Membro della Comunità delle Donne Libere del Kurdistan Orientale (KJAR), è nota per il suo impegno contro le discriminazioni etniche e di genere in Iran.
Nel novembre 2024 è stata condannata a morte per ribellione armata (baghi), sentenza successivamente annullata dalla Corte Suprema iraniana nel dicembre 2025 per gravi vizi procedurali.
Biografia Nata a Sanandaj nel 1985, Moradi si è dedicata fin da giovane alla tutela dei diritti della popolazione curda. Ha svolto attività per i diritti delle bambine e dei bambini di strada in Iran e in Siria.
Nel 2014 si è unita alle forze di resistenza curde a Kobanê, in Siria, rimanendo ferita durante i combattimenti contro lo Stato Islamico. In seguito al rientro in Iran, è diventata una figura di rilievo della KJAR (Komelgeha Jinên Azad a Rojhelatê Kurdistanê), organizzazione focalizzata sull'emancipazione femminile nel Kurdistan orientale.
Arresto e detenzione Il 1º agosto 2023 Moradi è stata arrestata dagli agenti del Ministero dell'intelligence mentre viaggiava da Kermanshah verso Sanandaj. Secondo testimonianze dirette, le forze di sicurezza avrebbero aperto il fuoco contro il suo veicolo prima di arrestarla con l'uso della forza.
Dopo un periodo di detenzione e isolamento nel centro di sicurezza di Sanandaj e nel reparto 209 della prigione di Evin a Teheran, dove è stata tenuta in isolamento per cinque mesi, è stata accusata di baghi (ribellione armata contro lo Stato) a causa della sua presunta militanza in gruppi di opposizione curdi.
Diverse organizzazioni umanitarie, tra cui Hengaw Organization for Human Rights, hanno denunciato il ricorso alla tortura e la sistematica negazione di cure mediche e contatti con i legali durante la sua permanenza in carcere.
Il caso giudiziario e la mobilitazione internazionale Il 10 novembre 2024 il Tribunale rivoluzionario di Teheran, presieduto dal giudice Abolqasem Salavati, ha condannato Moradi alla pena capitale per il reato di baghi.
Tale decisione ha innescato una mobilitazione internazionale guidata da Amnesty International e dalla Rete per i diritti umani del Kurdistan (KHRN) che hanno chiesto l'annullamento della condanna. Amnesty International ha lanciato una campagna globale indirizzata alle autorità iraniane per la liberazione dell'attivista e della compagna di prigionia Pakhshan Azizi.
La sentenza è stata oggetto di forti critiche legali: secondo la difesa, il giudice avrebbe ignorato l'atto d'accusa originario che prevedeva una pena massima di 15 anni ai sensi dell'Art. 288 del codice penale, per applicare arbitrariamente la pena capitale ai sensi dell'Art. 287.
In segno di protesta contro la sentenza e l'uso politico della pena capitale, Moradi ha intrapreso prolungati scioperi della fame.
Annullamento della sentenza Il 10 dicembre 2025 la Corte Suprema dell'Iran ha accolto il ricorso della difesa e annullato la condanna a morte. La decisione è stata motivata dal riscontro di gravi vizi procedurali e dalla mancata notifica dei capi d'accusa all'imputata. Il caso è stato rinviato per un nuovo processo presso la medesima corte.
Note
Voci correlate Proteste per la morte di Mahsa Amini Pakhshan Azizi