Pian Sultano è un'area archeologica preistorica ed etrusca situata sul versante tirrenico dei Monti della Tolfa, nel territorio comunale di Tolfa (Lazio), nell'immediato entroterra dell'antico scalo di Pyrgi.
Indagata fin dal XIX secolo, l'area comprende alcuni crepacci naturali nel banco di travertino utilizzati a fini funerari e cultuali nell'età del bronzo, oltre a una vasta necropoli etrusca a tumuli, camere ipogee e tombe a facciata rupestre, in uso tra il VII e il V secolo a.C. Il sito è noto nella letteratura archeologica per il dibattito sull'attribuzione cronologica delle sue tombe a camera megalitica, a lungo ritenute «dolmen» preetruschi.
Descrizione Pian Sultano è un esteso affioramento di banchi di travertino collocato sul versante tirrenico dei Monti della Tolfa, affacciato sull'entroterra dell'antico scalo di Pyrgi e in vista del castello di Santa Severa. Il margine dei banchi rocciosi tende a fratturarsi e a distaccarsi, dando origine a profondi crepacci naturali. Il sito, delimitato su un lato dalla valle del fosso Eri, è oggetto di indagini fin dal XIX secolo.
Vi si distinguono almeno tre nuclei di interesse archeologico: i siti denominati crepaccio 1 e crepaccio 2, utilizzati a fini funerari e cultuali nell'età del bronzo e situati in crepacci vicini e paralleli al fosso Eri, e la necropoli etrusca, posta sul fianco del rilievo sotto cui scorre lo stesso torrente. Sul versante occidentale dell'area è inoltre attestato l'insediamento del Caolino del Fosso Eri, frequentato almeno dal bronzo medio al bronzo finale; per la fase del bronzo medio 3 la notevole presenza di ceramica decorata e di alcuni manufatti peculiari ha suggerito un possibile uso anche cultuale del sito.
I materiali rinvenuti nell'area sono conservati a Roma, presso il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, e a Barbarano Romano, nel deposito della Soprintendenza presso il Museo civico.
Storia delle ricerche Le prime notizie sulle tombe risalgono all'abate Coppi (1836); pochi anni dopo Teresa Caetani di Sermoneta ne mise in luce una parte. Seguirono i sopralluoghi di Sante Bastianelli (1934) e di Raniero Mengarelli e, nel biennio 1954-1955, gli scavi di Salvatore Maria Puglisi, concentrati su cinque tombe a tumulo dette «dolmeniche»; fu in quell'occasione che venne riconosciuta una più antica frequentazione del luogo in epoca preistorica.
La datazione di tali monumenti all'età del bronzo proposta da Puglisi fu contestata da Alberto Carlo Blanc (1957) e in seguito ridiscussa; agli inizi degli anni sessanta Giovanni Colonna tirò le somme delle conoscenze allora disponibili. Dagli anni settanta l'area fu interessata dalle ricerche di volontari del Gruppo Archeologico Romano (GAR) e del Museo civico di Allumiere, con l'esplorazione del crepaccio 1 (1971) diretta da Francesco di Gennaro. Dal 1993 la Soprintendenza archeologica per l'Etruria meridionale, in collaborazione con il GAR, avviò gli interventi di recupero e di studio della necropoli. Nel 1997 lo speleologo Attilio Nini individuò il crepaccio 2.
Ritrovamenti Crepaccio 1 Esplorato nel febbraio 1971 dal Gruppo Archeologico Romano, il crepaccio 1 ha restituito frammenti ceramici e resti animali dell'età del bronzo, editi solo parzialmente. La cavità sembra essere stata destinata a usi funerari e di culto in un momento avanzato del bronzo antico; i pochi frammenti di bronzo medio, di dimensioni ridotte, potrebbero invece esservi penetrati dall'alto.
Crepaccio 2 Il crepaccio 2, individuato nel 1997 circa duecento metri più a sud-ovest, fu esplorato tra il maggio e il giugno di quell'anno dalla Soprintendenza archeologica per l'Etruria meridionale, diretta da Flavia Trucco. I reperti si addensavano in una fenditura laterale, dove sembrano essere scivolati a causa di crolli.
