La battaglia di Foggia si svolse il 2 dicembre 1254 tra Lucera e Foggia fra le truppe ghibelline di Manfredi di Svevia, allora Principe di Taranto, e di quelle guelfe di Ottone di Hohenburg, stanziate a Foggia, e del cardinale Guglielmo Fieschi, stanziate a Troia.

Antefatti Dopo la morte di Federico II (1250) e di Corrado IV (1254), il Regno di Sicilia attraversò un periodo di profonda instabilità. Il Papa Innocenzo IV cercò di sfruttare la situazione a suo vantaggio provando a sottrarre il regno agli Hohenstaufen per ricondurlo sotto l'influenza diretta della Chiesa.

Manfredi, figlio naturale di Federico II, si trovò inizialmente in una posizione di debolezza. Nel novembre 1254, dopo una fuga rocambolesca attraverso l'Appennino, riuscì a rifugiarsi a Lucera, città fedelissima agli Svevi grazie alla numerosa colonia saracena. Qui Manfredi riuscì ad impossessarsi del tesoro imperiale e a riorganizzare un esercito. Nel frattempo, le truppe pontificie, guidate dal legato Guglielmo Fieschi, avevano occupato gran parte del nord della Puglia, stabilendo il loro quartier generale a Troia, mentre il fratello del mangravio Bertoldo di Hohenburg, Ottone, (un ex alleato di Manfredi passato al campo guelfo) presidiava Foggia.

La battaglia Secondo la cronaca dello Pseudo-Jamsilla, la battaglia fu preceduta da una fase di logoramento e tentativi di trattative diplomatiche fallite tra Manfredi, asserragliato a Lucera, e il legato papale Guglielmo Fieschi, stanziato a Troia. Manfredi decise di rompere gli indugi prima che le truppe guelfe a Foggia potessero completare le opere di fortificazione (fossati e palizzate) intorno alla città.

All'alba del giorno stabilito, Manfredi inviò il conte Enrico di Sparvaria con una schiera di cavalieri in avanscoperta tra Foggia, Troia e Lucera. Il piano prevedeva che delle vedette poste su un colle segnalassero con le bandiere l'uscita dei nemici da Foggia o da Troia. Sebbene il conte Enrico non avesse fatto alcun segnale, le guardie sul palazzo reale di Lucera riferirono a Manfredi di aver visto le bandiere muoversi. Il Principe interpretò questo come un segno divino e uscì immediatamente con il grosso dell'esercito. Nonostante l'apparente errore dei segnalatori, l'uscita tempestiva di Manfredi si rivelò provvidenziale, poiché intercettò la schiera di Ottone di Hohenburg che era appena uscita da Foggia per una sortitaIvi, p. 150..

Le forze di Manfredi, guidate dal conte Enrico e da Federico di Acerra, caricarono la schiera di Ottone. Vedendo sopraggiungere Manfredi con il resto dell'esercito, il tedesco cercò inizialmente di ripiegare verso Troia sperando nel soccorso del legato papale. Tuttavia, i cittadini di Troia, intuendo la sconfitta guelfa, negarono l'aiuto e chiusero le porte. Ottone di Hohenburg fu quindi costretto a una fuga precipitosa verso il castello di Canosa, lasciando le sue truppe allo sbandoIvi, p. 152..

Manfredi volse quindi le armi contro Foggia. La resistenza alle porte della città fu accanita e durò circa due ore. La svolta avvenne grazie all'arrivo dei fanti e degli arcieri partiti da Lucera: questi, muovendosi verso il lato settentrionale della città dove i fossati erano meno profondi e le difese sguarnite, riuscirono a penetrare nel borgo. Al grido che la città era stata presa, i difensori guelfi abbandonarono le mura per rifugiarsi nel palazzo regio. Manfredi, per evitare inutili spargimenti di sangue (specialmente tra gli ecclesiastici presenti nel seguito papale) e per scongiurare il rischio di un attacco notturno da parte del Legato, decise di non forzare il palazzo e si ritirò strategicamente a Lucera per la notteIvi, p. 156..

Conseguenze

Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre, i resti delle truppe guelfe e lo stesso legato Guglielmo Fieschi abbandonarono Foggia e Troia in preda al panico, fuggendo verso Napoli. La ritirata fu così caotica che molti soldati abbandonarono armi e cavalli, mentre altri morirono tra le montagne a causa del gelo e delle nevi. Il successo di Manfredi fu totale: Troia si arrese consegnandogli il castello per il tramite del barone Ruggero de Parisio e l'intera Capitanata tornò sotto il controllo svevo.

La notizia della disfatta di Foggia e della fuga precipitosa del legato Guglielmo Fieschi e di Ottone di Hohenburg ebbe un effetto devastante sul morale delle forze pontificie in tutto il Regno. Il legato, ritirandosi verso Napoli con i resti dell'esercito, raggiunse la corte papale proprio mentre questa era colpita da un evento determinante: la morte di papa Innocenzo IV, avvenuta a Napoli il 7 dicembre 1254, meno di una settimana dopo la battaglia.

Dal punto di vista militare e politico, la vittoria di Foggia segnò la fine della fase di estrema vulnerabilità di Manfredi. Grazie a questo successo Manfredi passò dallo stato di fuggiasco a quello di effettivo signore della Capitanata. La sottomissione spontanea di città come Troia, dimostrò il rapido spostamento degli equilibri di potere a favore degli Svevi. La cattura di un ingente bottino (armi, cavalli e masserizie abbandonati dalle truppe guelfe in fuga) permise a Manfredi di equipaggiare e pagare meglio il suo esercito, che continuò a crescere grazie alle defezioni nel campo avverso.

La battaglia di Foggia rappresentò dunque il vero "trampolino di lancio" per Manfredi: da quel momento la sua ascesa divenne inarrestabile, portandolo a sottomettere progressivamente il resto della Puglia e della Terra di Lavoro, fino alla sua incoronazione a re di Sicilia nel 1258.

Note

Bibliografia

Voci correlate Insediamento musulmano di Lucera Historia de rebus gestis Frederici II imperatoris Bertoldo di Hohenburg Troia Foggia

Collegamenti esterni Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia e Sicilia: Svevi, a cura di Giuseppe Del Re, Domenico Del Re, Bruto Fabricatore, Stanislao Gatti, Michelangelo Naldi, Scipione Volpicella, Emmanuele Rocco, Nicola Corcia, Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Stamperia dell'Iride, 1868 (pp. 105–200) - visualizzazione completa da Google Books

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