storiografia ufficiale, Matteo Abindi è stato al centro di un acceso dibattito pubblico, riemerso soprattutto dopo la pubblicazione dei libri dello storico Fulvio Sasso, che hanno contribuito a una rilettura critica — seppur discussa — del suo operato, inserito nel contesto del conflitto fra partigiani e nazifascisti, e dei contrasti fra le diverse formazioni partigiane.

Biografia Matteo Abindi nacque da genitori ignoti all'ospedale San Paolo di Savona il 20 settembre 1911, e venne ricoverato nel locale Ospizio per l'Infanzia Abbandonata.

Nella storiografia sulla Resistenza il cognome è spesso riportato nella forma Abbindi, con due "b". Tuttavia, documenti coevi conservati presso il Comune di Savona (atto di nascita), l'Archivio della Diocesi di Savona (atto di battesimo) e l'Archivio della Provincia di Savona (fascicolo dell'Ospizio per l'Infanzia Abbandonata) riportano il cognome nella forma Abindi, con una sola "b"Archivio del Comune di Savona, Ufficio di Stato Civile, atto di nascita di Matteo Abindi, 20 settembre 1911.Archivio Storico Diocesano di Savona, registro dei battesimi della parrocchia dell'Ospedale San Paolo di Savona, atto di battesimo di Matteo Abindi, 24 settembre 1911.Archivio della Provincia di Savona, Ospizio per l’Infanzia Abbandonata, fascicolo personale di Matteo Abindi, Reg.tro Gen.le. N. 382, Lett.ra D. Anno 1911/N. 59. In questa voce si adotta la forma Abindi, coerente con la documentazione anagrafica coeva.

L'Ospizio per l'Infanzia Abbandonata affidò Matteo Abindi ad una coppia di contadini di Pradone, una piccola frazione del comune di Castelletto Uzzone, nella Val Bormida, in provincia di Cuneo. Matteo era l'unico figlio maschio della famiglia, crebbe aiutando i genitori adottivi nelle mansioni contadine. Secondo testimonianze raccolte successivamente, compaesani ed amici lo descrivevano come un ragazzo energico e gioviale, amante delle feste da ballo, e grande esperto di bestiame..

Negli anni 1931-1932 svolse il servizio di leva nel 1° Reggimento Alpini, Battaglione di Ceva. Nel 1935 si arruolò come volontario per la Guerra d'Etiopia.. Riportò una ferita al braccio sinistro durante un combattimento e per questo venne decorato con la Croce al Merito di Guerra. Fu congedato nel marzo 1936, dopo aver contratto la malaria. Alcuni testimoni ricordarono di aver seguito con ammirazione i vivaci racconti della sua esperienza di guerra..

Negli anni successivi svolse diversi lavori saltuari, fino al maggio 1943, quando, grazie anche all'invalidità di guerra, venne assunto come operaio presso lo stabilimento della Montecatini di Cairo Montenotte, in provincia di Savona. Nel novembre 1943 Matteo Abindi venne precettato dal governo della Repubblica Sociale Italiana, per andare a lavorare in Germania. Abindi era celibe e non aveva figli. Secondo quanto riportato da Fulvio Sasso, Abindi si sentì discriminato, ritenendo di essere stato scelto in quanto trovatello, e, pur non avendo mai manifestato interesse per la politica, iniziò a maturare un forte risentimento nei confronti dei fascisti.. Decise di darsi alla macchia. Raggiunse clandestinamente in treno Garessio, e da lì si spostò a piedi fino alla Val Casotto, in provincia di Cuneo, dove si erano formate le prime bande partigiane..

Folgore In Val Casotto, Matteo Abindi si unì ai partigiani autonomi guidati da Landino Mora, detto "Dino", un ex ufficiale dell'esercito.. La Divisione guidata da Dino si chiamava Folgore, ad Abindi piacque quel nome e decise di assumerlo come suo nome di battaglia.. "Folgore" partecipò ad alcune azioni in cui fece valere la sua esperienza di reduce di guerra e la sua abilità nell'uso delle armi.