I resti scheletrici umani, privi di connessione anatomica, appartengono ad almeno otto individui: sei adulti, un adolescente di 12-16 anni e un bambino di 8-10 anni; tra gli adulti si riconoscono quattro probabili femmine e un maschio, oltre a un ulteriore soggetto attestato dalla sola tibia. Poiché degli adulti rimangono quasi soltanto crani e denti, gli studiosi ritengono che una cernita dei resti fosse stata operata fin dal momento della deposizione.
Con le ossa umane erano associati circa 400 reperti faunistici, 89 dei quali determinabili a livello di specie: in maggioranza bovini (39), poi caprovini (20) e suini (12), con rari resti di cane e di animali selvatici; l'insieme è stato letto come offerta di porzioni di carne, forse a valenza rituale.
Furono recuperati frammenti di 28 vasi parzialmente ricomposti e 15 fondi, per un insieme originario stimato in almeno 43 recipienti, in impasto non tornito. Il repertorio si colloca nella fase più tarda del bronzo antico, con alcuni tratti che annunciano già il bronzo medio, segno forse di una frequentazione prolungata. Due campioni furono datati al radiocarbonio con metodo AMS: il femore dell'adolescente ha dato un intervallo calibrato (1σ) di 1835-1675 a.C., mentre una tibia (Tibia 5) ha fornito un valore di 1252-1054 a.C., considerato anomalo e con ogni probabilità intrusivo, poiché non corrisponde ai materiali rinvenuti.
Necropoli etrusca La necropoli è formata da più nuclei di tombe ricavate e costruite nel banco di travertino sul lato orientale del fosso Eri, all'altezza del Fontanile del Pietrone. Il grosso delle sepolture si addensa lungo una striscia di terreno di circa 300 metri che digrada verso la costa.
Le ricognizioni avviate dal 1993 hanno documentato almeno venticinque tombe, tra cui non meno di undici tumuli (da 6 a 15 metri di diametro), in prevalenza del VII secolo a.C., con camera costruita o ipogea. Sono inoltre presenti tombe a camera ipogea e a facciata rupestre di età arcaica e tardo-arcaica: interamente intagliate nel travertino, ne riprendono modelli architettonici di matrice ceretana, riadattati alla particolare conformazione geologica locale. Di particolare rilievo sono la tomba PS 5, dotata di una cella laterale lungo il dromos, e la tomba PS 12, a facciata rupestre con alta porta rettangolare. Il tumulo PS 13, il più grande noto nella necropoli, è assegnato in base ai materiali al VI secolo a.C.
I corredi, in gran parte depredati, restituiscono comunque numeroso vasellame greco d'importazione (attico, ionico e corinzio), arrivato tramite il porto di Pyrgi a cui l'abitato era con ogni probabilità connesso. Le deposizioni coprono un periodo che va dall'inizio del VII alla fine del VI secolo a.C., con qualche inumazione fino alla seconda metà del V; la tomba PS 12 fu poi riutilizzata in età repubblicana (III-II secolo a.C.) per un'incinerazione.
La coincidenza topografica tra la necropoli etrusca e l'insediamento preistorico, riscontrata anche altrove nel comprensorio cerite-tolfetano, è stata letta come possibile gesto intenzionale, forse legato a esigenze religiose e al richiamo alla remota antichità delle origini del gruppo.
La questione dei tumuli «dolmenici» Negli scavi del 1954-1955 Salvatore Maria Puglisi attribuì le tombe a tumulo con camera megalitica di Pian Sultano all'età del bronzo e alla civiltà appenninica, ipotizzando l'esistenza in Etruria meridionale di sepolcri di tipo dolmenico di epoca preetrusca. La proposta sollevò perplessità fin dalla pubblicazione, in particolare da parte di Alberto Carlo Blanc (1957), il cui peso fu tuttavia ridotto dall'impostazione polemica con cui affrontò la questione del metodo.
