Il movimento per i diritti delle donne in Iran ha variato richieste, strategie, tattiche, efficacia e risultati in base ai diversi sviluppi socioeconomici, alle politiche statali e ai contesti culturali che hanno plasmato il moderno Iran a livello nazionale e internazionale.
Nel corso della storia, il movimento per i diritti delle donne in Iran ha raggiunto notevoli traguardi in merito all'istruzione, alla produzione scientifica, letteraria e artistica e, in misura minore, alla produttività economica e alla partecipazione sociopolitica. Ciò nonostante, il movimento non è riuscito a vedersi garantiti pari diritti in molti ambiti, come ad esempio quello famigliare (eredità, matrimonio, divorzio e affidamento dei figli).
Storia Dagli inizi sino al periodo prerivoluzionario
Il movimento per i diritti delle donne in Iran ha le sue origini tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, in un'epoca che vide fiorire i movimenti sociali per il costituzionalismo e per la costituzione di uno Stato-nazione che avesse un regime democratico. In Iran il movimento femminista venne percepito come una forma di modernizzazione portata dall'intrusione dei paesi occidentali, e quindi associato al colonialismo o all'imperialismo, suscitando sentimenti contrastanti tra la popolazione. Diversi movimenti modernisti e democratici assunsero infatti connotati anti-imperialisti, per quanto il paese non sia stato mai colonizzato, e si mostrarono insofferenti in merito alle ingerenze degli imperi russo e britannico. In questo difficile contesto, le attiviste iraniane per i diritti delle donne dovettero prendere le distanze dagli imperialisti, mostrando devozione al loro Paese, per poi combattere i valori conservatori e patriarcali della società in cui esse vivevano. Le prime associazioni femminili, solitamente semi-segrete, contribuirono all'alfabetizzazione delle donne, e si batterono per l'accesso delle donne all'istruzione pubblica, all'igiene e alla formazione professionale, contrastando l'isolamento femminile, la poligamia e la violenza domestica. Intellettuali come Mirzə Fətəli Axundov e Mirza Aqa Khan Kermani sostennero la causa femminile. La famiglia reale e le classi agiate iniziarono ad adottare i costumi occidentali, tuttavia ciò non influì sull'abbigliamento femminile, in particolare sull'uso dell'hijab. In questo periodo, l'unica donna a togliersi il velo in pubblico fu Táhirih durante una conferenza bahá'í nel villaggio di Badasht nel 1848. Tale gesto le costò la capitolazione.
Le donne iraniane della classe media diedero vita al movimento femminile. Nel 1899 vennero organizzati degli incontri della Anjuman Azadi Zanan ("Società della libertà delle donne") a cui parteciparono uomini insieme alle donne della loro famiglia. Nel 1902 Bibi Khanoum Astarabadi fondò la prima scuola moderna per donne musulmane a Teheran, chiusa dopo quattro giorni da parte di alcuni religiosi sciiti. La scuole venne tuttavia riaperta nel 1907 con il nome di Dabestan Dooshizegan ("Scuola per giovani signore"), una volta che l'accesso all'istruzione venne allargato anche alle donne.
Tra gli anni venti e quaranta il tasso di alfabetizzazione femminile aumentò. Le donne poterono accedere agli studi universitari e fiorirono diverse associazioni femminili, così come i loro organi di stampa. Nel 1935 venne promulgata la legge che obbligava le donne a non indossare l'hijab e venne forzatamente imposto dallo Stato il codice di abbigliamento occidentale, due misure considerate controverse per l'area conservatrice del paese.