A metà del gennaio 1944, Abindi si spostò a Serra Pamparato, nella Val Tanaro, per unirsi ai partigiani autonomi guidati da Italo Cordero, mantenendo il nome di battaglia di Folgore. Nelle sue memorie autobiografiche, Italo Cordero descrisse Folgore come il più coraggioso ed audace dei suoi uomini.. Di Italo Cordero e Folgore, secondo quanto riportato da Fulvio Sasso, si trova menzione anche nei diari di Enrico Martini Mauri.

Il 1° marzo 1944, in seguito ad uno scontro a fuoco coi nazisti, nei pressi di Ceva, il partigiano "Milone" venne ucciso, mentre Folgore venne dato per disperso.. In realtà Matteo Abindi era riuscito a fuggire nella boscaglia.. Deciso a tornare in Val Bormida, Abindi raggiunse a piedi Gottasecca, dove fu ospite di alcuni parenti, quindi rimase nascosto per qualche giorno nella casa della famiglia adottiva, a Pradone..

Nel frattempo si erano radunati nei dintorni diversi giovani, principalmente disertori o ex militari allo sbando e renitenti alla leva o ai bandi nazifascisti. Abindi decise di formare con questi una nuova squadra partigiana, della quale divenne il capo, assumendo il nome di battaglia de "Il Biondino". Abindi riunì i giovani nel paese di Santa Giulia, una frazione del comune di Dego, in provincia di Savona, perché qui si trovavano due antichi palazzi, grandi abbastanza da ospitare i partigiani.. Abindi conosceva bene Santa Giulia, che è vicina ai luoghi in cui era cresciuto, per avervi lavorato in passato come bracciante.

Il Biondino a Santa Giulia Per tutta la primavera e buona parte dell'estate del 1944, Santa Giulia fu un presidio partigiano tranquillo, perché i nazifascisti lo consideravano inattaccabile. Secondo alcune testimonianze, un disertore austriaco si unì alla squadra del Biondino e sparse presso i tedeschi la voce che il presidio fosse ben difeso e fortemente armato..

La relativa sicurezza della zona fece sì che a Santa Giulia venissero detenuti prigionieri e sospetti collaborazionisti. Secondo alcune ricostruzioni, in questo contesto avvennero anche esecuzioni sommarie, tema che resta uno degli aspetti più controversi della vicenda di Abindi.Lettera di Enrico De Vincenzi al quotidiano "La Stampa", .

La squadra guidata da Abindi si sosteneva anche attraverso requisizioni di beni e contributi provenienti dal territorio. Secondo le fonti, tali risorse provenivano sia da donazioni volontarie di alcune famiglie benestanti della zona, sia da prelievi forzati. I partigiani del Biondino sottraevano inoltre periodicamente prodotti agricoli destinati agli ammassi comunali fascisti, che venivano successivamente redistribuiti tra i partigiani e parte della popolazione contadina locale..

Il 30 giugno 1944, il partigiano Angelo Prete, detto "Devic", o "Device", giunse a Santa Giulia per comunicare che si era da poco costituita sulle Langhe la XVI Brigata Garibaldi, di cui lui era il comandante, e che la squadra guidata dal Biondino ne faceva ufficialmente parte..

Angelo Prete era un venticinquenne operaio e militante comunista di Santo Stefano Belbo. Nel marzo 1944 era evaso dal carcere di Asti e si era spostato sulla Langa, dove era diventato uno dei comandanti più capaci e rispettati delle Brigate Garibaldi, le formazioni partigiane guidate dal Partito Comunista Italiano.

I partigiani guidati da Devic e gli uomini del Biondino, avevano già collaborato in alcune azioni. Il 12 maggio 1944, alla stazione di Piana Crixia, avevano sequestrato un treno carico di prigionieri diretti in Germania, liberando una trentina di uomini..

