Proteo () o Ceteo () è un personaggio della mitologia greca. Fu un faraone egiziano ed un personaggio sovrapposto ad una divinità più antica.

Etimologia

Il nome Proteo () presenta una duplice interpretazione filologica, fortemente influenzata dalla natura storica o divina attribuita al personaggio:

Origine egizia (connessione con il titolo regale): Dal punto di vista storico ed evemeristico, i linguisti (tra cui Pierre Chantraine) ipotizzano che il termine derivi dall'antico egiziano prouti o pꜣ-rwtj, un titolo o appellativo riferito al faraone stesso o interpretabile letteralmente come «le alte porte» del palazzo reale (un'espressione che richiama, per analogia concettuale, la Sublime Porta ottomana). I Greci avrebbero poi ellenizzato il titolo foneticamente tramite il consueto suffisso in -eus (). Ipotesi greca: In ambito prettamente mitologico, il nome viene alternativamente spiegato come una forma abbreviata (ipocoristica) del termine prōtogenḗs (), con il significato di "primitivo", "originario" o "primevo", un epiteto però, ritenuto particolarmente adatto ad una divinità marina ancestrale. Il nome è documentato in epoca antichissima, comparendo già in miceneo nella forma *Po-ro-teu*.

Genealogia

Non sono noti i suoi eventuali ascendenti.

Sposò Psamate, che lo rese padre di Teoclimeno e di Eido.

Mitologia

A differenza dell'omonima divinità marina e mutaforma, la figura del Proteo faraone costituisce uno dei più celebri esempi di evemerismo e razionalizzazione storica del mito all'interno della letteratura greca antica. Gli storici e i drammaturghi classici tradussero la figura della divinità marina originale in quella di un monarca terreno, saggio ed integro, posizionando la sua vita nella città di Menfi.

La versione storica di Erodoto

Erodoto fornisce una dettagliata trattazione di questo sovrano nel secondo libro delle sue Storie, collocandolo cronologicamente come successore di Ferone e predecessore di Rampsinito (figura storicamente associata a Ramses III).

Secondo il resoconto erodoteo, quando Paride rapì Elena da Sparta, le tempeste lo costrinsero ad approdare in Egitto e presso le foci del Nilo e lì i suoi servi, fuggiti in un tempio locale, denunciarono i crimini del loro padrone alle autorità egizie e così Proteo, informato dell'accaduto, convocò Paride alla sua corte. Dimostrando grande rettitudine e profondo rispetto per le leggi della sacra ospitalità (la xenia), il faraone rifiutò di giustiziare lo straniero ma gli ordinò di abbandonare il regno entro tre giorni, confiscando al contempo Elena e le ricchezze rubate a Menelao per custodirle fino all'arrivo del legittimo consorte.

Erodoto inoltre aggiunse la convinzione che Omero conoscesse questa variante dei fatti, ma l'avesse scartata poiché ritenuta meno adatta alla struttura epica dell'Iliade.

La variante teatrale di Euripide

Il mito del re egizio riceve una differente e celebre elaborazione drammaturgica nella tragedia Elena di Euripide. Nel dramma euripideo, la permanenza di Elena in Egitto è frutto di un inganno divino poiché Era ordina ad Ermes di trasferire la vera Elena a Menfi presso la corte di Proteo, mentre a Troia giunge soltanto un fantasma (eidolon) dalle sue sembianze.

All'inizio della tragedia, Proteo è già deceduto e l'azione si apre proprio nei pressi della sua monumentale tomba regale. Il drammaturgo descrive Proteo come un custode incorruttibile e pio, che ha difeso la virtù di Elena per tutta la durata della guerra ed introduce inoltre la sua famiglia, presentandolo come sposo della nereide Psamate e padre di Teoclimeno, succeduto al trono e desideroso di sposare Elena contro la sua volontà e Teonoe, chiamata Eido durante l'infanzia e divenuta profetessa.

Razionalizzazione delle trasformazioni (Diodoro Siculo)

Il processo di svestizione mitica del personaggio originale trova compimento nell'opera di Diodoro Siculo. Lo storico spiega che la leggenda greca riguardante la capacità del dio Proteo di mutare forma in animali od elementi naturali derivava, in realtà, da una consuetudine cerimoniale di questo faraone (da lui chiamato Ceteo), poiché il sovrano era solito ornare la propria testa con pelli di animali, alberi sacri o fuochi odorosi, ingenerando tra i visitatori stranieri ed i suoi sudditi un senso di meraviglia superstiziosa che diede origine al mito del mutaforma. Lo stesso Diodoro Siculo conferma la sua convinzione del Proteo faraone pochi versi dopo scrivendo che dopo la sua morte fu succeduto da Rampsinito.

Proteo nei dialoghi di Platone

Proteo è menzionato brevemente anche in alcuni dialoghi di Platone. NellEutidemo, Socrate lo cita come un mago egiziano capace di assumere molteplici sembianze, utilizzandolo come metafora dell'inganno retorico: così come Proteo muta aspetto, allo stesso modo gli uomini possono mutare discorso per ingannare e la stessa analogia ricompare anche nel dialogo Ione.

Note

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