Il movimento femminista si espanse maggiormente nell'era della nazionalizzazione dell'industria petrolifera (anni quaranta e cinquanta): sempre più donne partecipavano alla vita pubblica e all'attivismo politico, sia in contesti ideologici che organizzativi nazionalisti oppure socialisti, e il dibattito pubblico si arricchì con proposte di riforma e idee egualitarie riguardanti il ruolo e lo status delle donne. La più attiva organizzazione femminile progressista fu la sezione femminile del Partito Iraniano del Tudeh, che attraeva numerose studentesse, insegnanti, donne e uomini laici. Nel 1942 venne fondato il Partito delle Donne dell'Iran (Ḥezb-e zanan-e Iran) da Ṣafiya Firuz, il quale trasformò nel Consiglio delle donne iraniane. Uno dei principali traguardi ottenuti dalle donne fu il suffragio femminile nel 1963 attraverso la rivoluzione bianca, il ché permise di avere una rappresentanza di sei donne al Majles e di due al Senato nel giro di un anno (1965). Ciò nonostante, nessun partito riuscì a realizzare modifiche al diritto di famiglia. La dinastia Pahlavi promosse la modernizzazione e la secolarizzazione di molte istituzioni pubbliche, come gli istituti scolastici e il sistema giudiziario, ma lo status personale e il diritto di famiglia rimasero fedeli alla shari'a. Ciò è dovuto al fatto che le leggi che regolavano il ruolo delle donne nella sfera pubblica ricadevano sempre più sotto il controllo delle élite statali laiche e modernizzate, mentre le leggi che regolavano le donne e i bambini nella famiglia si rifacevano all'autorità religiosa.
La rivoluzione islamica e il primo periodo repubblicano
Le donne parteciparono con fervore alla rivoluzione iraniana del 1979 assieme ad altri movimenti sociali che contestavano allo Scià Mohammad Reza Pahlavi l'uso della forza, la repressione politica e l'identificazione con l'islamismo di tutto ciò che non fosse gradito alla corona. Durante le manifestazioni molte donne della classe media e operaia indossavano l'hijab come simbolo di opposizione alla decadenza borghese e alla forzata occidentalizzazione dei Pahlavi, ignare che in seguito quell'indumento sarebbe diventato obbligatorio. Quando nel febbraio del 1979 furono lanciati i primi appelli per l'applicazione dell'hijab, vennero organizzate numerose proteste dalle donne di sinistra e liberali della classe media, la maggior parte delle quali erano impegnate in organizzazioni politiche o associazioni femminili nate poco prima. Un debole appoggio alla causa delle donne arrivò dai partiti di sinistra, ma quando questi vennero totalmente esclusi dalla vita politica non vi fu alcun argine alla regressione dei diritti delle donne. L'hijab venne reso obbligatorio e i cosmetici furono vietati. Alcune giovani donne che sfidavano le nuove regole e indossavano il rossetto in pubblico venivano punite dai tutori della morale pubblica con la rimozione del rossetto per mezzo di una lametta.
Con la rivoluzione islamica anche diverse leggi in ambito pubblico passarono sotto il diretto controllo del clero, e ciò causò una forte regressione in merito alla parità di genere. Il movimento femminista quindi restò prevalentemente orientato ai diritti, contrastando principalmente il sistema legale che discriminava qualsiasi gruppo di genere, etnico e religioso diverso dall'uomo sciita. Uno dei princìpi chiave del movimento per le donne fu quello del "cambiamento per l'uguaglianza", che guardava con particolare attenzione alle riforme legali e ai diritti civili e politici, grazie a cui sorsero numerose campagne contro leggi, politiche e costumi tradizionali discriminatori e violenti o oppressivi. Molte attiviste ritennero fondamentale che il movimento si concentrasse sulla lotta a pratiche discriminatorie come il matrimonio precoce, l'eredità ineguale, le disuguaglianze sulla retribuzione, la lapidazione, l'obbligo di indossare l'hijab, il diritto del marito di impedire alla moglie di lavorare fuori casa, e la politica fortemente orientata all'uomo in merito al divorzio, all'affidamento dei figli, alla poligamia e al sighe (o mut'a, il matrimonio temporaneo, legalmente consentito anche per gli uomini sposati da lungo tempo).