Tuttavia, il partigiano savonese Cesare Sciamanna, detto "Ortica", che per circa un mese fece parte della squadra del Biondino a Santa Giulia, nelle sue memorie autobiografiche scrisse che Matteo Abindi mal tollerava di essere comandato da Angelo Prete, ed inoltre, per la sua insofferenza nei confronti della politica, non era intenzionato ad entrare a far parte di una formazione guidata dal PCI.. Abindi manteneva contemporaneamente rapporti anche con alcune formazioni partigiane autonome, non legate ai partiti politici. Fulvio Sasso interpreta questi rapporti anche come il segnale di una progressiva presa di distanza dalle brigate garibaldine, favorita dal fatto che le formazioni autonome, grazie ai contatti con gli Alleati, disponevano di approvvigionamenti più cospicui e stabili..

A partire dal 18 luglio 1944, trovò rifugio a Santa Giulia Benedetto Cerruti, un insegnante cinquantenne di Varazze, che i partigiani chiamavano "Il Professore" o "Il Commissario Ivan". Cerruti era un militante ed attivista comunista, e conosceva bene Angelo Prete "Devic", era stato fra i coordinatori dell'azione che ne aveva consentito la fuga dal carcere. Il ruolo del "Professore" nella vicenda del Biondino è molto dibattuto; le testimonianze raccolte da Fulvio Sasso lo descrivono come un "commissario politico", e dicono che abbia esercitato una certa influenza su Abindi, come consigliere e mediatore..

Il 3 agosto 1944 Matteo Abindi venne processato da un tribunale di partigiani garibaldini in località Prunetto (CN). Anche questo fatto è raccontato nei diari del partigiano Cesare Sciamanna "Ortica", che nel frattempo era stato messo da Devic al comando della squadra di Prunetto.. Il Biondino era sotto accusa per furto e per aver giustiziato delle spie fasciste, o presunte tali, in assenza di processi e verbali. Fu Devic ad intercedere in favore del Biondino, riconoscendone le qualità di combattente, pur redarguendolo per i suoi metodi, giudicati inopportuni.

Tuttavia Devic tentò di togliere al Biondino il comando della sua squadra, per sostituirlo col capitano Mario Zunino, adducendo come motivazione ufficiale la mancanza di istruzione e di preparazione di Matteo Abindi.. Nel frattempo in tutta la provincia di Savona, inclusa la Val Bormida, si stavano concentrando circa quindicimila fra soldati ed ufficiali della Divisione San Marco.

Il 18 agosto 1944, cinque partigiani appartenenti alla Brigata Savona, un gruppo di Autonomi guidati da Giuseppe Dotta "Bacchetta", arrestarono tre genieri tedeschi dell'Organizzazione Todt, in località Guadobono, in provincia di Alessandria.. Dotta, ritenendo inutile e pericolosa l'azione, ordinò ai suoi uomini di accompagnare i genieri a Santa Giulia. Gli uomini del Biondino avrebbero dovuto portare i prigionieri in automobile a Marsaglia, da Enrico Martini Mauri, ma la benzina scarseggiava ed i dintorni erano presidiati dagli uomini della San Marco. Non rimase che custodire i tre genieri a Santa Giulia..

Testimoni interpellati da Fulvio Sasso hanno riferito che Abindi, conscio del fatto che la presenza dei tre genieri rappresentasse un pericolo, non li custodì in prigione, ma li lasciò liberi di muoversi nel paese, sperando che decidessero spontaneamente di fuggire.

Il 19 agosto 1944, per rappresaglia, il Comando tedesco catturò quarantacinque ostaggi nella zona di Malvicino, ed informò il parroco del paese che, se i genieri non fossero stati liberati, tutti gli ostaggi sarebbero stati fucilati ed il paese dato alle fiammeGuida ai luoghi della memoria: Malvicino e Spigno Monferrato, su isral.it.. Le trattative furono condotte da Don Virginio Icardi, detto "Italicus", parroco di Squaneto.. Lo scambio andò a buon fine ed i genieri furono liberati il 25 agosto. Nel lasciare Santa Giulia avevano ringraziato Abindi per il buon trattamento ricevuto, promettendo di non rivelare nulla di quanto avevano visto nel paese. Tuttavia, già il giorno seguente i nazisti arrivarono a Castelletto Uzzone e si spinsero fino alle porte di Santa Giulia, ma furono respinti dai partigiani della Brigata Savona..