Angelo custode è un dipinto a olio su tela (292 × 178 cm), realizzato da Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, intorno al 1641 e conservato nella Pinacoteca civica di Fano. Storia La prima menzione di questo dipinto si trova nella Felsina pittrice di Carlo Cesare Malvasia: «Una tavola d'altare con un Angelo Custode per la chiesa di Sant'Agostino di Fano.» L'opera è annotata anche nel Libro dei contiIl Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore Paolo Antonio Barbieri dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666. in data 12 ottobre 1641: «Dal Sig.r Vincenzo Nolfi da Fano si è ricevuto, per il quadro del Santo Angelo Custode, scudi di Paoli n.o 180, quali fanno di moneta nostra scudi 232 1/2».
Il committente, Vincenzo Nolfi, era magistrato del consiglio civico di Fano e autore teatrale. Considerato uno dei cittadini più facoltosi e colti del centro adriatico, fu ammesso nelle accademie poetiche romane, frequentò ambienti artistici e intrattenne rilevanti interessi finanziari a Bologna. Durante il soggiorno giovanile a Roma ebbe modo di apprezzare le opere ivi lasciate dal Guercino ed era dunque pienamente consapevole del valore dell'artista quando si rivolse a lui per questa grandiosa pala d'altare, realizzata probabilmente in previsione dell'acquisizione del patronato su una delle cappelle dell'antica chiesa di Santa Lucia (oggi Sant'Agostino). Il patronato giunse l'anno successivo e la cappella prescelta fu quella del transetto sinistro, dedicata, non appena la pala venne collocata sull'altare, proprio all'Angelo custode.
La tela vista da François Deseine, che la ricordò nel Nouveau Voyage. Compare nella guida di Francesco Scotto, Itinerario d'Italia. La diffusione della sua fama nell'ambito della letteratura anglosassone si deve al poema The Guardian Angel di Robert Browning, composto ad Ancona dopo una visita a Fano nel 1848 e pubblicato per la prima volta nella raccolta Men and Women del 1855. Fu descritta da Cavalcaselle e Morelli nel 1861. L'opera restò in sede fino al 1944, quando venne rimossa e messa in salvo dai bombardamenti alleati che devastarono il centro storico di Fano.
Nel 2019 l'opera è stata sottoposta a restauro.
Descrizione e stile L'opera è ambientata in un paesaggio articolato, chiuso sulla sinistra da un tronco d'albero bruciato che incombe su uno strapiombo, mentre sul lato opposto lo spazio si apre progressivamente fino a lasciare intravedere una città fortificata all'orizzonte. Al centro della composizione si staglia la figura dell'angelo custode che, volgendo lo sguardo verso l'alto, guida con gesto affettuoso il fanciullo affidato alla sua protezione e lo invita a orientare la preghiera verso la fonte luminosa che discende dal cielo. Il carattere fortemente didascalico della scena, che rende il dipinto uno degli esempi più chiari dell'intento catechetico del Guercino, contribuì in modo decisivo alla sua fortuna devozionale e alla vasta diffusione dell'immagine in ambito popolare. Un elemento di particolare rilievo simbolico è il cubo di pietra su cui poggia il bambino. La riduzione di una forma naturale a una struttura geometrica regolare ricorre in diverse opere dell'artista all'inizio degli anni quaranta del Seicento, ma in questo caso assume un significato più esplicito per la purezza della forma adottata. Il cubo rimanda infatti a un sistema di valori legato alla riflessione agostiniana sul numero e sulla geometria, ambito di pensiero al quale il committente dell'opera era strettamente connesso. Emblema della stabilità e della fermezza della fede, esso si contrappone idealmente alla sfera, tradizionalmente associata all'instabilità e alla mutevolezza della fortuna. Il solido basamento non costituisce dunque soltanto un appoggio materiale per il fanciullo, ma diventa la pietra angolare di un ordine spirituale che trova compimento nella città luminosa sullo sfondo, in netto contrasto con l'oscurità e l'asprezza del paesaggio brullo che occupa la parte sinistra della composizione.
Dal punto di vista stilistico, il dipinto testimonia una fase ormai distante dalle esperienze romane del Guercino, che pure avevano colpito il suo committente. La pittura mostra una maggiore prossimità alla produzione tarda di Guido Reni: il chiaroscuro conserva ancora un'intensità emotiva affidata alla vibrazione della macchia, evidente nei rapidi passaggi d'ombra sul corpo del bambino e sull'arto e sull'ala sinistra dell'angelo, ma i contrasti appaiono più attenuati e stemperati in una gamma cromatica delicata, dominata da tonalità chiare e pastello. Questa scelta comporta una rinuncia al vigore drammatico in favore di un linguaggio più pacato, volto a suscitare una partecipazione emotiva serena e raccolta nello spettatore. In linea con l'esigenza di una comunicazione devozionale limpida e immediata, l'artista guarda ai modelli del Rinascimento fiorentino, costruendo al tempo stesso un'immagine destinata a esercitare una lunga influenza sulle esperienze figurative successive. Non sorprende, in questo senso, che uno dei più celebri interpreti letterari della fortuna del dipinto sia stato un giovane poeta romantico, formato in un clima culturale affine a quello che avrebbe animato, pochi decenni più tardi, la sensibilità dei preraffaelliti. Secondo Denis Mahon, l'opera è sostanzialmente coeva ai dipinti che la precedono e la seguono nella produzione dell'artista; tuttavia, anche in ragione della natura del soggetto, il Guercino vi abbandona la maniera più robusta adottata in altri lavori contemporanei, avvicinandosi piuttosto a un colorito più chiaro e a una stesura più morbida, caratteristiche tipiche dell'ultima fase di Guido Reni.
Opere derivate Nella Pinacoteca civica di Cento è conservata un'acquaforte di Antonio Puccinelli, copia dellAngelo custode del Guercino.
Note
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