Dopo la morte dell'ayatollah Khomeyni nel 1989 e durante la presidenza di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani sino al 1997 la società civile iraniana si sviluppò e nacque una vivace stampa femminile. Con l'arruolamento degli uomini durante la guerra contro l'Iraq, molte donne istruite ebbero l'opportunità di lavorare nel settore pubblico, in particolare nella sanità, nell'istruzione e in misura minore nella pubblica amministrazione. Per quanto tali incarichi fossero ricoperti da donne ideologicamente fedeli ai valori della rivoluzione islamica, molte di esse divennero note come femministe islamiche, tra cui le parlamentari Azam Taleghani e Maryam Behrouzi. Il femminismo islamico portò nel 1992 all'adozione di una serie di politiche per l'occupazione delle donne che, pur ribadendo l'importanza dei ruoli familiari e continuando a considerare inappropriate per l'Islam determinate occupazioni e professioni, incoraggiavano l'integrazione delle donne nel mondo del lavoro e l'attenzione ai loro interessi e bisogni. Negli anni novanta e duemila alcune deputate di spicco come Soheila Jelodarzadeh, Jamileh Kadivar, Fatemeh Rakai, Fatemeh Haghighatjoo ed Elaheh Koulai sostennero apertamente le riforme in favore dei diritti delle donne, in particolare chiedendo modifiche alle leggi patriarcali sulla famiglia e una maggiore libertà politica. Furono istituiti anche uffici per gli affari femminili in ogni ministero e agenzia governativa, e furono costituite numerose organizzazioni non governative attive sulle questioni di genere.
Nel corso del tempo il movimento per i diritti delle donne in Iran si è evoluto abbandonando una struttura organizzativa formale in favore di una maggiore segmentazione in sottogruppi, a volte in competizione tra loro e con diversi leader. Verso la fine degli anni novanta nacque un'alleanza tra femministe laiche e islamiche e numerose giovani donne compirono atti di resistenza individuali informali e spontanei (anche se non ancora proteste organizzate) contro l'obbligo di indossare l'hijab. La stampa femminile criticava la subordinazione delle donne iraniane e chiedeva la modernizzazione del diritto di famiglia. Le leader femministe divennero ben note tra la diaspora e alcune, come Shirin Ebadi, a livello internazionale. I principali collettivi editoriali femminili furono Zanan, Jens-e Dovvom, Farzaneh, Hoghough-e Zanan e Roshangaran Press. Il ruolo della rivista Zanan nello sviluppo del femminismo islamico è stato ampiamente studiato da studiose femministe iraniane sia in patria che all'estero.
Il movimento per i diritti delle donne in Iran è stato rappresentato da importanti leader del femminismo islamico come Shahla Sherkat, Mahboubeh Abbasgholizadeh, Faezeh Hashemi Rafsanjani, Azzam Taleghani e Marzieh Mortazi, nonché dalle femministe laiche Shirin Ebadi, Mehrangiz Karr, Shahla Lahiji e Noushin Ahmadi Khorasani. Nel marzo del 2000, circa vent'anni dopo la prima manifestazione contro la legge sull'obbligo dell'hijab, si tenne il primo raduno pubblico del movimento femminile iraniano a Teheran in occasione della Giornata internazionale della donna.
All'interno del Movimento Verde, nato come conseguenza della cattiva gestione socio-economica del paese da parte del secondo governo di Mahmud Ahmadinejad, il dibattito all'interno del movimento delle donne virò sulla necessità di adattare le tattiche e l'impostazione dell'attivismo femminista alla crescente repressione governativa, al declino delle condizioni economiche e alla crescente crisi politica, alla militarizzazione e alla tensione internazionale. Le attiviste sentirono anche la necessità di ridefinire e riadattare le relazioni transnazionali del loro movimento, in particolare tra le femministe che operavano in patria e coloro che appartenevano alla diaspora fuori dall'Iran, la cui composizione era cambiata dopo una grande ondata di esodo che si era verificata in quegli anni.