La scoperta, sul finire degli anni sessanta, dei tumuli con tombe dolmeniche di Crostoletto di Lamone, nel territorio di Ischia di Castro, parve dapprima dare ragione a Puglisi. Ferrante Rittatore Vonwiller mise in relazione i due siti e si chiese se quei tumuli, nel cuore dell'Etruria, potessero anticipare i tumuli etruschi più tardi diffusi tra l'Arno e il Tevere, un'ipotesi già avanzata da Massimo Pallottino e dallo stesso Puglisi. Lo studioso notava però che tumulo e circolo di pietre, diffusi ovunque sopra sepolture di ogni genere, non bastavano da soli a identificare una facies, mentre poteva risultare significativa la loro combinazione con la camera a corridoio di tipo dolmenico.
Le ricerche successive hanno ridimensionato questa prospettiva. Per Francesco di Gennaro, Crostoletto non offrì in effetti elementi sufficienti a confermare l'idea, nata a Pian Sultano, di una diffusione di tombe dolmeniche nell'Etruria dell'età del bronzo: i suoi tumuli racchiudevano materiali del bronzo finale, spesso da incinerazioni, e l'unico esemplare con vera cella dolmenica era stato saccheggiato. Appare più probabile che il sepolcreto sia stato impiantato presto (tra l'eneolitico e l'inizio del bronzo medio) e poi rioccupato nel bronzo finale, con il reimpiego dei monumenti più antichi e l'aggiunta di nuovi tumuli, forse per rivendicare un legame ideale con antenati reali o supposti.
Riguardo a Pian Sultano, lo stesso di Gennaro ha osservato che le camere in tecnica megalitica o a blocchi trovano collocazione tipologica nell'architettura funeraria etrusca locale di età orientalizzante e arcaica, e non possono dunque essere ricondotte con sicurezza alla civiltà appenninica; la frequentazione preistorica dell'area, pur effettiva, è attestata in modo attendibile soprattutto dai crepacci e dai materiali raccolti in superficie, non dai tumuli. Renato Peroni aveva comunque difeso l'attribuzione all'età del bronzo di almeno uno dei monumenti, propendendo per la fase recente (subappenninica).
Archeogenetica Uno studio del 2023 ha analizzato il DNA antico di 4 individui provenienti dal Crepaccio 2, datati direttamente al radiocarbonio tra l'antica e la media età del bronzo (in un intervallo compreso tra il 1920 e il 1610 a.C. circa). Dal punto di vista della cultura materiale, i reperti ceramici del deposito archeologico del Crepaccio si collocano nella delicata fase di transizione tra la fine dell'Età del bronzo antico e la piena affermazione della Cultura appenninica nell'Italia centrale.
Nei campioni biologici sono state riscontrate le tre componenti ancestrali tipiche dell'Età del bronzo dell'Europa occidentale: quella dei primi agricoltori europei, dei pastori delle steppe occidentali e dei cacciatori-raccoglitori occidentali. Sul piano dei marcatori uniparentali, le analisi hanno identificato sul fronte paterno la presenza della linea del cromosoma Y I2a (nello specifico la subclade I2a1a1a-L233, una linea genetica tipica dei cacciatori-raccoglitori europei continentali pre-neolitici), mentre lo studio del DNA mitocondriale ha rivelato le subcladi materne H1e, H e K1a4 e T2b. Gli autori dello studio genetico hanno utilizzato questi genomi come linea di base locale per l'Italia centrale, dimostrando una netta continuità genetica tra le popolazioni dell'Età del bronzo di Pian Sultano e le successive comunità etrusche dell'Età del ferro della vicina Tarquinia.
Note
Bibliografia
Voci correlate Storia del Lazio Siti archeologici dell'Italia preistorica e protostorica Pyrgi
Categoria:Siti archeologici di Tolfa Categoria:Siti archeologici etruschi Categoria:Siti archeologici dell'età del bronzo